Category: Invettiva


  • L’operaio sta in rapporto al prodotto del suo lavoro come ad un oggetto estraneo[…] quanto più l’operaio lavora tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede. [,,,] L’operaio mette nell’oggetto la sua vita e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto. (Il Capitale)

Oggi e’ la festa del lavoro. Bisognerebbe amare di piu’ il lavoro. Non tanto l’avere un lavoro (su questo oggi si sono gia’ espressi in abbastanza), quanto farlo, produrre qualcosa, realizzarsi attraverso di esso. Come ho tentato di evocare con questa citazione, di Marx si ricordano molto alcuni concetti, meno altri: tra questi l’alienazione del lavoro, e cosa significhi combatterla.
Per molti combattere l’agonia del lavoro salariato ha significato rifiutarlo, cercare di farne una parte minore della propria esistenza e rendere la propria felicita’ indipendente da essa. Ma non puo’ essere questa la nostra aspirazione.

La vera rivoluzione sociale non e’ lavorare meno e lavorare tutti; nemmeno trovare il modo di andare in pensione il prima possible. La rivoluzione sarebbe che ognuno trovasse il senso del proprio lavoro. Che ognuno avesse la possibilita’ e la consapevolezza tale per realizzarsi attraverso cio’ che fa, e vederne effetti e benefici. Che non sono il denaro per il denaro del broker, ma neppure la tediosa prigione dei giorni tutti uguali.

Purtroppo sono molto pochi i privilegiati che amano il proprio lavoro. La maggior parte e’ costretta a conviverci, a spendere controvoglia il proprio tempo in una attivita’ che dia qualcosa da spendere in cio’ che rimane. Ma il lavoro non puo’ (non dovrebbe) ridursi solo ad un finanziamento di cio’ che e’ altro da esso. Ricominciamo a guardare ad esso con occhi diversi, impediamo di abituarci alla sua routine, di farne un fardello da portare; come una relazione d’amore, ha bisogno di nuovo entusiasmo per resistere al passare del tempo…ed in entrambi i casi ne sara’ valsa la pena.

 
 "I am neither a traitor nor a spy, I only wanted the world to know what was happening."
 
"We don't need a Jewish state. There needs to be a Palestinian state. Jews can, and have lived anywhere, so a Jewish State is not necessary."
M. Vanunu, 2004
 
 
Israele possiede armi nucleari da almeno 40 anni. Ma non ha mai ammesso in forma ufficiale di aver avviato un programma nucleare. Si tratta di fatti risaputi, come anche sono risaputi i motivi per i quali tale atteggiamento e' stato sempre tollerato dalle potenze europee e statunitensi.
 
Tuttavia, meno nota e' la storia di Mordechai Vanunu. Tecnico nucleare israeliano, nel 1986 Vanunu squarcio' il velo di segretezza intorno al programma nucleare del suo paese concedendo una intervista al Sunday times, previo versamento di un cospicuo compenso. 
Subito dopo le rivelzioni al tabloid inglese Vanunu venne approcciato da una certa "Cindy", che lo convinse a volare in Italia per una vacanza romantica. Cindy era in realta' un agente israeliano e Vanunu venne sequestrato a Roma dal Mossad (una delle operazioni che contribuirono al 'mito' dell'organizzazione) con il beneplacito dei servizi italiani.
 
Rivelare la verita' ad un paese straniero costo' a Vanunu l'accusa di alto tradimento, un processo per direttissima a porte chiuse che lo condanno' a 18 anni di carcere. Una sentenza durissima che tuttavia si porta dietro altri aspetti inquietanti. Ogni contatto con l'esterno venne proibito.
Nessun media poteva farsi rilasciare dichiarazioni da Vanunu (che tuttavia aggiro' il divieto con l'espediente di scrivere dettagli della detenzione sul palmo della mano, vedi foto). Un tempo interminabile, 11 anni, vennero passati in completo isolamento, sottoposto a torture psicologiche e trattamenti inumani – a detta di Vanunu, il suo essere stato cristiano prima di convertirsi all'ebraismo accentuo' le crudelta' dei suoi aguzzini.
 
Dopo altri 7 anni, nel 2004, Vanunu usci' finalmente di prigione. Tuttavia la sua dentenzione, in termini di liberta' personale, non era affatto terminata, assumendo anzi i connotati di una vera e propria persecuzione.
Vanunu non puo' avere contatti con cittadini non israeliani. Non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati. Non può possedere un telefono cellulare o accedere ad Internet. Ovviamente, non può lasciare lo stato di Israele.
 
Vanunu ha ripetutamente fatto domanda di asilo politico a stati europei, tra cui la Norvegia, senza tuttavia riuscire mai a lasciare Israele. Nel 2007 e' tornato in carcere per essersi spinto in Cisgiordania, sotto il controllo israeliano ma formalmente al di fuori del territorio statale.
 
 
Poche voci, tra cui Amnesty International, hanno richiamato l'attenzione sulla condizione di questo prigioniero politico, la palese violazione dei suoi diritti fondamentali, l'irragionevolezza del supplizio e le torture subite. Resta il dubbio che tali voci sarebbero state molto piu' numerose e decise se il Poseidone dell'odissea personale di Vanunu non si fosse chiamato Israele. 

Gli studenti protestano. Mica da oggi, e non certo oggi in particolare: protestano da sempre, e se vogliamo proprio circoscrivere consideriamo che protestano ad ogni proposta di riforma-Gelmini. Ma quale significato ha questa protesta? Quali ragioni? Quale rilevanza?
 – Gli organi di governo a livello mediatico ne rifiutano totalmente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione.
– Gli organi dell'opposizione di governo a livello mediatico ne abbracciano incondizionatamente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione profonda, o meglio riprendendo solo cio' che torna utile alla formazione dello slogan del momento (esempio emblematico: ora qualsiasi individuo tra i 20 ed i 30 che fa casino in qualche parte del mondo e' automaticamente un 'indignado').
– E gli studenti stessi? Sono coloro che dovrebbero comprendere meglio le ragioni del loro scontento. Ed invece hanno le loro colpe, che quasi mai sono messe in luce, perche' chi li critica di solito impedisce ogni forma di dialogo (vedi punto 1).

Restringiamo il raggio d'azione, altrimenti il discorso si fa vago: Universita', facolta' di Filosofia, Riforma Gelmini, periodo 2008-2010.

Il velleitarismo: peccato originale dei tanto decantati 'movimenti dal basso', consiste non solo nell'impossibilita' di raggiungere i propri scopi, ma nell'inconscia accettazione di tale impossibilita'. Allora la 'missione' si annacqua e si decline in varie divagazioni e convincimenti, quali ad esempio che 'conta anche solo far sentire la propria voce' e 'organizziamo il cineforum', 'occupiamo…perche' in questi casi si occupa, no'?
I tassisti ed i cobas del latte, che non avranno visto la filmografia di Elio Petri e letto Gadamer ma sono gente spiccia, quando vogliono qualcosa si mettono di traverso sull'autostrada. Poi c'e' da scommetterci che li ascoltano ed esaudiscono le loro richieste.
Questo non significa che il ricatto sia l'unica forma di protesta, ma almeno non bisogna partire rassegnati in partenza.

La part construens: questo punto, bisogna ammetterlo, e' avanzato e sentito da molti. Dove sono le proposte? Cosa ben diversa dagli slogan. Gli slogan aggregano, le proposte dividono. E richiedono una certa competenza in materia. Come si coordina un movimento cosi' multiforme a livello nazionale per giungere alla sintesi di una contro-riforma decisa di comune accordo? Il fine principe sembra piuttosto quello di fermare, di boicottare: allora gli studenti non possono sottrarsi all'accusa di difendere lo status quo. La part construens nella mente di molti puo' riassumersi (anche se non e' facile ammetterlo): vogliamo avere il tenore di vita dei nostri genitori, vogliamo ottenere un lavoro a tempo indeterminato senza lo sforzo di cercarlo ed il rischio di non trovarlo, vogliamo mantenere tutti i privilegi dell'ordinamento universitario, come ad esempio la possibilita' di ridare un esame un numero infinito di volte. Dove sta la ragionevolezza? Viva il velleitarsimo allora.

Non stupisce e dovrebbe insospettire che i professori si trovino a fianco degli studenti e ripetano sostanzialmente gli stessi concetti. Queste contraddizioni e note stonare emergerebbo con maggiore facilita' se non mancasse

L'autocritica: la radice di gran parte degli insuccessi di tali movimenti e' la convinzione che tutti i problemi stiano al di fuori. Lo studente e' un vessato, un povero martire che patisce la congiuntura economica, la congiuntura politica, la pressione di una societa' iniqua ed ingiusta. Ah, se solo fosse lasciato libero di esprimere la propria creativita'! (orrbile congiunzione tra sinistra movimentarista e Maria de Filippi, il fatto che se ciascuno 'esprime se' stesso' allora va tutto bene)

Ma davvero gli studenti non hanno alcuna colpa, in questa societa' iniqua ed ingiusta? Ho cercato di argomentare come ne abbiano eccome. Ed anche come dovrebbero cercare dentro se stessi per primi il cambiamento che desiderano negli altri – posto che sia chiaro cosa desiderino, e che sia davvero auspicabile che si avveri.
E' infatti auspicabile una Facolta' di Filosofia dove nessuno e' discriminato in nessun senso, dove le porte sono sempre aperte ed il 30 sempre a portata di mano? Sia mai, anche l'operaio deve poter volere il flglio dottore. L'uso retorico di esempi decrepiti ("operaio"?) affossa qualsiasi tentativo di dialogo su questo arogmento. Si equipara la selezione sul merito e la selezione sulla condizione economica, come se fossero la stessa cosa.  Invece e' proprio l'egalitarismo coatto la vera ingiustizia. E' l'impossibilita' di accettare qualunque meccanismo meritocratico la grande mancanza nella visione proposta dai movimenti.
Gia', sarebbero misure impopolari….
Ma alla lunga, chi trarrebbe vantaggio? Gli studenti! Sia quelli piu' bravi e portati, che vedrebbero riconosciuto il loro talento e premiati con il tanto agognato lavoro, sia quelli meno bravi (esistono! Checche'  tendano a scomparire dai discorsi), a cui il parcheggio universitario non puo' che fare un danno ed aggravare con gli anni la loro frustrazione – vi sono trentenni nella paradossale situazione di avere un libretto eccellente di tutti 30, ma ottenuti in sei-sette anni di immatricolazione.

Quali sono allora le proposte concrete?
Il problema della facolta' di Filosofia e' che e' un imbuto che lascia passare tutto. Entrano tanti parcheggiati, tanti scarsamente motivati o poco portati, ed escono con le stesse medie e voti di laurea di tanti altri studenti bravi e motivati. Con la complicita' di professori a cui non va di passare per impopolari ed un sessantottismo di ritorno fa credere di fare il bene degli studenti dando tutti 30 all'esame.
In tal modo si crea la situazione che chiunque puo' laurearsi impunemente in filosofia, ed ottenere pure un punteggio massimo o vicino al massimo. Poi dopo ci si accorge di essere in tanti, e con nessuna idea chiara su cosa fare per mantenersi. L'insegnamento? E' perverso pensare che tutti gli studenti a cui e' stato insegnato possano diventare a loro volta insegnanti. C'e' un evidente problema di numeri, a  meno che introduciamo l'insegnante personale per ogni studente al fine di rispettare il rapporto 1:1.
In fondo si tratta sostanzialmente di un eccesso di offerta. Per uscire dall'empasse propongo i seguenti correttivi, che coinvolgono un ripensamento da parte sia delle istituzioni che delle persone al loro interno.  Sarebbero misure a costo 0, che tuttavia quasi nessuno osa (vuole? Ha intesse? ) proporre.

1) Introduzione del numero chiuso a Filosofia – sulla base di un test d'ingresso congiunto al voto di Maturita'.
L'offerta si riequilibria la domanda. Certo, tanti escono dal liceo con tanta voglia di studi filosofici. Anche io avrei tanta voglia di saper scrivere libri e dirigere film: questo non vuol dire che ne sia capace, che ne abbia il talento.
Entra solo chi davvero vuole studiare, e non chi e' chiaramente inabile allo studio, ne' che si intende piazzarsi li' in attesa che qualche imponderabile agente esterno intervenga a modificare il corso della sua vita.
Questa prima barriera non e' decisiva, e non dovrebbe preoccupare troppo lo studente, ma opera gia' una blanda selezione.

2) Ripensamento da parte dei docenti del sistema di voti – nessuno fa mai delle statistiche? Nell'Universita' Olandese (mica americana) la varianza dei voti assegnati viene passata al vaglio ogni anno e si presta attenzione ad ogni minima anomalia. Se si facesse un rapporto a Filosofia in una Universita' Italiana, credo che salterebbe fuori che almeno 2/3 degli studenti prende 30 agli esami. Questo e' ridicolo. E controproducente, perche' fa danno sia a quelli che hanno preso 30 e l'avrebbero preso anche con criteri assai piu' severi, sia a coloro che hanno preso 30 e non hanno reale cognizione della propria preparazione.
Se il problema e' psicologico, si torni ai voti da 0 a 10. Quanti di voi prendevano tutti 10 al liceo? Chissa', magari dopo anche 8 (cioe' 24) diventa un bellissimo voto.

3) Richiesta di partecipazione attiva alle lezioni. Che non significa, come dicono molti, che il primo che passa puo' sparare la sua sull'assoluto e quello che dice ha lo stesso valore del professore perche' "abbasso le lezioni frontali ed i baroni" eccettera.
Invece, si potrebbe richiedere un lavoro di sintesi personale, che non consista esclusivamente nel presentarsi a fine semestre a ripetere a comando quei quattro-cinque concetti presentati a lezione. 
Ad esempio: si potrebbe richiedere agli studenti di fare una presentazione, nella seconda parte del corso, in gruppo od individualmente, al resto della classe, e ricevere un 30% del voto finale su di essa.
Si potrebbe chiedere di scrivere un breve articolo in cui e' anche possibile avanzare, con argomenti, la propria visione sui temi del corso.
Non dico che tutto cio' non si faccia gia' in alcuni corsi, ma che dovrebbe diventare un costume accettato. Ne trarrebbe giovamento soprattutto lo studente che, in seguito, si trovera ad affrontare le sfide lavorative che la facolta' di Filosofia di solito non ti insegna ad affrontare: lavorare in gruppo, saper scrivere in italiano corretto (vi stupireste…), saper esprimere ed argomentare idee proprie.

4) Valutazione continua e serrata della qualita' degli insegnamenti. Visto che con i precedenti punti abbiamo vessato gli studenti, ora vessiamo i professori. Il problema non e' solo, come dicono molti, quello dei baroni, quello delle lezioni frontali e del rapporto non paritario tra studenti e professori (che stupidaggine, come se io pagassi la retta per sentire quello che ne pensa di filosofia teoretica quello che siede accanto a me e che potrei ascoltare gratis al bar). Il problema sta nei contenuti, nel lassismo e nella scarsa qualita' di certi insegnanti. Nella loro assenza di motivazione, nel loro stagnare negli stessi temi senza aggiornarsi da 30 anni, senza tentare di migliorarsi.  Nel loro fare meta' delle ore previste, nel presentarsi sempre tardi, con il tacito assenso dello studente che vede profilarsi ore di svago ed un esame 'leggero'.
Basta con i corsi 'opachi' dove situazioni improponibili e vistose carenze si trascinano negli anni nell'indifferenza (o peggio, nella complicita') generale. Non dico di licenziare i cattivi professori (siamo pur sempre nel settore pubblico), ma richiami e attestati di stima dovrebbero essere all'ordine del giorno per mantenere i professori motivati e dare agli studenti un controllo diretto sulla qualita' di cio' che gli viene insegnato. Richiami ed attestati che non devono passare nelle infinite maglie temporali e spaziali della burocrazia (che fagocitano le fallimentari schede di valutazione), ma essere competenza diretta di organi snelli e competenti, propri di ciascun corso di laurea, formati sia da studenti che da professori che prendano con serieta' il loro compito.

I miei suggerimenti non sono astrusi, ma forse comunque utopici, perche' chiederebbero in primo luogo un cambiamento di mentalita'. Cio' che propongo e' l'introduzione di qualche blando elemento di meritocrazia e di trasparenza che coinvolga professori e studenti nella sostanza, e non solo nella forma. Nuove forme di partecipazione e cooperazione che non siano uscite, per una volta, dai modelli degli anni sessanta-settanta.
Il punto focale e' chi trarrebbe vantaggio da tali cambiamenti. Io dico che ne trarremmo vantaggio tutti noi, tutti gli studenti. Ne trarrebbe vantaggio piu' in generale la condizione ed il prestigio sociale e lavorativo del laureato in filosofia, eterno spernacchiato dell'Universita' italiana.

Capita molto spesso di ascoltare oratori incauti, i quali citano risultati scientifici in modo impreciso oppure erroneo per sostenere le proprie tesi.
Vi sono in particolare due ambiti nei quali questo abuso si manifesta su larga scala: la divulgazione delle filosofie orientali e la riflessione cosiddetta 'postmoderna'.
Nel primo caso, non si risparmiano connessioni tra induismo e meccanica quantistica, tra Buddha ed Heisenberg, e via dicendo. Una tesi particolarmente condivisa è che quanto ha prodotto la fisica nel novecento (dalla teoria della relatività ristretta in avanti) sia in una certa misura una 'corroborazione' di alcune convinzioni comuni alle filosofie orientali, riguardo il mondo ed il nostro rapporto con esso.
Possiamo individuare nel "Tao della fisica" l'incipit di questa appropriazione indebita – continuata poi con un altro libro, "fisica lisergica" (e sicuramente ne sono stati pubblicati molti altri che non conosco). Le teorie fisiche del XX secolo sarebbero interpretabili in direzione di un "olismo della vacuità", al quale la saggezza orientale era del resto giunta con largo anticipo.

La seconda cordata è costituita dai cantori del post-moderno, in particolare Laveitre. Il postmoderno nelle sue varie forme predica la fine di ogni riflessione teorica di ampia portata, dunque la fine della 'verità' in termini assoluti, l'avvento del 'pensiero debole' e del primato della pratica. Le "prove" predilette in questo caso sono costituite da alcuni risultati di logica matematica (i teoremi limitativi di Godel, Tarski e Church) ed ancora l'immancabile teoria della relatività di Einstein – del resto, basta fermarsi al nome per capire che "il succo" può essere riassunto nella massima "Tutto è relativo"!

Vorrei porre in evidenza che non c'è nulla di sbagliato nel tentare analogie tra campi diversi della conoscenza. Quello che infastidisce è la pochezza e la sufficienza con la quale si chiamano in causa certi temi scientifici. Nessuno si sognerebbe di citare in modo erroneo le terzine di Dante. Capita invece di frequentare "circoli letterari" dove un relatore, nonostante una preparazione non adeguata, si esibisce in incauti 'parallelismi' scientifici – E magari fa pure bella figura, se i presenti non hanno gli strumenti per notare la sua impreparazione.
Spesso si sopperisce ad una scarsa conoscenza del contenuto matematico di una teoria con la conoscenza di alcune sue interpretazioni oppure con le metafore utilizzate dall'autore o da altri per descriverne le scoperte. Tuttavia, le "fonti di seconda mano" non possono costituire un sostrato adeguato, soprattutto di fronte ad analogie così ardite come quelle che si vedono in giro.
La mancata consapevolezza di questo aspetto denota una scarsa cultura del lavoro matematico e scientifico, dei suoi metodi e dei suoi risultati. Talvolta, se anche qualcosa viene recepito, viene schedato mentalmente tra le 'curiosità', l'aneddotica, i 'paradossi della scienza moderna', nelle cui scoperte tendiamo a 'credere' piuttosto che cercare di 'capire'.

Questa piccola perorazione potrebbe ritorcersi contro di me, dal momento che ho dipinto le filosofie orientali e le correnti di pensiero sul postmoderno in modo inevitabilmente approssimativo, quasi parodistico. Bravi! Ed ora ritorco ulteriormente, proponendo tre brevissime 'correzioni' a tre delle 'storture' che trovo più odiose (il 'ritorcersi' deriva dal fatto che, forte della mia maturità classica e non avendo preparazione scientifica universitaria, sono anche io un dilettante le cui fonti sono in una buona parte 'di seconda mano').

1) "La teoria della relatività ci dice che tutto è relativo all'osservatore"

Probabilmente questa sentenza si riferisce alla teoria della relatività 'ristretta', i cui risultati sono forse noti in misura maggiore rispetto alla teoria generale (la celebre equazione E=mc^2 appartiene alla prima teoria, non dalla seconda).

Il presunto 'relativismo' del lavoro di Einstein è una bugia colossale, in quanto la teoria della relatività, a dispetto del nome, nasce dal tentativo di rendere le leggi dell'elettromagnetismo invarianti rispetto al sistema di riferimento – fare insomma con le equazioni di Maxwell quello che le trasformazioni di Galileo avevano fatto per le equazioni del moto di Newton.

La teoria della relatività generale procede ulteriormente in direzione dell'invarianza delle leggi della fisica. In particolare, la sua intuizione principale è che possiamo trattare tutti i sistemi di riferimento come sistemi inerziali – infatti possiamo considerare i sistemi accelerati come sistemi inerziali sui quali agiscono delle forze, ovvero dove la geometria è non-euclidea.

Dunque un appellativo più giusto potrebbe essere "teoria dell'invarianza", come lo stesso Einstein la chiamava prima che Planck suggerisse il nome che tutti oggi conosciamo. Del resto, lo stesso Einstein ci ha messo del suo per perpetuare la falsa credenza che la sua teoria predichi "tutto è relativo" – basti pensare al noto aforisma sul tempo trascorso in compagnia della donna amata.

2) "Il principio di indeterminazione di Heisenberg dice che l'osservatore perturba il sistema osservato".

Non tutti sanno che il noto risultato di Heisenberg non ha per necessità implicazioni epistemologiche così marcate.
In realtà, la frase tra virgolette interpreta la prima ipotesi di Heisenberg, quando gli sviluppi del formalismo matematico lo condussero a sorprendenti scoperte rispetto ai fenomeni osservabili al livello atomico.
"L'indeterminatezza" in termini un po' più precisi sarebbe la proporzionalità inversa tra la precisione di misurazione di due proprietà osservabili di una particella o di un elettrone: il caso che più colpisce l'immaginazione riguarda le proprietà della velocità e della posizione. Infatti, tanto più precisamente misuriamo l'una, tanto meno precisamente possiamo misurare l'altra. Dunque non saranno mai entrambe determinate in modo completo, allo stesso momento.
Questa proprietà degli 'osservabili' al livello atomico è l'interpretazione di un fatto matematico: la non-commutatività della composizione di matrici.
Se una matrice descrive una proprietà osservabile, il fatto che la loro composizione non goda della commutatività indica che due proprietà non possono essere misurate insieme con precisione arbitraria.
Tutto qui! La prima idea di Heisenberg, quella dell'influsso dell'osservatore, non è l'intuizione corretta, come egli si accorse in seguito. Infatti l'indeterminazione è intrinseca al formalismo delle matrici , dove non compare una variabile-osservatore. La non-commutatività è interpretabile come una impossibilità di misurare in termini assolutamente precisi due quantità; riflessioni su osservatori ed osservati vanno oltre quanto dice effettivamente la matematica di cui Heisenberg si serve.

3) "Dopo Godel sappiamo che nessun sistema (metafisico?) può contenere tutte le verità".

Dal primo teorema di incompletezza di Godel consegue che qualsiasi sistema formale assiomatico non-contraddittorio con risorse espressive adeguate ad esprimere gli enunciati dell'aritmetica non potrà mai avere tra i suoi teoremi tutte le verità dell'aritmetica. C'è dunque una asimmetria tra quanto è "vero" nell'aritmetica e quanto è "dimostrabile" in un sistema formale con le suddette caratteristiche.

Le misinterpretazioni nascono forse dall'imprecisione della formula "risorse espressive adeguate" e scarsa considerazione per le precisazioni "sistema formale assiomatico" e "verità dell'aritmetica".
Ci si è richiamati al teorema di Godel per gli scopi più disparati: mostrare la contradditorietà (?) della Bibbia, decretare la fine della teoresi, della metafisica, l'inafferrabilità della verità.
Certi voli pindarici sono talmente fuorvianti che non è possibile darne una confutazione seria. Una applicazione più interessante riguarda però un campo, le scienze cognitive, dove effettivamente l'analogia ha un suo senso. Infatti, le 'macchine calcolatrici' (diciamo i Computers) possono essere viste come sistemi formali assiomatici, e possono rispondere ai requisiti di espressività sopra enunciati. L'argomento in questo caso è che (1) Un computer è soggetto all' 'incompletezza' descritta da Godel: cioè non può dimostrare (computare) tutte le verità dell'aritmetica. In particolare non può dimostrare l'enunciato "T" di Godel, indimostrabile ed irrefutabile. (2) La nostra mente conosce tutte le verità dell'aritmetica, in particolare può comprendere l'enunciato "T". (3) La nostra mente è qualcosa di più di una macchina – (un'anima, una sostanza disincarnata?).

Il punto debole del ragionamento riguarda l'assimilazione tra "comprendere", "capire" da una parte, e "computare", "dimostrare" dall'altra.
Inoltre, anche accettata tale assimilazione, siamo proprio sicuri che "comprendiamo" tutte le verità dell'aritmetica?   In "Godel, Escher, Bach", Hofstader costruisce, a partire dagli stessi risultati di Godel, un enunciato della matematica talmente 'abnorme' che la sua scala di grandezza sfugge alla nostra comprensione.

Tutto questo per dire che il teorema di Godel riguarda la matematica, riguarda i sistemi formali ed il rapporto tra verità e dimostrazione.
Riguarda in particolare la verità "semantica", relativamente ad un modello, una nozione tecnica che non deve mescolarsi all'idea vaga di 'verità' che tramanda certa cattiva divulgazione filosofica.
Il teorema non riguarda dunque la "verità metafisica"; non si applica alla letteratura, all'arte, ai sistemi di pensieri o politici; è criticabile il suo rapporto con il dibattito mente-corpo.

Personalmente, sono sempre rimasto meravigliato in misura maggiore dai mezzi dimostrativi (meta-dimostrativi) inventati da Godel per provare il suo teorema, piuttosto che dall'effettivo enunciato di quest'ultimo. Non è forse questo sufficiente a destare interesse ed ammirazione, senza coinvolgere per forza "la vita, l'universo e tutto quanto"?

Prima o poi la mia promessa, di una seconda parte con alcuni esempi di (secondo me) buona divulgazione filosofica, andava mantenuta…

Il problema di Platone (Ontologia, storia della filosofia, filosofia della matematica)
Marco Panza, Andrea Sereni

Di cosa parla la matematica? E se parla di una qualche realtà, come possiamo osservarla e conoscerla? È il problema sollevato da Platone, che accompagna da sempre la filosofia e anima molte discussioni odierne. Questo libro ne ripercorre la storia giungendo a ricostruire il dibattito attuale attraverso le risposte di Aristotele, Proclo e Kant, il logicismo di Frege e Russell, il formalismo di Hilbert, il platonismo di Gödel.

Diversamente da altri libri di argomento simile, l'opera di Panza e Sereni si lascia apprezzare per due motivi.
Il primo è l'approccio storico inconsueto, nel senso che congiunge il dibattito sugli enti matematici in età antica (Platone, Aristotele, Medievali) con il dibattito in età moderna e contemporanea (da Frege in poi). Solitamente le due 'storie' sono trattate separatamente, o meglio è difficile trovare un libro che tratti di entrambe in modo approfondito e armonico.
Il secondo motivo di interesse è dato dalla scelta degli argomenti. In particolare il libro propone argomenti sconosciuti anche a buona parte del pubblico mediamente specialistico, come il dilemma di Benacerraf e l'argomento di indispensabilità. In generale, Panza e Sereni riescono a dare un'idea di come si articoli il dibattito contemporaneo e di cosa possa occuparsi oggi una attività 'ricerca' in questo ramo, che non sia di tipo meramente storico.

Parole, oggetti, eventi (Metafisica, filosofia del linguaggio, filosofia analitica)
Achille Varzi

L'anfora e la creta di cui è costituita sono una cosa sola? Potrebbe questa stessa anfora essere fatta di un altro materiale, o avere un'altra forma? E che cosa differenzia un oggetto materiale come un'anfora da entità di tipo diverso, come i gesti del vasaio, il profumo della creta fresca, il vuoto che la riempie? A partire da domande come queste, il libro offre al lettore un'introduzione critica ai principali temi di metafisica intorno ai quali si è articolata la riflessione filosofica degli anni recenti: la natura delle cose e degli eventi, le loro condizioni di identità e persistenza nel tempo, le loro relazioni di dipendenza, in generale le precondizioni del nostro parlare del mondo.

Il volumetto di Varzi è una divertente e divertita introduzione a quel ramo recente dell'attività filosofica che viene detto 'Metafisica analitica'. Si tratta di una indagine di questioni tradizionali dell'Ontologia (l'esistenza, il rapporto tra l'intero e le parti) condotta con moderni strumenti di filosofia del linguaggio. Il contenuto è accessibile al lettore non-specialistico, purché egli si armi di pazienza e intenda concentrarsi sulle sfumature linguistiche alle quali i numerosi esempi del libro vogliono introdurre.
Un assaggio di ciò che vi aspetta? "Dare un bacio" e "Dare una mela": il fatto che utilizziamo lo stesso verbo per descrivere l'azione implica che dovremmo attribuire ai baci una esistenza concreta simile a quella delle mele?

Il migliore dei mondi possibili. Una storia di filosofi, di Dio e del Male (Storia della filosofia moderna, etica, sistemi metafisici del seicento, Leibniz, Malebranche)
Steven Nadler

Nella primavera del 1672, il grande filosofo e matematico tedesco Leibniz arrivò a Parigi dove potè stringere amicizia con due dei più grandi filosofi del periodo, Antoine Arnauld e Nicolas Malebranche. Il confronto fra questi tre uomini eccezionali avrebbe prodotto effetti radicali, non solo per la filosofia leibniziana, ma anche e soprattutto per lo sviluppo del pensiero filosofico e religioso moderno. Nonostante l'enorme differenza fra le loro personalità e prospettive teoriche, i tre pensatori si diedero infatti un obiettivo comune: risolvere il problema del male nel mondo. Perché, in un mondo creato da un Dio onnipotente, infinitamente saggio, buono e giusto, esistono il peccato e la sofferenza? Perché alle persone buone capitano disgrazie e la fortuna arride ai malvagi? Cercando di risolvere questo enigma, Leibniz e i suoi colleghi francesi giunsero a conclusioni contrapposte circa l'essenza di Dio e lo scopo del suo agire. Cos'è più importante, si chiedevano i tre filosofi, la saggezza o il potere di Dio? E che rapporto sussiste tra fortuna in questo mondo e salvezza ultraterrena? Questo libro ricostruisce la storia di uno scontro tra visioni del mondo totalmente diverse, che ebbe al suo centro lo stretto rapporto di tre menti superiori, nutrito di mutuo rispetto ma anche di litigi, furore e indignazione. Ciò che emerse dalle loro conversazioni fu una vera e propria rifondazione moderna dei più antichi problemi filosofici.

Non l'ho letto per intero, ma è piaciuto molto ad una lettrice del cui parere mi fido ;-). Rispetto alle proposte precedenti, il libro di Nadler si contraddistingue per avere uno stile piacevole ed un taglio più storico e narrativo. Si tratta tuttavia di un autore che sa il fatto suo, in fatto di filosofia e di storia della filosofia. La lettura di quest'opera può essere l'occasione per riscoprire e finalmente apprezzare Leibniz ed il seicento filosofico, per i quali i vostri ricordi liceali potrebbero essere vaghi oppure spiacevoli…

La nottola di Minerva. Storie e dialoghi fantastici sulla filosofia della mente (Filosofia della mente, fantascienza, filosofia analitica, filosofia del linguaggio, etica)
Sandro Nannini

In un lontano futuro uno Straniero proveniente dal pianeta Elea giunge sulla Terra per tenervi una serie di conferenze di fronte ad un pubblico di umani e di androidi che impersonano varie correnti del pensiero filosofico. In questa forma, a metà tra fantascienza e filosofia esposta in modo dialogico, vengono toccati tutti i principali temi dell’odierna filosofia della mente – dal problema mente/corpo alla natura e all’origine nella evoluzione biologica della mente stessa, della coscienza e dell’io nella loro interazione con il mondo esterno – e viene difesa, contro ogni tipo di dualismo e di spiritualismo, una concezione materialistica della mente che si nutre delle scoperte più recenti delle neuroscienze e delle altre scienze cognitive.

Questa nottola è un animale strano nel panorama della divulgazione filosofica contemporanea. Non si tratta di un trattato sistematico, quanto piuttosto di una serie di dialoghi tra personaggi, scanditi per 'giornate', sul modello platonico. Il tema però è quanto di più attuale ci può essere: il problema della coscienza, del rapporto tra il corpo e la mente, il libero arbitrio. Nannini è stato uno dei primi a portare in Italia questa area di ricerca, che si pone all'intersezione tra filosofia, intelligenza artificiale, psicologia, linguistica e neurologia. Il suo stile di scrittura è invidiabile, a tratti spiritoso ma sempre molto rigoroso, nel rispetto del taglio 'fantascientifico' dettato dal contesto. Nonostante l'alternarsi dei dialoganti e delle loro posizioni, emerge chiaramente la posizione di Nannini, sostenitore di un approccio naturalista che riconduce la coscienza e la mente al cervello e le sue funzioni, alcune esplorate ed altre ancora da scoprire e comprendere.

Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza (meta-filosofia)
Franca D'Agostini

Il verso di Sandro Penna, "come è bello stare nel chiuso di una stanza, con la testa in vacanza, sopra un azzurro mare", può sembrare stravagante se riferito alla filosofia contemporanea, soprattutto se si pensa all'insistanza della filosofia recente sul primato della pratica e dell'impegno del filosofo nei confronti della realtà. La provocazione della citazione, però, vuole richiamare il lettore alla natura del lavoro filosofico. La filosofia è una sorta di "matematica allargata": una disciplina teorica, interessata ai concetti, ma anche al loro rapporto con le forme di pensiero e di vita. Fare filosofia significa sempre essere "altrove" con il pensiero.

Un'opera significativa, forse una delle più importanti tra quanto è uscito negli ultimi anni. Franca D'agostini è uno dei pochi studiosi di filosofia capaci di esprimersi con uguale competenza e onestà sulla filosofia analitica e continentale. Non è nuova a studi riassuntivi – si ricorda in particolare il recente Analitici e continentali, che fa il punto sulla filosofia degli ultimi trent'anni – e dimostra una notevole capaci nell'astrarsi dal contesto del particolare dibattito filosofico, per ragionare in modo più generale su temi molto difficili, come il ruolo della filosofia, e più nel concreto il ruolo dei filosofi nella società contemporanea.
L'autrice ha forse il difetto di dare troppo spesso un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ciò non toglie che è difficile trovare un testo di metafilosofia così aggiornato e degno di interesse ed attenzione. Un libro da leggere, discutere, con il quale ogni studente universitario di filosofia dovrebbe confrontarsi per riflettere sulla propria condizione e la propria materia.

Trovate una articolata recensione del libro qui.

Viene da chiedersi ogni tanto perchè chi studia filosofia goda, per lo più, del disprezzo dell'uomo comune. Si noti che questo non succede con lo studioso di matematica, di economia, di biologia. Questi altri 'addetti ai lavori' godono di maggior credito presso la comunità; eppure la loro attività è spesso altrettanto teorica ed inessenziale ai fini strettamente pratici. Credo che la differenza stia nell'intrinseca vaghezza della filosofia intesa come matrice disciplinare. Non si sa cosa si studi, non si sa di preciso cosa "ricerchi" un "ricercatore" di filosofia all'università, non si sa che lavoro facciano questi filosofi, a parte gli insegnanti e i mantenuti. Nella percezione diffusa il corpo della filosofia divulgativa è costituito da un annaquato impasto di opinioni, espresse da quello e da quell'altro pensatore, rielaborate in forma suggestiva con l'aiuto di qualche '-ismo'. Mentre il biologo ha una vera conoscenza, alla quale l'uomo comune può avvicinarsi solo dopo anni di studi, lo studente di filosofia non è poi tanto diverso da chiunque di noi. Ha solo molto tempo libero e una certa attitudine per i voli pindarici della speculazione. La sua conoscenza è sterile erudizione, un bagaglio di aforismi e massime da bacio perugina, buone per scrivere l'epigrafe ai romanzi e intrattenere le ragazze alla prima uscita. Il filosofo divenuto adulto altro non è che un grazioso soprammobile della società in cui vive, un grillo che ogni tanto pesca qualche citazione dalla sua collezione e la espelle sotto forma di libro, ad uso e consumo dell'impiegato in vena di letture impegnate. 
La scuola dell'obbligo fortifica questa convinzione, nel presentare la materia come una cavalcata attraverso i secoli, dove ogni pensatore sostituisce la bislacca metafisica del predecessore con la propria, secondo un'impronta personaggistica e storicista di cui non c'è traccia nell'insegnamento di altre materie come chimica, fisica e matematica. 
 
Ritengo che questa descrizione satirica contenga in realtà molti dei pregiudizi di cui si compone la percezione dell'attività filosofica presso il grande pubblico.
Mi piace pensare che ciascuno sia in una certa dose responsabile dei propri mali. Perciò chi studia, divulga, pubblica la filosofia ha un concorso di causa in tutto questo. Ritroviamo il germe nei famigerati discorsi da autobus.
Vediamone alcuni:
 
– "Pirandello è un grande filosofo"
– "Einstein è un grande filosofo"
– "Fabrizio De Andrè è un grande filosofo"
– "José Mourinho è un grande filosofo"
 
Chi pronuncia queste frasi spesso assimila il concetto di 'filosofo' al concetto di 'portatore di idee nuove/forti'. Perchè tutti costoro possono essere 'filosofi' in senso lato e non li direste mai 'matematici' in senso lato? Eppure mi pare che le idee nuove&forti siano il sale della matematica, e la storia della disciplina è ricca di pensatori con tali caratteristiche.
In tale accezione, per essere accreditati come 'filosofi' è sufficiente avere delle opinioni, esprimerle, essere nobilitati per questo.
Eppure non credo che chiamare Pirandello 'scrittore' e De Andrè 'cantautore' sia un peggiorativo. Il discorso è un po' quello di chi assimila taluni scrittori di canzoni a poeti. Non c'è una scala qualitativa: semplicemente gli uni scrivono canzoni e gli altri scrivono poesie!
Se poi si volesse argomentare l'attribuzione 'filosofo' sostenendo affinità tra quel personaggio ed il pensiero di filosofi passati, allora si può rispondere che per ogni opinione potete trovare la sua bella citazione in calce, a firma di Platone, Kant, Pascal, Schopenhauer, Nietzsche, Heiddegger, Wittgenstein solo per indicare i più 'gettonati' nel settore degli aforismi. Pagate Galimberti, e lui vi troverà il collegamento tra Mourinho e l'esistenzialismo.
 
 
– "Filosofia della bugia"
– "Filosofia della danza"
– "Filosofia del paesaggio"
– "Filosofia delle carte"
– "Filosofia del mocassino"
– "Filosofia del seno
– "Filosofia dell'errore"
 
 
Ebbene sì, ogni oggetto, animato ed inanimato, concreto ed astratto, ha la sua bella 'filosofia di – ' nello scaffale di Feltrinelli. Ma cosa contengono queste opere, che si aggirano spesso tra le 150 e le 200 pagine? La domanda mi perseguita ogni volta che varco la soglia di una libreria. Non posso fare a meno di sfogliarli e leggere alcuni passaggi, per comprendere come sia possibile riempire tutto quello spazio con astrazioni e concettualizzazioni riguardo la danza, le tette e le carte.
 
La risposta è che il più delle volte il volume è una mistura di due ingredienti, somministrati con scarsa sistematicità:
 
– gradevoli foto, poesie, frammenti di opere letterarie che abbiano una qualche attinenza col tema.
 
– tutto quello che hanno detto molti filosofi di una qualche attinenza col tema (certe volte cascano le braccia a sapere cosa pensasse in materia di etica il filosofo noto per i suoi studi di epistemologia – quando ti chiedi perchè abbia ritenuto di condividere col mondo la propria nuda opinione su quello che non era 'il suo campo', puoi pensare che le cose siano andate in due modi: (1) I discendenti avidi hanno pubblicato tutte le cartacce che egli volle lasciare inedite (2) ad un certo punto si è detto: "embé, tutti i filosofi precedenti hanno lasciato la loro opinione sull'argomento: mi tocca. Al massimo i manuali destineranno alla cosa tre righe in fondo al capitolo, e il professore manco lo vorrà sapere all'interrogazione").
 
Il peggio che può capitare è un testo delirantemente condensato, che introduce miriadi di concetti barocchi senza definirli,con l'intento di intimidire ed imbarazzare il povero lettore a contatto con la sua finta complessità. Questa subdola operazione di marketing si attua spesso con l'intercalare "ontologicamente", con le ipostatizzazioni ("alterità", "realità") ed il proluvio casuale di termini tecnici ("nichilismo", "solipsismo") così come di formalismo pseudo-matematico ("l'x tale che", "siano A e B il seno destro ed il seno sinistro").
 
 
– "La filosofia dei Simpson"
– "La filosofia di Lost"
– "La filosofia di South Park"
– "La filosofia del Dr. House"
 
Un sottogenere di grande successo ultimamente è la filosofia pop. Quando ci sono più autori, il risultato può essere accettabile (esempio: la filosofia dei Simpson). Quando l'autore è uno solo, spesso si tratta di un 'istant book' volto a cavalcare la moda televisiva del momento.
Quello che prevale in queste opere è la ricerca di temi trattati dal serial/telefilm, sui quali qualche filosofo abbia detto la sua. Non è un compito difficile, considerando che certi filosofi hanno scritto talmente tanto o hanno lasciato testi così vaghi e criptici che possiamo trovarci tutto ed il contrario di tutto; soprattutto, possiamo trovarci il famoso 'nesso' con il telefilm. Il grado di approfondimento sarà comunque il più delle volte inferiore a quello che una qualunque rivista specializzata del settore (e senza l'insegna "la filosofia di – "!) può esprimere.
 
 
Ho proposto, tra il serio ed il faceto, alcuni esempi di cattivio servizio reso alla filosofia. "Ah sì, e quali sarebbero i decantati esempi positivi?" Si chiederà qualcuno. "Crede che la filosofia dovrebbe essere tutta in formule come la matematica e la fisica" maligneranno altri. Dopo la pars destruens, mi tocca rispondere con la pars construens. Nella prossima puntata, vorrei cercare di proporre qualche esempio credibile di 'buona' divulgazione filosofica.

Riporto alcuni passi di un post, secondo me molto interessante, di un certo "Mondo di galatea" (link), a proposito del concerto del Primo maggio, a cui io stesso ho assistito in televisione.

I gruppi, i ggiovani, buttati sul palco a riempire la prima ora del pomeriggio, annunciati come Pippo Baudo annuncia le sue eterne scoperte all’Accademia di Sanremo, ma premurandosi di far sapere che per essere lì han superato una selezione fatta tramite l’iscrizione al sito internet, perché siamo moderni, cazzo, noi. A vederli salire sul palco, con l’aria finto smandruppata da sono-appena-venuto-via-dal-centro-sociale-senza-nemmeno-farmi-una-doccia-perché-è-borghese, ragazzi che paiono datati come una vecchia copertina degli Intillimani, e cantano lagne analoghe, biascicando parole incomprensibili, ed è meglio, perché quando ti capita di afferrare un verso ha la stessa profondità delle frasi sui baci perugina scelte da Moccia. Canzoni vuote, riempite da null’altro che una generica aspirazione a dire qualcosa di Sinistra, che si riduce però a mimare una incazzatura non meglio definibile contro un mondo ingiusto e crudele come lo sono le mamme che portano via i giocattoli ai pupi. Essì che ce ne sarebbero di cose precise da denunciare, per cui incazzarsi davvero; essì che un tempo i grandi della canzone erano precisi come cecchini, nel delineare i ritratti dei mostri della società: l’odio richiede una buona mira, sennò è una scrollata di spalle qualunquista, una posa.

[….]

 Quando sale sul palco Sabrina Impacciatore, il delirio tocca il culmine. Che è agitata si capisce, ma ansima per tutto il tempo come se stesse girando un porno. Non si ricorda nulla, e quegli scarni siparietti che le hanno scritto e fatto imparare a memoria sono desolanti. In uno risponde ad un tizio che le chiede: “Mi ameresti se fossi uno stagnino?”, lasciando intendere baratri di disprezzo sociale verso chi fa una vile professione machanica, mentre se oggi una figlia laureata ti porta a casa un piastellista o un imbianchino come moroso i genitori borghesi stappano lo champagne, perché s’è finalmente sistemata con qualcuno che guadagna. Tu sei lì che ascolti, e ti chiedi dove cazzo vivano gli autori “di sinistra” dei testi, da quanto tempo non si facciano un giro nel mondo reale, in un autobus all’ora di punta, in un capannone industriale; e te lo domandi pure quando hanno l’alzata di ingegno di far uscire sempre la povera Impacciatore, che rantola ormai, con delle tette nude ed un culo di fuori finti, e mandarla a piazzarsi vicino al conduttore che parla. Che dovrebbe essere, satira? Non si capisce, la cosa è tanto imbarazzante che il conduttore glissa, e la povera Impacciatore torna frettolosamente dietro le quinte, sempre sbuffando come un mantice.

 

Non mi trovo tuttavia d'accordo sulla performance di Enzo Del Re: nel circo allestito da Vinicio sul palco la sua vena grottesca è stata un affascinante intermezzo, per coloro che come me non avevano mai sentito nominare questo personaggio!
 

Secondo lo storico dell'astronomia Steve Khun vi sono periodi cosiddetti di 'scienza normale'. In queste lunghe fasi gli scienziati si tramandano un certo paradigma, una generazione accademica dietro l'altra, in modo non dissimile alle comunità di credenti religiosi. Il paradigma è una certa visione del mondo dei fenomeni naturali, interpretati secondo un corpus di teorie accettate. Durante un periodo di 'fisica normale', un professore universitario tramanderà la fisica così come gli è stata spiegata durante la sua formazione; incoraggerà i suoi studenti ad occuparsi di risoluzioni di rompicapi, che altro non sono che attività di routine a scarso valore euristico, quali ad esempio la raccolta di dati, il raffinamento dei calcoli e via dicendo; promuoverà ad assistenti quelli che scrivono gli articoli migliori e più affini al paradigma; il ciclo si ripeterà, con gli studenti che divengono professori.
(a qualche amico studente di fisica la risoluzione di rompicapi potrebbe ricordare qualcosa…;))

Anche prendendo per buono il quadro disegnato da Khun – in particolare quello della "Struttura delle rivoluzioni scientifiche", 1965 – un giovane studente di scienze naturali (fisica PIUTTOSTO CHE! biologia PIUTTOSTO CHE! chimica) avrebbe comunque buone possibilità di fare carriera, nonostante la stagnante 'scienza normale'. Allontanandoci ora da Khun, possiamo infatti osservare che la scienza è per sua natura quantitativa, ed oggi anche – che consideriate questo una moda o un fatto intrinseco – molto, molto matematica e formalizzata. Se uno studente sbaglia i calcoli, questo è lampante. Non ci può essere disquisizione. Se invento una teoria che genera predizioni sbagliate, non posso difenderla sostenendo di essere un genio incompreso.

Ammettiamo tuttavia che quello della scoperta scientifica è un campo accidentato. Prendiamo allora uno studente di matematica. Qui non ci sono 'osservabili' di mezzo. Se sono uno studente dotato, potrò farmi strada dimostrando un teorema. Un teorema è dimostrato o non lo è, non posso sostenere una soggettività della dimostrazione! Allo stesso modo, posso essere creativo perchè propongo una nuova teoria formalizzata. Mostro una proprietà di una qualche struttura algebrica. Allora, anche qui non c'è molto adito a contestazioni. Tutto quanto si può contestare è di natura psicologica e sociologica: si può sostenere che i miei studi siano in fondo ininfluenti, oppure inutili. Tuttavia, se l'unica matematica che si fa strada fosse quella che serve all'industria allora in molti potrebbero iniziare a temere per i loro finanziamenti.
Ma questo generalmente non accade. La matematica è un ambito dove non c'è l'auctoritas. Non esiste – o non dovrebbe esistere – la 'dimostrazione per intimidazione', del genere: "poichè io sono Federico Gauss, questa mia asserzione è dimostrata, anzi..'triviale'!" In questo c'è una profonda uguaglianza: l'unico giudice della correttezza matematica è la matematica stessa.

Veniamo invece alla filosofia. Pensiamo ad un giovane studente di filosofia che ha una sua audace teoria sul mondo. Ah! Se fosse nato nel '600, forse gli sarebbe riuscito pubblicare un trattato di metafisica. Se avesse un Bertrand Russell (l'auctoritas) alle spalle, forse questi gli avrebbe scritto una prefazione e ora lo studieremmo nei manuali – come infatti facciamo con il Tractatus di Wittgenstein. Nella situazione attuale, è meglio che si metta l'animo in pace e passi i prossimi venti anni chino sulle glosse degli inediti dei filosofi già morti, prima di iniziare a dire qualcosa di suo.
Si potrebbe obiettare che anche un commento può essere creativo: giustissimo! Infatti, chi si è fatto strada ha iniziato con i commenti. Una interpretazione audace di un autore è comunque un atto di creazione, in cui c'è molto del nostro pensiero. Meglio questo, piuttosto che lanciare nuovi autori di metafisiche improbabili, freschi di liceo classico ed eroismi giovanili.
 
Posto questo, come si riconosce il buon filosofo? E' ovvio che non tutti i laureati in filosofia sono buoni filosofi. Magari sono buoni filosofi alcuni laureati in Ingegneria, o alcuni arredatori. Parliamo invece di filosofi di professione: definiamo (per convenzione, non per definitio quid rei) come tali gli uomini che (1) sono professori ordinari di filosofia all'università (2) hanno all'attivo alcune pubblicazioni importanti, tra articoli e libri. Come si diventa questo tipo di 'filosofi'? Solo una piccola cerchia dei laureati in filosofia potrà o vorrà aspirare a questa posizione. Il problema è che il loro successo non dipende da fattori quantitativi. La filosofia non è una scienza esatta (non che questo sia per forza un difetto), e presenta un problema di valutazione.
 
Facciamo due precisazioni. (1) Il problema di valutazione non è qualcosa di astratto, ma un fatto reale, che contempla fattori importanti per la vita del filosofo, quali il posto di lavoro, lo sbloccarsi di finanziamenti e via dicendo. Se il contenuto del tuo lavoro non può essere valutato secondo criteri che aspirino all'oggettività, è difficile considerarlo migliore o peggiore di quello di un altro; e dunque offrire i soldi a te o lui – detto in maniera molto raffinata.
(2) Lasciamo da parte il problema dei concorsi truccati e dei raccomandati. Partiamo invece da una idealizzazione.

Noi, giovani studenti di filosofia, decidiamo di fare la tesi su un particolare aspetto di un certo filosofo. Al 70% le tesi di laurea in filosofia sono di questo genere. Poniamo anche che il filosofo sia abbastanza conosciuto: siamo già in svantaggio. Infatti è più difficile trovare un cantuccio libero da interpretazioni nel pensiero di autori su cui (poniamo in Italia) è stato scritto molto – ad esempio Aristotele o Nietzsche. Ma difficilmente il relatore ci consentirà di scegliere un filosofo troppo oscuro, in quanto lui stesso non lo conosce bene ed è improbabile che alla sua veneranda età vorrà seguirvi in fondo a questa avventura.
Bene! Siete laureati. Ma ora inizia l'imponderabile. Quale accidentata strada porta alla qualifica di 'filosofi'? Dovete vincere un dottorato. Magari riuscite e poi guadagnate pure la docenza di un corso. Questo era quasi insperato! Ma cosa si deve produrre per arrivare a questo punto? Impossibile che una casa editrice affidi ad un filosofo sbarbatello la scrittura di un saggio che finisce nelle librerie. Potete tentare con gli articoli scientifici. E qui conta

Parte prima: un applauso ci seppellirà

Da alcuni anni a questa parte, le persone applaudono.

Sentono il bisogno, in qualsiasi ambito della dimensione collettiva, di aggiungere la chiosa, esprimere rumorosa commozione, quasi che fossero guardati, quasi che partecipassero al finale di un film. Proprio dallo schermo deriva questa invasiva usanza – ma da quello piccolo della televisione. Dai salotti pomeridiani, ai talk show, poi via ad invadere la ‘realtà’. L’applauso in poco tempo ha guadagnato spazio e credito nelle cerimonie ufficiali e nelle celebrazioni – ai battesimi, alle premiazioni, alle cresime, ai matrimoni. Mi hanno solo raccontato di applausi ai battesimi – al mio non ricordo, ma l’usanza non c’era ancora. Ad ogni modo, è piuttosto grottesco. Ma il peggio arriva al fin della vita: l’applausometro ai funerali ‘importanti’, per misurare la caratura e la fama del cadavere. Lo spellarsi le mani alla fine del minuto di silenzio, come se non fosse già significativo quel lasso di tempo surreale, dove centinaia di persone (se è il caso di un ritrovo collettivo) cessano per poco il loro chiacchiericcio. Quella è una commemorazione; l’applauso che segue è solo l’inizio del ritrovato frastuono.

Ma torniamo alle lauree. Anche alle cerimonie di laurea si applaude. Un tempo solo alla fine, ora anche in altri momenti significativi: la fine della dissertazione, la pausa tra un candidato e l’altro. Molti attori misurano la maleducazione di un pubblico in base alla tempistica degli applausi; se questi giungono prima della fine di una frase, oppure in un momento di tensione drammatica, il nugolo entusiasta è giustamente considerato anche un po’ maldestro. Allo stesso modo succede durante la sessione di laurea: il presidente neanche può terminare il "la dichiaro dottore in Qualcosa, col punteggio di .." che la schiera dei fans non si trattiene più, e comincia ad applaudire e urlare, con lieve disappunto – talvolta – del candidato stesso.
Come nel caso del minuto di raccoglimento, certe volte il silenzio è molto più pesante dell’applauso. Quando ogni momento diventa celebrazione, significa che più nessuno lo è. Ogni nota si perde in un magma indistinto di rumore. Non costa nulla applaudire, è un gesto elementare. Stare in silenzio costringe a pensare. Poi, certo, per chi non è abituato, pensare è sconsigliato, come canta Guccini.

Parte seconda: delirio codificato

Ma veniamo alla parte successiva della cerimonia di laurea: altrettanto ricca di interessanti dinamiche di gruppo. La claque del candidato, la stessa presente in aula, lo scorta fuori dall’edificio, solitamente dopo una investitura di alloro. Potrebbe anche andare, se non fosse per la variante "a forma di ciambella gigante" – le cui dimensioni permettono al candidato di reggerla solo come grande collana, col grottesco effetto di farlo assomigliare alla giovenca vincitirice di un concorso agricolo, oppure ad un sito di sepoltura adornato dalla corona inviata dall’ufficio del sindaco (alla vostra destra).

A questo punto cominciano, scanditi a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, i cori: "Dottore, dottore, dottore nel buco etc.."  Sospetto che la natura e caratura di questo inno generazionale sia vicina parente del "po-po-po" dei mondiali. Ma chi ha inventato questo slogan orribile? Le sue radici sembrano essere antiche. Forse un fresco laureato in medicina delle parti gastro-interiche. Ma non distogliamo l’attenzione dalla sequenzialità del rito.

La comitiva si dirige al luogo della goliardia. Qui i parenti lasciano campo libero ai sadici amici del candidato – i quali indossano i panni dei ‘nonni’ alle prese con la recluta al suo primo giorno nel dormitorio militare, e scatenano ogni risorsa idrica e culinaria per garantirgli un analogo trattamento.
Piovono uova, verdura, sugo barilla, cera e tempera. Ma fosse questo! Il problema è che la stessa cosa succede a fianco. E ancora alla ‘stazione’ successiva. Si scopre che tutti i dintorni sono popolati di piccoli gruppi, che ripetono gli stessi identici riti, con pochissime variazioni. La patina grottesca è garantita da questa miscela: atti di grande delirio, ma tutti codificati nei minimi dettagli. La follia standardizzata. Mi viene il sospetto che esista anche una agenzia di catering, che vende le uova, il sugo barilla, l’alloro, magari un sacco di tela in cui incelofanare preventivamente il candidato, perchè non si sporchi troppo.

Anche il luogo prescelto è standard. Le teste ‘allorate’ si dirigono tutte lì, un po’ come i turisti giapponesi a piazza San Marco. Ed allo stesso modo, fior di esercenti traggono gusto e profitto nell’approfittare di questa ritualità codificata, piazzato nei posti giusti i cartelli "si organizzano feste/banchetti/buffet di laurea".
In una grande città universitaria, ad esempio, esiste un lungo viale delle celebrazioni, con alberi posti alla giusta distanza. Un posteggio per piccole claque. Ad ogni albero viene appiccicata una poesia, che narra la storia del candidato. Tutto molto simpatico, e probabilmente anche di grande soddisfazione e divertimento per chi vi partecipa attivamente. Ma dall’esterno non si può non notare come tutti gli alberi abbiano i cartelloni della stessa fattura. Si intuisce che sono fatti in serie da una qualche copisteria. Qualcuno deve aspettare il proprio turno, che finisca l’altro, con il proprio cartellone in mano – forse dovremmo piantare nuova vegetazione. Ancora, le vessazioni a cui sono sottoposti gli allorati hanno le caratteristiche del rituale, allo stesso modo in cui, come detto prima, le matricole ricevono il loro bagno di nonnismo, oppure i giovani del villaggio ricevono il rito di iniziazione all’età adulta. Ciò che distacca l’evento della laurea da questi altri è l’azione normalizzante del marketing, l’impronta televisiva, così come l’incredibile uniformità dei vari festeggiamenti. Tutto ciò lascia come un’idea balzana in testa: che alle persone piaccia agire all’unisono, mossi da convenzioni immaganizzate in modo subliminale. "Non l’hai certo scoperto tu!" Avete ragione.  Allora applausi, allori, uova e stuzzichini. E via che ricominciamo.