Category: Storia


Il terremoto estense

Tremò la terra, e a quell’orrore estremo
di triplicate scosse in un sol giorno,
che il mondo primo in sé fesse ritorno
sì dentro a me temei, ch’ancor ne tremo.
Il cor contrito e di peccati scemo,
armato contra ogni tartareo corno,
s’arrese al volto d’alti raggi adorno
de l’angeletta, di cui scrivo e gemo.
Ne la luce crescente a gli occhi miei,
donde crebbe il tremor de le midolle,
vidi tal ben, ch’a Dio vicin mi fei.
Così quinci mi svelsi; e ben vorrei
ch’or, senza quel che il desio ingordo volle,
l’alma tremante assicurassi in lei.
(Il ben divino, IV)

E gia’…come si suol dire, i versi di Giovan Battista Nicolucci (1530-1575) detto Il Pigna “sembrano scritti ieri”. Parlano di un terremoto, il piu’ tremendo che l’Emilia ricordi (almeno credo: difficile paragonare i mezzi di informazione di allora con oggi). Ma parlano anche di una donna, dai tratti tipicamente stilnoveschi: il Pigna si lascia andare all’amore per la divina creatura, nella speranza che il suo spirito “tutto tremante e lasso” possa trovare pace e ristoro.

L’evento storico a cui si riferisce il sonetto e’ il terremoto (5.5 Scala Richter) che scosse Ferrara per ben 4 anni (ma alcune cronache riportano addirittura 13) a partire dal 1570. Il cosi’ lungo perdurare dello stato di emergenza – ma sopratutto non sapere quando sarebbe cessato – creo’ uno stato di insicurezza perenne e panico diffuso, misti ad isterica rassegnazione.
Oggi come allora le persone sentirono bisogno di dare significato ad un supplizio simile: Dio o chi per lui aveva voluto punire la Casa d’Este (“trema, ducato ladro!”). Secoli piu’ tardi, non ci basta il “non sapere”, il “non poter spiegare” o spiegare con il fatalismo religioso: la calamita’ aziona un impulso automatico ad informarsi, a partecipare attraverso la mediazione dei mezzi di informazione, a condividere con altri. Parlare, cercare, muoversi, spesso distende i nervi e serve a sfogare impotenza e frustrazione. Ma puo’ anche generare maggiore ansia.

Se altri 4, o 13 anni saranno, faremo anche noi come Il Pigna, riannoderemo un passo alla volta i fili della routine quotidiana, inframezzata dal terrificante ticchettio della terra sotto i piedi? Del resto, c’e’ chi vive nella striscia di Gaza. Nell’appartamento di Elwood passa un treno a fianco della finestra ogni 5 secondi. La mente e’ cosi’ distorta che puo’ abituarsi a tutto, anche alla vita innaturale. E nonostante cio’, garantirsi spazi di pacifica bellezza, con le donne angeliche ed i sonetti, o magari entrambi.

La terra nostra, e non l’altrui, rimbomba
dal duol, che tanto la combatte e strugge,
e or si lagna, or fieramente rugge,
quasi ch’annunzi il fin l’orribil tromba:
onde fuor visi e dentro petti impiomba
l’inaudito tremor, che l’alma sugge,
e quanto il sol più da l’occaso fugge
più rinforza i sospir l’afflitta tomba;
perché la terra nostra e non l’altrui
sente appressarsi le sue angosce estreme,
per più bel sol che sé da lei divide.
E se di notte più si crucia e geme,
è che veggendo tôrsi il lume a nui,
suo crudo stato raffigura e stride.
(Il bel divino XII)
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  • L’operaio sta in rapporto al prodotto del suo lavoro come ad un oggetto estraneo[…] quanto più l’operaio lavora tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede. [,,,] L’operaio mette nell’oggetto la sua vita e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto. (Il Capitale)

Oggi e’ la festa del lavoro. Bisognerebbe amare di piu’ il lavoro. Non tanto l’avere un lavoro (su questo oggi si sono gia’ espressi in abbastanza), quanto farlo, produrre qualcosa, realizzarsi attraverso di esso. Come ho tentato di evocare con questa citazione, di Marx si ricordano molto alcuni concetti, meno altri: tra questi l’alienazione del lavoro, e cosa significhi combatterla.
Per molti combattere l’agonia del lavoro salariato ha significato rifiutarlo, cercare di farne una parte minore della propria esistenza e rendere la propria felicita’ indipendente da essa. Ma non puo’ essere questa la nostra aspirazione.

La vera rivoluzione sociale non e’ lavorare meno e lavorare tutti; nemmeno trovare il modo di andare in pensione il prima possible. La rivoluzione sarebbe che ognuno trovasse il senso del proprio lavoro. Che ognuno avesse la possibilita’ e la consapevolezza tale per realizzarsi attraverso cio’ che fa, e vederne effetti e benefici. Che non sono il denaro per il denaro del broker, ma neppure la tediosa prigione dei giorni tutti uguali.

Purtroppo sono molto pochi i privilegiati che amano il proprio lavoro. La maggior parte e’ costretta a conviverci, a spendere controvoglia il proprio tempo in una attivita’ che dia qualcosa da spendere in cio’ che rimane. Ma il lavoro non puo’ (non dovrebbe) ridursi solo ad un finanziamento di cio’ che e’ altro da esso. Ricominciamo a guardare ad esso con occhi diversi, impediamo di abituarci alla sua routine, di farne un fardello da portare; come una relazione d’amore, ha bisogno di nuovo entusiasmo per resistere al passare del tempo…ed in entrambi i casi ne sara’ valsa la pena.

Le conversazioni sul tempo diverranno interessanti ai primi segni della fine del mondo.
Stanisław Jerzy Lec, Pensieri spettinati, 1957

Dal momento che i polacchi spesso ci prendono, questo party si preannuncia davvero fico.
Non credo ci sia posto migliore di Villanova dove passare l’ultimo capodanno della civilta’ umana.

Copyright FP 2011

 
 "I am neither a traitor nor a spy, I only wanted the world to know what was happening."
 
"We don't need a Jewish state. There needs to be a Palestinian state. Jews can, and have lived anywhere, so a Jewish State is not necessary."
M. Vanunu, 2004
 
 
Israele possiede armi nucleari da almeno 40 anni. Ma non ha mai ammesso in forma ufficiale di aver avviato un programma nucleare. Si tratta di fatti risaputi, come anche sono risaputi i motivi per i quali tale atteggiamento e' stato sempre tollerato dalle potenze europee e statunitensi.
 
Tuttavia, meno nota e' la storia di Mordechai Vanunu. Tecnico nucleare israeliano, nel 1986 Vanunu squarcio' il velo di segretezza intorno al programma nucleare del suo paese concedendo una intervista al Sunday times, previo versamento di un cospicuo compenso. 
Subito dopo le rivelzioni al tabloid inglese Vanunu venne approcciato da una certa "Cindy", che lo convinse a volare in Italia per una vacanza romantica. Cindy era in realta' un agente israeliano e Vanunu venne sequestrato a Roma dal Mossad (una delle operazioni che contribuirono al 'mito' dell'organizzazione) con il beneplacito dei servizi italiani.
 
Rivelare la verita' ad un paese straniero costo' a Vanunu l'accusa di alto tradimento, un processo per direttissima a porte chiuse che lo condanno' a 18 anni di carcere. Una sentenza durissima che tuttavia si porta dietro altri aspetti inquietanti. Ogni contatto con l'esterno venne proibito.
Nessun media poteva farsi rilasciare dichiarazioni da Vanunu (che tuttavia aggiro' il divieto con l'espediente di scrivere dettagli della detenzione sul palmo della mano, vedi foto). Un tempo interminabile, 11 anni, vennero passati in completo isolamento, sottoposto a torture psicologiche e trattamenti inumani – a detta di Vanunu, il suo essere stato cristiano prima di convertirsi all'ebraismo accentuo' le crudelta' dei suoi aguzzini.
 
Dopo altri 7 anni, nel 2004, Vanunu usci' finalmente di prigione. Tuttavia la sua dentenzione, in termini di liberta' personale, non era affatto terminata, assumendo anzi i connotati di una vera e propria persecuzione.
Vanunu non puo' avere contatti con cittadini non israeliani. Non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati. Non può possedere un telefono cellulare o accedere ad Internet. Ovviamente, non può lasciare lo stato di Israele.
 
Vanunu ha ripetutamente fatto domanda di asilo politico a stati europei, tra cui la Norvegia, senza tuttavia riuscire mai a lasciare Israele. Nel 2007 e' tornato in carcere per essersi spinto in Cisgiordania, sotto il controllo israeliano ma formalmente al di fuori del territorio statale.
 
 
Poche voci, tra cui Amnesty International, hanno richiamato l'attenzione sulla condizione di questo prigioniero politico, la palese violazione dei suoi diritti fondamentali, l'irragionevolezza del supplizio e le torture subite. Resta il dubbio che tali voci sarebbero state molto piu' numerose e decise se il Poseidone dell'odissea personale di Vanunu non si fosse chiamato Israele. 

Quest'anno – in particolare questa estate – ricorrono i 10 anni di un evento che e' impresso vividamente nella memoria di ciascuno di noi. No, non si tratta di quello che state pensando: a meno che non stiate pensando alla meteorica parabola di Valeria Rossi ed il suo "dammi tre parole"!
Questo orecchiabile motivetto fu la martellante colonna sonora di quell'estate di 10 anni fa. Il 2001! Ci gingillavamo con i primi euro, i Lunapop erano ancora in circolazione, TMC ci abbandonava sommessamente e montava l'indignazione per il drammatico G8 di Genova.
E c'era pure Valeria Rossi: il video ce la mostrava cosi, in desabillie', con quegli abitini a tinte bianche che si dimenava (ma niente a che vedere con le ansiolitiche popstar del 2011!) un po' scontata come scontato era il suo nome. 
La canzone, pure quella, veniva giudicata scontata. Eppure il testo, apparentemente semplice, si presta ad interpretazioni ermetiste tali da farne un buon inserto per il Pendolo di focault. Basta prendere l'incipit:

C'è solo una cura 
Io so che lo sai 
È una stanza vuota 
Io mi fiderei 

Bravo puoi capire 
Cose che non sai 
Sei il tuo guaritore 
Sei nel tuo mondo 

E che dire poi del sole, cuore amore? Non e' forse il sole uno dei piu' fortunati simboli ermetici, degno di culti ad esso intitolati ed anche influente nella formazione della dottrina cristiana?
Non andatelo a dire a MrAnonimous07, perche' di sicuro verrebbe fuori che ci sono di mezzo gli illuminati, ed il successo della cantante romana (cosi' come quelli piu' recenti di Ryhanna e Katy Perry) e' dovuto in realta' alla devozione per il signore delle tenebre!

Insomma, se la canzone 'prendeva' non era solo per l'ape gigante che volteggiava nel video (altro simbolismo?),  non era solo per quel visetto, fresco ma reso misterioso dalle due simil-branchie lo solcavano ai lati della bocca: c'era un testo decisamente ipnotico, denso di messaggi subliminali e probabilmente proclami per la conquista del mondo. E l'ammaliante miagolio che contrassegnava lo stile canoro di Valeria lo rendeva ancora piu' ipnotico.

Eppure, in fondo, si sente che le sue intenzioni non erano malvage ne' guidate dal principe delle tenebre. Tutto sommato la si ricorda con affetto: uno di quei momenti di leggerezza e cretineria collettiva che alla fine si legano, nella memoria, a giovinezze della nostra vita, molto piu' di fatti ben piu' tragici e significativi. 
Ed il suo fu davvero un unicum: ci provo' ancora, dopo quel magico 2001, ma il successo delle tre parole era impossibile da ripetere (o forse gli illuminati l'avevano abbandonata).
Depressione, alcolismo? Decisamente no. 
Le cose non vanno affatto male. Valeria Rossi e' tutt'ora in attivita' come compositrice di testi, principalmente per altri cantanti italiani di fascia intermedia, ed occasionalmente anche per quel plotone di coatti e defilippiani che premono all'ingresso di X-Factor: tutti 'interpreti', quasi nessuno 'cantautore'.
A giudicare dall'intervista rilasciata a Libero (brr) appena un anno fa – link – al momento Valeria e' felice, quasi sollevata che quella cascata di notorieta' sia durata il tempo di un'estate di inzio millennio.
Dunque possiamo dire che questa storia italiana di una meteora e del suo tormentone ha davvero un lieto fine. Tutto cio' e' confortante.
(Thumbs up se adesso correte a riascoltarvi sole cuore amore!)

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Aggiornamento: e se Valeria Rossi fosse tornata nelle dubbie vesti di Arisa? Link La suggestiva ipotesi andrebbe a confermare il gusto per il doppio e per il criptico della Nostra…

 


 

Avevo appena finito di scrivere un nuovo post, sulle citta' fantasma:

  • Pripijat' (Ucraina), circondata dalla foresta rossa, a due passi dalla centrale di Chernobyl.
  • Consonno (Italia), sinistro paese dei balocchi abbandonato.

Splinder maledetto, mi hai distrutto il post 😦

Vi lascio solo una suggestiva immagine di Pripijat' che ho trovato con Google earth:

Ed una di Consonno (il particolare kitsch dell'albergo in stile orientale):

Inquietanti, non trovate?

Le leggende metropolitane sono sempre state una fonte di fascino per chi ha molto tempo libero.
C'e' in esse una componente inquietante e mistica, che fa tentennare o quantomeno sussultare anche il piu' razionale uditore.
L'Italia ha il suo bagaglio specifico di leggende metropolitane. Spesso riflettono un timore diffuso, che caratterizza una certa epoca. Ad esempio negli anni '80-'90 fiori' la leggenda di misteriosi 'untori' che adescassero ignare persone in discoteca, avessero un rapporto con loro, e abbandonassero la casa dello sventurato all'alba lasciando solo una scritta col rossetto sullo specchio del bagno: "benvenuto nel mondo dell'AIDS".
Od ancora, altri misteriosi individui sarebbero responsabile del seguente atroce misfatto: fissare lamette da barba alla meta' degli scivoli nei parchi giochi per vedere poi bimbetti orribilmente squarciati a meta'. Non dite che ora che lo sapete non farete un controllo la prossima volta che vi avvicinate allo scivolo.
Spesso le paure raccontate da queste leggende sono caratterizzate dal descrivere avvenimenti del tutto indipendenti dalla nostra volonta'. Fatti ineluttabili quanto terribili, per i quali non possiamo mai abbassare la guardia ma sembra impossibile non esserne colpiti.
In particolare nell'ultimo mese abbiamo assistito alla nascita di due nuove leggende metropolitane tutte italiane.
La prima riguarda la paura degli attentati. Dopo la morte di Bin Laden il mondo occidentale resta in allerta per via delle possibile azioni di rappresaglia. Certuni (le leggende metropolitane non hanno mai un referente preciso) a Milano hanno riferito di avere fatto un favore ad un arabo, per strada ed in modo del tutto fortuito. A mo' di ringraziamento, si sono sentiti consigliare "di non prendere la metropolitana in Maggio".La seconda leggenda e' una previsione del visionario para-sismologo Raffaele Bendandi. L'inventore riminese che vantava di prevedere i sismi con metodi non convenzionali. Metodi che non sono stati verificati oppure non hanno passato il vaglio di una indagine scientifica. Ma nonostante cio', tra le carte che Bendandi ha lasciato ci sono alcune previsioni future. Una riguarda proprio la data di oggi: 11 maggio 2011, sisma di enorme gravita' sconvolgera' Roma.

Ora, Roma non e' zona sismica. Non c'e' mai stato un sisma a Roma dai tempi della Pangea. Nonostante cio', la profezia di Bendandi e' fiorita come una vera e propria leggenda metropolitana. Tanto che oggi molti negozi cinesi a Roma sono rimasti chiusi, molti si dice hanno lasciato la citta', e chi e' passato per il centro ha descritto una capitale insolitamente silenziosa e sgombra di traffico. Per ora nulla e' successo, ma c'e' tempo fino alla mezzanotte ;-)….

Nella sua "Pace" Tonyosullascogliera conclude con un diluvio universale. E perche' invece non una pandemia? Io suggerisco la malattia del sudore, morbo poco conosciuto ma con caratteristiche suggestive, tra qui un decesso pittoresco e rapidissimo, unito a cause ancora assolutamente misteriose.

La malattia del sudore (sudor anglicus) e' un misterioso quanto micidiale morbo diffusosi a piu' riprese nell'Inghilterra del XVI secolo, dopo un primo focolaio nel 1485.
Come dice il nome, la malattia si manifesta nella sua fase intermedia con grandi ondate di sudore unite ad una alta temperatura corporea, palpitazioni, disidratazione, delirio. Questi momenti sono preceduri da una fase iniziale dove il portatore e' percosso da brividi incontrollabili, senso di apprensione, dolori alla testa ed alle articolazioni. (Quindi la prossimo volta che avete male al collo, e' perche' potreste avere la malattia del sudore.) Infine l'apprensione lascia spazio ad una irresistibile sonnolenza che porta ad un vero e proprio collasso da sonno, il quale in poco tempo conduce alla morte.
 
 
Mentre altre famose malattie inesorabili (peste, malaria) hanno comunque un periodo di incubazione 

quantificabile in giorni, la malattia del sudore porta alla morte dopo appena 3-6 ore dal manifestarsi dei primi sintomi, con una probabilita' di guarigione sotto il 10%. Una velocita' senza pari nella storia delle pandemie.
 
La malattia dall'Inghilterra si diffuse poi nell'Europa continentale, comprese le regioni mediterranee come Francia ed Italia. Non si tratto' tuttavia una epidemia di grande portata, per via dell'estrema rapidita' della malattia, che impediva al portatore di diffondere a sufficienza il morbo una volta contratto. Non si hanno piu' notizie di focolai di malattia del sudore dal 1578.
 
A differenza di molti altri mali del tempo, la malattia del sudore ha la peculiarita' di manifestarsi con maggiore frequenza tra le classi agiate. E' rimasto negli annali il caso della dinastia dei Duchi di Suffolk, dove i due eredi maschi, poco piu' che infanti, furono colpiti dalla malattia e morirono in poche ore.
 
Come spesso succede quando ci vanno di mezzo le posizioni di potere, fior di medici e fiosologi si mobilitarono per indagare il morbo e trovare cause. Eppure, ancora oggi le cause della malattia del sudore restano avvolte nel piu' completo mistero. L'ipotesi piu' consistente e' che sia da attribuirsi a scarse condizioni igeniche, ma questo non spiega come mai i nobili furono i piu' colpiti. Inoltre, poiche' la malattia si manifesto' in un'eta' per molti aspetti pre-medica, non siamo neppure a conoscenza di quale agente virale o batterico sia il portatore della malattia.
 
 
Ad ogni modo, gli sforzi dei luminari del tempo per estirpare il male portarono una certa mole di pubblicazioni.
La fonte piu' autorevole e' un testo datato 1551 del fisiologo John Caius, che titola: A Boke or Counseill Against the Disease Commonly Called the Sweate, or Sweatyng Sicknesse.
Ma piu' curioso e' il caso dell' "Eyn Regi" (foto in alto), volume pubblicato a Maburgo nel 1529. Coincidenza vuole che proprio questa citta' dia il nome ad un illustre 'discendente' della malattia del sudore, il morbo di Maburgo, prossimo al piu' noto virus Ebola. Come l'ormai dimenticato morbo inglese, queste febbri virali si manifestano con inusitata violenza, unite pero' ad appariscienti emorragie da ogni orifizio del corpo, ed infine (nel caso dell'Ebola) una mortalita' che sfiora il 90% dei casi. Per un approfondimento sul virus Ebola – del quale a sinistra potete vedere una foto al microscopio – suggerisco il documentario "Ebola Syndrome" di Herman Yau con il noto immunologo giapponese Anthony Wong.

 

Riporto alcuni passi di un post, secondo me molto interessante, di un certo "Mondo di galatea" (link), a proposito del concerto del Primo maggio, a cui io stesso ho assistito in televisione.

I gruppi, i ggiovani, buttati sul palco a riempire la prima ora del pomeriggio, annunciati come Pippo Baudo annuncia le sue eterne scoperte all’Accademia di Sanremo, ma premurandosi di far sapere che per essere lì han superato una selezione fatta tramite l’iscrizione al sito internet, perché siamo moderni, cazzo, noi. A vederli salire sul palco, con l’aria finto smandruppata da sono-appena-venuto-via-dal-centro-sociale-senza-nemmeno-farmi-una-doccia-perché-è-borghese, ragazzi che paiono datati come una vecchia copertina degli Intillimani, e cantano lagne analoghe, biascicando parole incomprensibili, ed è meglio, perché quando ti capita di afferrare un verso ha la stessa profondità delle frasi sui baci perugina scelte da Moccia. Canzoni vuote, riempite da null’altro che una generica aspirazione a dire qualcosa di Sinistra, che si riduce però a mimare una incazzatura non meglio definibile contro un mondo ingiusto e crudele come lo sono le mamme che portano via i giocattoli ai pupi. Essì che ce ne sarebbero di cose precise da denunciare, per cui incazzarsi davvero; essì che un tempo i grandi della canzone erano precisi come cecchini, nel delineare i ritratti dei mostri della società: l’odio richiede una buona mira, sennò è una scrollata di spalle qualunquista, una posa.

[….]

 Quando sale sul palco Sabrina Impacciatore, il delirio tocca il culmine. Che è agitata si capisce, ma ansima per tutto il tempo come se stesse girando un porno. Non si ricorda nulla, e quegli scarni siparietti che le hanno scritto e fatto imparare a memoria sono desolanti. In uno risponde ad un tizio che le chiede: “Mi ameresti se fossi uno stagnino?”, lasciando intendere baratri di disprezzo sociale verso chi fa una vile professione machanica, mentre se oggi una figlia laureata ti porta a casa un piastellista o un imbianchino come moroso i genitori borghesi stappano lo champagne, perché s’è finalmente sistemata con qualcuno che guadagna. Tu sei lì che ascolti, e ti chiedi dove cazzo vivano gli autori “di sinistra” dei testi, da quanto tempo non si facciano un giro nel mondo reale, in un autobus all’ora di punta, in un capannone industriale; e te lo domandi pure quando hanno l’alzata di ingegno di far uscire sempre la povera Impacciatore, che rantola ormai, con delle tette nude ed un culo di fuori finti, e mandarla a piazzarsi vicino al conduttore che parla. Che dovrebbe essere, satira? Non si capisce, la cosa è tanto imbarazzante che il conduttore glissa, e la povera Impacciatore torna frettolosamente dietro le quinte, sempre sbuffando come un mantice.

 

Non mi trovo tuttavia d'accordo sulla performance di Enzo Del Re: nel circo allestito da Vinicio sul palco la sua vena grottesca è stata un affascinante intermezzo, per coloro che come me non avevano mai sentito nominare questo personaggio!
 

 
 

Ecco una storia che e’ piaciuta alla mia sensibilita’ grandguignolesca.

La sera del 10 settembre 1945, Lloyd Olsen, del Colorado, era occupato in una delle mansioni che come contadino era solito svolgere: tagliare la testa ad un pollo a scopo di brodo.

Solo che Lloyd sbaglio’ leggermente il colpo, e la lama dell’ascia colpi’ molto in alto il collo del pennuto. La giugulare del collo rimase intatta, un rapido coagulo fece in modo che il sangue quasi non uscisse dal corpo. L’altezza del colpo fece si che un orecchio, nonche’ buona parte del tronco celebrale, rimanessero attaccati all’animale.

Mike (il pollo gia’ si chiamava cosi’ o fu un battesimo dovuto alla fama?) poteva ancora sentire e pensare. Ma la sua non fu l’agonia di pochi minuti: con grande sgomento, Olsen vide l’animale riprendere energie e sgattaiolare via sulle proprie zampe!

Nei giorni successivi, il pollo non solo vegetava, ma prosperava. Olsen lo nutriva amorevolmente con gocce lasciate cadere nell’esofago. Ingrasso’ da 1300 grammi a 3300. Rischiata la vita una volta, ora non era piu’ la mira di velleita’ culinarie, bensi’ un fatto curioso da far conoscere al pubblico.

Olson porto’ l’animale all’Universita’ dello Utah. Mike era decapitato da una settimana, ma gli scienziati non poterono che constatare le incredibili circostanze anatomiche di cui sopra, che avevano fatto si che fosse sopravvissuto all’evento. Il pollo divenne una celebrita’, perennemente in tournee’, protagonista delle copertine di Times e Life.

Mike mori’ in una camera d’albergo nel marzo 1947. Il suo padrone aveva dimenticato il contagocce che usava per pulire l’esofago, e l’animale rimase soffocato.

Il mito di Mike il pollo senza testa rivive nella festa che gli abitanti di Fruita, Colorado, dedicano ogni anno all’indimenticata star del luogo.