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 "I am neither a traitor nor a spy, I only wanted the world to know what was happening."
 
"We don't need a Jewish state. There needs to be a Palestinian state. Jews can, and have lived anywhere, so a Jewish State is not necessary."
M. Vanunu, 2004
 
 
Israele possiede armi nucleari da almeno 40 anni. Ma non ha mai ammesso in forma ufficiale di aver avviato un programma nucleare. Si tratta di fatti risaputi, come anche sono risaputi i motivi per i quali tale atteggiamento e' stato sempre tollerato dalle potenze europee e statunitensi.
 
Tuttavia, meno nota e' la storia di Mordechai Vanunu. Tecnico nucleare israeliano, nel 1986 Vanunu squarcio' il velo di segretezza intorno al programma nucleare del suo paese concedendo una intervista al Sunday times, previo versamento di un cospicuo compenso. 
Subito dopo le rivelzioni al tabloid inglese Vanunu venne approcciato da una certa "Cindy", che lo convinse a volare in Italia per una vacanza romantica. Cindy era in realta' un agente israeliano e Vanunu venne sequestrato a Roma dal Mossad (una delle operazioni che contribuirono al 'mito' dell'organizzazione) con il beneplacito dei servizi italiani.
 
Rivelare la verita' ad un paese straniero costo' a Vanunu l'accusa di alto tradimento, un processo per direttissima a porte chiuse che lo condanno' a 18 anni di carcere. Una sentenza durissima che tuttavia si porta dietro altri aspetti inquietanti. Ogni contatto con l'esterno venne proibito.
Nessun media poteva farsi rilasciare dichiarazioni da Vanunu (che tuttavia aggiro' il divieto con l'espediente di scrivere dettagli della detenzione sul palmo della mano, vedi foto). Un tempo interminabile, 11 anni, vennero passati in completo isolamento, sottoposto a torture psicologiche e trattamenti inumani – a detta di Vanunu, il suo essere stato cristiano prima di convertirsi all'ebraismo accentuo' le crudelta' dei suoi aguzzini.
 
Dopo altri 7 anni, nel 2004, Vanunu usci' finalmente di prigione. Tuttavia la sua dentenzione, in termini di liberta' personale, non era affatto terminata, assumendo anzi i connotati di una vera e propria persecuzione.
Vanunu non puo' avere contatti con cittadini non israeliani. Non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati. Non può possedere un telefono cellulare o accedere ad Internet. Ovviamente, non può lasciare lo stato di Israele.
 
Vanunu ha ripetutamente fatto domanda di asilo politico a stati europei, tra cui la Norvegia, senza tuttavia riuscire mai a lasciare Israele. Nel 2007 e' tornato in carcere per essersi spinto in Cisgiordania, sotto il controllo israeliano ma formalmente al di fuori del territorio statale.
 
 
Poche voci, tra cui Amnesty International, hanno richiamato l'attenzione sulla condizione di questo prigioniero politico, la palese violazione dei suoi diritti fondamentali, l'irragionevolezza del supplizio e le torture subite. Resta il dubbio che tali voci sarebbero state molto piu' numerose e decise se il Poseidone dell'odissea personale di Vanunu non si fosse chiamato Israele. 

Uskebasi : chi l’ha visto?

E’ interessante notare come, nonostante la sempre citata immensità e frammentazione dell’oceano di Internet, certe notizie vengano tramandate di pagina in pagina con il copia ed incolla.


Cercate ad esempio "Uskebasi" su google. Lo fate perchè i vostri principali riferimenti culturali sono i fumetti della Bonelli, e questo personaggio, citato nel n.39 di Dylan Dog, vi è particolarmente rimasto impresso. La storia era bellissima, suggestiva, meditativa; il suo protagonista taciturno, "Il signore del Silenzio", eremita biblico a cavallo di coniglio gigante, è una figura che ritorna periodicamente, nei ricordi (ormai 15 anni dall’uscita dell’albo) e negli archetipi della tua memoria. Ma da dove proviene Uskebasi?

Dalla fantasia del soggettista. O forse no: l’albo fornisce più di un riferimento alla letteratura delle origini, alla Bibbia, ad eventi (fintamente?) tangibili, da porre in relazione con la figura dell’eremita.
Riporto il riassunto che comparve su questo spazio circa un anno addietro:

Un filosofo della mitologia ebraica vissuto (?) al tempo di Re Salomone. Egli era stato incaricato dal sovrano di interrogarsi sul grande quesito dell’umanità, quale sia il senso della vita, e fare ritorno solo nel caso avesse trovato delle risposte.
Uskebasi si ritirò a meditare su un’eremo dell’Anatolia centrale per trenta anni, senza proferire parola nè vedere altri esseri umani.
Ritornò alla corte di Re Salomone con un libro. I consiglieri esaminarono il manoscritto, e furono trovati suicidi. Il segreto che vi era scritto era così atroce che essi non avevano potuto sopportarlo. Il re, salomonicamente, decise che del significato della vita poteva anche fare a meno, e fece distruggere il libro.

Premetto che il particolare dell’Anatolia centrale me lo sono inventato io (non crederete mica a tutto quello che vi racconto!), il resto è tutta l’informazione che su Uskebasi fornisce il fumetto in questione.

Mi resta però il dubbio che qualche testo extra-dylandog che parli di Uskebasi possa esistere. O almeno qualche tradizione orale. Poiché non posso consultare rabbini e filologi, ho consultato Google, con il risultato di trovare un minimo ed un massimo di informazioni sull’argomento. Il minimo è dato da pagine di Facebook, myspace, blog, dove gli utenti si sono registrati con il nickname "Uskebasi". Il massimo invece consiste negli stessi dati che ho fornito sopra io, non uno di più. Tra l’altro, ho trovato addirittura persone che hanno fatto copia incolla di ciò che io avevo scritto, come se fossi una fonte autorevole!

Tuttavia, nessuno aveva notizie sulle fonti originarie da cui proviene l’enigmatico Uskebasi. Se intendete provare con "Uskebasi AND Salomone", o lanciarvi in "Uskebasi AND Kebra Nagast" , sappiate che non c’è nulla di più.
Io mi trovo ad un binario morto. Oserei dire che questo è un caso per Casaubon, il "Sam Spade della cultura" – personaggio del Pendolo di Focault di Eco, che si inventa il lavoro di ricercatore di informazioni bibliografiche.
In sua mancanza, mi rivolgo a voi, rabbini, filologi, mitomani e persone di altro genere, perchè possiate  soddisfare la mia curiosità e rivelarmi quali sono le fonti dietro del Signore del Silenzio.



Rassegna stampa #1.

Inter, Materazzi Denuncia ‘L’ispettore Coliandro’

31 agosto

Il difensore dell’Inter, Marco Materazzi ha denunciato il programma tv ‘L’ispettore Coliandro’. A confermarlo è Marco Manetti dei Manetti Bros. durante la conferenza stampa di presentazione della prossima serie della fiction Rai.

"Abbiamo ricevuto una denuncia dal giocatore perché durante un episodio della scorsa stagione una persona, perdendo al Fantacalcio, ha commentato rivolgendosi al giocatore: "Si è fatto espellere un’altra volta". Materazzi ha chiesto un euro per ogni spettatore contattato.

(Ansa.it)

Il virus gigante.

28 Agostro

Nel 1992 nell’acqua del condizionatore di un ospedale americano fu trovato un nuovo tipo di virus, più grande di un batterio, con dieci volte più geni di un virus comune, ma ancora incapace di riprodursi da solo.

(il Venerdì di Repubblica n.1119)

Se scorrete la lista dei record dell’Atletica femminile, scoprirete che alcuni sono imbattuti da prima della caduta del Muro.

400 metri – Record del mondo : 47.60 s ( Marita Koch, DDR 1985)
Staffetta 4×100 – Record del mondo :  41.37 (Gladish, Rieger, Auswald, Ghor, DDR 1985)
Lancio del disco – Record del mondo:  76.80 m (Gabriele Reinsch, DDR 1988)
Salto in lungo (indoor) – Record del mondo : 7.37 (Heike Dreschler, DDR 1988)

17 milioni di popolazione, 409 medaglie olimpiche in cinque edizioni dei giochi: da Monaco ’72 a Seul ’88. La DDR era una fabbrica dei record, soprattutto in campo femminile. Queste tedesche dal volto scavato, il naso acquilino, la voce baritonale e i bicipiti gonfiati, dominarono in lungo e in largo per due decadi. Alcuni nomi: Marita Koch, Heike Dreschler, Heidi Krieger, ma soprattutto la mitica Jarmila  Kratochvilovacecoslovacca, ma della scuola est-europea delle ragazze DDR.

Jarmila rimase un’icona, citata anche dagli Offlaga Disco Pax in una loro canzone (Robespierre, in Socialismo Tascabile 1997). Aspetto da armadio a due ante, fa molta più tenerazza oggi, quando la vecchiaia ha accentuato quei pochi tratti femminei. Allora, era un trattore frantuma-record, che lasciava a 15 metri di distacco le avversarie più vicine. Ha portato gli 800 metri a 1:53:28 nel 1983 – e questo tempo resiste ancora, il più longevo dell’atletica leggera. Curiosamente, è stata proprio un’altra atleta dall’aspetto mascolino, Castor (!) Semenya,  a portare in questi giorni gli 800 a tempi prossimi al record (1:55). Ma resta difficile pensare ad una donna, che possa riprodurre l’incedere potente ed inesorabile di Jarmila.

Ma torniamo alla DDR. Da quando ci sono i giochi olimpici, lo sport è turbato dagli equilibri della politica internazionale. I risultati degli atleti diventano strumento di propaganda, un attestato la forza di una nazione.
Per sfruttare questa vetrina, la Repubblica Democratica Tedesca divenne un laboratorio del doping su grande scala, l’ormone di stato la via più diretta per creare l’uomo nuovo – anche se si tratttava di una donna.
Proprio sull’atletica femminile i medici più autorevoli concentrarono i propri sforzi: la naturale mancanza di potenza e muscolatura può essere aiutata ed accresciuta con mezzi propri, di cui allora si conosceva scarsamente il reale funzionamento, men che meno si era consapevoli degli effetti collaterali.

Eccoci dunque alle Olimpiadi di Montreal 1976: 11 medaglie d’oro su 13 vanno alle nuotatrici tedesche. Risultati clamorosi, raccolti da donne visibilmente irsute, che raccolgono l’invito dei microfoni con vocioni i quali fanno sobbalzare i giornalisti.

Otto anni dopo, le donne-uomo della DDR ottengono il risultato ancora oggi più clamoroso: 41:37 nella staffetta – l’apoteosi del lavoro di squadra, primato precedente polverizzato. Dopo Stati Uniti ed Unione Sovietica, nel medagliere ci sono loro.

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Oggi, queste atlete vivono gli effetti di una Chernobyl sportiva. Un quarto ha il cancro, Un terzo soffre di irregolarità ormonali, la metà di problemi ginecologici. Numerose sono morte prematuramente. Il caso più clamoroso ha riguardato la già citata Heidi Krieger, che oggi ha cambiato sesso e si chiama Andreas. Campionessa di Lancio del martello a metà degli anni ’80, ha  visto la propria femminilità scomparire, il seno atrofizzarsi, peli cresciere ovunque, fino all’emergere di una mascolinità – forse già presente, ma certo accelerata dall’abuso di farmaci. Documenti dell’epoca, esaminati oggi, rivelano una consuetudine quotidiana con ormoni e steroidi. La Krieger ha assunto, nel solo 1985, 2590 mmg di Oral-Turinabol, mille di più di quanti ne avesse dentro Ben Johnson a Seul.

A testimonianza di tutto questo, più che i risarcimenti valgono quei record citati all’inizio. A quei tempi e quelle misure non crede più nessuno, ma non sono stati cancellati. Allora diventa molto difficile batterli, senza gli aiuti supplementari. Potrebbero restare intatti per decenni, a monito della storia di quelle tedesche dell’Est, che sono diventate uomini e hanno spostato l’asticella al di sopra di ogni femminile sforzo.

Wikipedia:

Il pamphlet: genere letterario che consiste in un testo breve, per lo più con intenti polemici. (e, aggiungerei io, provvisti di titoli ‘strillati’ di forte impatto!)


Accidenti! Provate a cercare "Pamphlet" su Google, fiduciosi di trovare la home page di qualche cultore del genere…e invece nulla! E’ doveroso allora riparare in minima parte, con una top Five del genere.
Il Pamphlet in  Italia è stata soprattutto una letteratura politica. Il suo periodo d’oro sono gli anni ’70, quando la strategia della tensione e le stragi di stato diedero agli osservatori un bel po’ di materiale su cui lavorare.

#1 – Giorgio Steimetz (pseudonimo) : Questo è cefis – Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972.


Sottotitolo: l’altra faccia dell’onorato presidente.

Doveroso primo posto, per quello che è l’archetipo del pamphlet anni settanta. Primo motivo: è rigorosamente anonimo (chi si cela dietro Giorgio Steimetz?). Secondo motivo: ritirato immediatamente dal mercato, mai ristampato, è oggi introvabile (a meno di volerci versare qualche centinaio di euro, su E-Bay). Terzo motivo: il soggetto è nientemeno che il principe dei Pamphlet, Eugenio Cefis – principe, s’intende, in veste di imputato e non di accusatore.
Eugenio Cefis, tra Eni e Montedison, è stato uno dei più potenti imprenditori italiani. Il suo nome è stato accostato a tanti misteri, tanto da rivaleggiare con quello di Giulio Andreotti: come mandante dell’omicidio di Enrico Mattei, come defraudatore delle casse dello Stato (vedi Razza Padrona), come mandante dell’omicidio di Pasolini, come fondatore ed eminenza grigia della loggia P2.
Quello che è certo, è che la figura di Cefis ha ispirato una generazione di Pamphlettisti, in rappresentanza di un male oscuro, una miscela di eversione, capitalismo, mani sporche di sangue, piene di soldi, trame sotterranee.
Da riscoprire: Petrolio, di PP Pasolini – indagine romanzata sulle connessioni tra Cefis e gli anni dei Golpe e delle stragi.
Fonti: il pamphlet in versione (quasi?) integrale.

#2 – Guido Giannettini : Le mani rosse sulle forze armate – Savelli, Roma 1975.

Per chi ha avuto l’ardire di cercare questo introvabile libello – è circolato in poche copie solo negli ambienti militari – il divertimento (?) è assicurato. Troverete una sorta di manuale Scout in salsa fascismo del terzo millennio : come organizzare un campo d’addestramento nel bosco, come mobilitare sacche di resistenza anti-comuniste, come fronteggiare con l’intervento armato i cosacchi che stanno per abbeverare i cavalli a San Pietro. Guido Giannettini, sinistro figuro, è stato probabilmente uno dei principali artefici della strage di Piazza  Fontana, nonchè invischiato in gran parte dei loschi affari riguardo militari, servizi segreti, neo-fascisti, negli anni ’70. La sua ‘carriera’ denota una coerenza di fondo – non contento di ciò di cui era stato responsabile nel nostro paese, è andato ad organizzare dittature in Sudamerica, per poi rifugiarsi nel Portogallo di Salazar! Insomma, un buontempone, così nero che a confronto Pino Rauti era rosso.
Alla sua passione per l’eversione fascista, Giannettini aggiungeva un tocco di pan-militarismo. Già dal titolo, il Pamphlet reca la tesi che l’autore intende sostenere: il pericolo del comunismo si cela addirittura in seno alle forze armate italiane. Contestualizzato nella ‘guerra dei generali’ interna al SISDE in quegli anni, un libricino che ha fatto epoca, un vero e proprio manifesto dell’orrore della stagione stragista in Italia.
Nota storica: ‘Le mani rosse…’ fu una delle prove principali del collegamento di Giannettini con vari apparati dello Stato, nell’ambito del processo sulla strage di Piazza Fontana.

#3 – Eugenio Scalfari, Giuseppe Turani : Razza padrona – Feltrinelli, Milano 1974.

 

Sottotitolo: Storia della Borghesia di Stato.
Già da qualche anno, Scalfari si era ritagliato un ruolo di spessore nel giornalismo italiano. Il suo "L’Espresso" aveva fatto sensazione con servizi che nulla hanno da invidiare ai pamphlet di cui sopra: la rivelazione del Golpe Sifar (1967), l’emergere della pista nera nell’istruttoria di Piazza Fontana (1970), le inchieste su Calvi, per finire con la diffamatoria ed iper-pamphlettistica campagna contro il presidente Leone.
Nel libello, gli autori tratteggiano i caratteri della "Borghesia di Stato" – il manipolo di capitani d’impresa che foraggiano il capitalismo italiano con i finanziamenti pubblici, i salvataggi delle aziende in difficoltà, in una commistione di interessi politici ed interessi privati.
Ad impersonare il "borghese di Stato" per antonomasia, manco a dirlo, c’è ancora il nostro amico: Eugenio Cefis, in riferimento al quale, nell’ambito del salvataggio della Montedison, Scalfari e Turani non esitano a parlare di "saccheggio" ai danni delle casse statali.

#4 – Pascal Bruckner : Il singhiozzo dell’uomo bianco – 1985 (Ristampa Biblioteca della Fenice 2008).

Chiude la rassegna un libricino posteriore, molto anni ottanta e poco anni settanta. Pascal Bruckner ("un fanatico", nel giudizio di Luciano Canfora) ha in odio i ‘miti terzomondisti’: cioè l’atteggiamento che il primo mondo si è formato nei confronti dei paesi poveri, in un misto di compassione e solidarietà. Come in una parodia del cristianesimo, questo nuovo culto vede nel Sud il Salvatore, che redimerà tutti i peccati del capitalismo e l’industrializzazione.Bruckner invece intende porsi nei confronti del terzo mondo senza stereotipi, finto pietismo, pregiudizi positivi o negativi. Ci riuscirà? Di certo, ciò che è riuscito a fare è trovare un meraviglioso titolo: grottesco, curioso, assurdo – molto, molto pamphlettistico. Ma per il resto, che ‘nostalgia’ per i libercoli naive degli anni ’70!

Dopo l’ennesima conferma, ho dovuto sedermi e registrare il fenomeno.

Nuovi ed inquietanti scenari: anche tra gli uomini di lettere si diffonde ed imperversa il "piuttosto che".

Già registrato il decesso del congiuntivo (soprattutto nella subordinata che segue il "che"), assistiamo ora a nuovi ed ancora più scorretti usi dei costrutti della lingua italiana. La vittima questa volta è la disgiunzione – passata lentamente da ‘avversativa’ ad ‘equiparativa’.

Nell’uso corretto, il "piuttosto che" esprime una preferenza tra due alternative.

"Preferirei morire, piuttosto che darti una mano".


Nell’uso scorretto, sempre più frequente soprattutto nel milanese, è usato come una variante forbita dell’ "o".

"Mi piace la cioccolata, piuttosto che la marmellata, piuttosto che la passata di prugne".


Non bisogna sforzarsi molto per notare quanto sia demenziale questa dicitura.
Basta assistere ad una qualunque presentazione/ convegno di compulsing management, per rendersene conto. Chi la utilizza, è convinto che innalzi la sua caratura intellettuale – infatti "piuttosto che" è molto più lungo di "o"! Invece, potrebbe essere il sintomo di nuove dinamiche sociologiche.

In questa lettura, "piuttosto che" subisce una erosione qualunquista; una rozza equiparazione di tutte le alternative, causata dall’anestetizzarsi del nostro spirito critico e capacità di discernimento. La scelta non si pone: diventa un elenco amorfo delle alternative.
Si prega cortesemente di continuare a preferire, a scegliere, a giudicare questo meglio di quello. Meglio giudicare, piuttosto che ridursi ad elencare.

Microsoft vs Google

Il computer portatile (laptop) che lo studente medio acquista al giorno d’oggi presenta una sgradevole costante: sistema operativo Vista/XP già installato, Internet explorer browser predefinito.


Probabilmente già si saprà dei numerosi motivi per cui l’azienda Microsoft non andrebbe in alcun modo sostenuta: aspirazioni monopolistiche; disinteresse verso l’utente; programmi pesanti, lenti e macchinosi; software a pagamento, con codice sorgente oscurato; lancio di sistemi operativi sempre più orribili. Ultimo, Windows Vista: un mostro di lentezza, a causa dell’inutile e pesante grafica che avvolge anche la più basilare delle funzioni. 
Ma torniamo al browser, Internet Explorer: difficile da installare, lento a caricarsi, si presenta all’utente come un’autostrada a quattro corsie – le quattro barre degli strumenti necessarie a contenere le funzionalità a disposizione – la maggior parte delle quali verranno usate zero volte nella vita dell’Utente.

L’utente esperto passerà con noia in rassegna questo mio riassunto, perché tutto ciò che dico è risaputo e non molto approfondito.
Tuttavia, l’utente medio utilizza ciò che si ritrova già installato. Potrebbe passare una vita intera sotto la tirannia di Explorer. Se conosce un browser diverso, questo è Mozilla Firefox (e va già meglio!). Ma non conosce probabilmente Google Chrome.

Da motore di ricerca, Google è diventato in poco tempo sinonimo di una moltitudine di servizi aggiuntivi – widgets – che si propongono come programmini piccoli, leggeri, ma estremamente utili. Gmail, Google Maps, Google news, e molti altri. Il denominatore comune di questi servizi è la versatilità, l’agilità, la discrezione. Google fornisce anche una home page dell’utente – Igoogle – dove è possibile visualizzare tra i wigdets quelli che ci sono più utili.
Vogliamo poi parlare di Google Chrome? Un browser leggerissimo, che si installa in un attimo, con una interfaccia semplice ed essenziale, ma funzionale alle esigenze più immediate dell’utente. Inoltre, il suo codice sorgente è disponibile, gratuitamente, alla luce del sole. Le sue parti sono componibili e scorporabili. E’ possibile ad esempio scaricare ed utilizzare il solo interprete JavaScript di Chrome – che, tra parentesi, è di gran lunga più efficiente sia dell’interprete di Firefox che di quello di Explorer.
Di Gmail si è detto molto e spesso molto bene; non a torto. Bisogna riconoscere che a Google lavorano in modo fresco, nuovo, open source, nello spirito che contraddistingue la rete. Microsoft lavora con la logica di un gigante industriale, uno stile vetero-capitalista novecentesco – e questo si riflette sulla  percezione che l’utente ha delle sue applicazioni. 

In ultimo, segnalo una di quelle applicazioni di cui sopra, poco conosciuta ma piena di potenzialità: Google Libri.
Potete utilizzare il vostro account per salvare una biblioteca personale, e cercare nuovi libri tramite un motore di ricerca dedicato. I titoli a disposizione rappresentano veramente l’intero scibile umano (non mi è ancora capitato di fare una ricerca senza risultato) e spesso il record selezionato è fornito di commenti, recensioni, estratti, link ad altri libri che lo citano. A volte, addirittura, il libro intero è disponibile gratuitamente in consultazione. In ultimo, a lato della pagina vi sono 5 link ai principali booksellers online, i quali vi indirizzeranno alla pagine nel quale il libro in questione può essere acquistato.

Da mesi ormai si parla del lancio definitivo di un sistema operativo marcato Google. Inutile dire che aspetto con interesse questo decisivo passo verso la definitiva googlizzazione.

 

Oggi ho scritto due parole sul tema: unificazione in fisica, riduzionismo, simmetria, supersimmetria. Purtroppo tutto è andato perduto, cancellato dalla Cache del browser. Nella disperazione di dover riscrivere tutto, lascio solo questo avviso a monito per i posteri.
Argh!!!

La malvagità del pelo.

Clamoroso Furto di capelli ai danni di esponenti dell’intellighenzia contro-culturale.



Minzolini

Signorini

Bondi
Galliani


Si battono tutte le piste, alla ricerca di un possibile collegamento tra le vittime.



Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

(Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista)