Category: Anniversari


  • L’operaio sta in rapporto al prodotto del suo lavoro come ad un oggetto estraneo[…] quanto più l’operaio lavora tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede. [,,,] L’operaio mette nell’oggetto la sua vita e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto. (Il Capitale)

Oggi e’ la festa del lavoro. Bisognerebbe amare di piu’ il lavoro. Non tanto l’avere un lavoro (su questo oggi si sono gia’ espressi in abbastanza), quanto farlo, produrre qualcosa, realizzarsi attraverso di esso. Come ho tentato di evocare con questa citazione, di Marx si ricordano molto alcuni concetti, meno altri: tra questi l’alienazione del lavoro, e cosa significhi combatterla.
Per molti combattere l’agonia del lavoro salariato ha significato rifiutarlo, cercare di farne una parte minore della propria esistenza e rendere la propria felicita’ indipendente da essa. Ma non puo’ essere questa la nostra aspirazione.

La vera rivoluzione sociale non e’ lavorare meno e lavorare tutti; nemmeno trovare il modo di andare in pensione il prima possible. La rivoluzione sarebbe che ognuno trovasse il senso del proprio lavoro. Che ognuno avesse la possibilita’ e la consapevolezza tale per realizzarsi attraverso cio’ che fa, e vederne effetti e benefici. Che non sono il denaro per il denaro del broker, ma neppure la tediosa prigione dei giorni tutti uguali.

Purtroppo sono molto pochi i privilegiati che amano il proprio lavoro. La maggior parte e’ costretta a conviverci, a spendere controvoglia il proprio tempo in una attivita’ che dia qualcosa da spendere in cio’ che rimane. Ma il lavoro non puo’ (non dovrebbe) ridursi solo ad un finanziamento di cio’ che e’ altro da esso. Ricominciamo a guardare ad esso con occhi diversi, impediamo di abituarci alla sua routine, di farne un fardello da portare; come una relazione d’amore, ha bisogno di nuovo entusiasmo per resistere al passare del tempo…ed in entrambi i casi ne sara’ valsa la pena.

Le conversazioni sul tempo diverranno interessanti ai primi segni della fine del mondo.
Stanisław Jerzy Lec, Pensieri spettinati, 1957

Dal momento che i polacchi spesso ci prendono, questo party si preannuncia davvero fico.
Non credo ci sia posto migliore di Villanova dove passare l’ultimo capodanno della civilta’ umana.

Copyright FP 2011

Quest'anno – in particolare questa estate – ricorrono i 10 anni di un evento che e' impresso vividamente nella memoria di ciascuno di noi. No, non si tratta di quello che state pensando: a meno che non stiate pensando alla meteorica parabola di Valeria Rossi ed il suo "dammi tre parole"!
Questo orecchiabile motivetto fu la martellante colonna sonora di quell'estate di 10 anni fa. Il 2001! Ci gingillavamo con i primi euro, i Lunapop erano ancora in circolazione, TMC ci abbandonava sommessamente e montava l'indignazione per il drammatico G8 di Genova.
E c'era pure Valeria Rossi: il video ce la mostrava cosi, in desabillie', con quegli abitini a tinte bianche che si dimenava (ma niente a che vedere con le ansiolitiche popstar del 2011!) un po' scontata come scontato era il suo nome. 
La canzone, pure quella, veniva giudicata scontata. Eppure il testo, apparentemente semplice, si presta ad interpretazioni ermetiste tali da farne un buon inserto per il Pendolo di focault. Basta prendere l'incipit:

C'è solo una cura 
Io so che lo sai 
È una stanza vuota 
Io mi fiderei 

Bravo puoi capire 
Cose che non sai 
Sei il tuo guaritore 
Sei nel tuo mondo 

E che dire poi del sole, cuore amore? Non e' forse il sole uno dei piu' fortunati simboli ermetici, degno di culti ad esso intitolati ed anche influente nella formazione della dottrina cristiana?
Non andatelo a dire a MrAnonimous07, perche' di sicuro verrebbe fuori che ci sono di mezzo gli illuminati, ed il successo della cantante romana (cosi' come quelli piu' recenti di Ryhanna e Katy Perry) e' dovuto in realta' alla devozione per il signore delle tenebre!

Insomma, se la canzone 'prendeva' non era solo per l'ape gigante che volteggiava nel video (altro simbolismo?),  non era solo per quel visetto, fresco ma reso misterioso dalle due simil-branchie lo solcavano ai lati della bocca: c'era un testo decisamente ipnotico, denso di messaggi subliminali e probabilmente proclami per la conquista del mondo. E l'ammaliante miagolio che contrassegnava lo stile canoro di Valeria lo rendeva ancora piu' ipnotico.

Eppure, in fondo, si sente che le sue intenzioni non erano malvage ne' guidate dal principe delle tenebre. Tutto sommato la si ricorda con affetto: uno di quei momenti di leggerezza e cretineria collettiva che alla fine si legano, nella memoria, a giovinezze della nostra vita, molto piu' di fatti ben piu' tragici e significativi. 
Ed il suo fu davvero un unicum: ci provo' ancora, dopo quel magico 2001, ma il successo delle tre parole era impossibile da ripetere (o forse gli illuminati l'avevano abbandonata).
Depressione, alcolismo? Decisamente no. 
Le cose non vanno affatto male. Valeria Rossi e' tutt'ora in attivita' come compositrice di testi, principalmente per altri cantanti italiani di fascia intermedia, ed occasionalmente anche per quel plotone di coatti e defilippiani che premono all'ingresso di X-Factor: tutti 'interpreti', quasi nessuno 'cantautore'.
A giudicare dall'intervista rilasciata a Libero (brr) appena un anno fa – link – al momento Valeria e' felice, quasi sollevata che quella cascata di notorieta' sia durata il tempo di un'estate di inzio millennio.
Dunque possiamo dire che questa storia italiana di una meteora e del suo tormentone ha davvero un lieto fine. Tutto cio' e' confortante.
(Thumbs up se adesso correte a riascoltarvi sole cuore amore!)

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Aggiornamento: e se Valeria Rossi fosse tornata nelle dubbie vesti di Arisa? Link La suggestiva ipotesi andrebbe a confermare il gusto per il doppio e per il criptico della Nostra…

 


 

Le leggende metropolitane sono sempre state una fonte di fascino per chi ha molto tempo libero.
C'e' in esse una componente inquietante e mistica, che fa tentennare o quantomeno sussultare anche il piu' razionale uditore.
L'Italia ha il suo bagaglio specifico di leggende metropolitane. Spesso riflettono un timore diffuso, che caratterizza una certa epoca. Ad esempio negli anni '80-'90 fiori' la leggenda di misteriosi 'untori' che adescassero ignare persone in discoteca, avessero un rapporto con loro, e abbandonassero la casa dello sventurato all'alba lasciando solo una scritta col rossetto sullo specchio del bagno: "benvenuto nel mondo dell'AIDS".
Od ancora, altri misteriosi individui sarebbero responsabile del seguente atroce misfatto: fissare lamette da barba alla meta' degli scivoli nei parchi giochi per vedere poi bimbetti orribilmente squarciati a meta'. Non dite che ora che lo sapete non farete un controllo la prossima volta che vi avvicinate allo scivolo.
Spesso le paure raccontate da queste leggende sono caratterizzate dal descrivere avvenimenti del tutto indipendenti dalla nostra volonta'. Fatti ineluttabili quanto terribili, per i quali non possiamo mai abbassare la guardia ma sembra impossibile non esserne colpiti.
In particolare nell'ultimo mese abbiamo assistito alla nascita di due nuove leggende metropolitane tutte italiane.
La prima riguarda la paura degli attentati. Dopo la morte di Bin Laden il mondo occidentale resta in allerta per via delle possibile azioni di rappresaglia. Certuni (le leggende metropolitane non hanno mai un referente preciso) a Milano hanno riferito di avere fatto un favore ad un arabo, per strada ed in modo del tutto fortuito. A mo' di ringraziamento, si sono sentiti consigliare "di non prendere la metropolitana in Maggio".La seconda leggenda e' una previsione del visionario para-sismologo Raffaele Bendandi. L'inventore riminese che vantava di prevedere i sismi con metodi non convenzionali. Metodi che non sono stati verificati oppure non hanno passato il vaglio di una indagine scientifica. Ma nonostante cio', tra le carte che Bendandi ha lasciato ci sono alcune previsioni future. Una riguarda proprio la data di oggi: 11 maggio 2011, sisma di enorme gravita' sconvolgera' Roma.

Ora, Roma non e' zona sismica. Non c'e' mai stato un sisma a Roma dai tempi della Pangea. Nonostante cio', la profezia di Bendandi e' fiorita come una vera e propria leggenda metropolitana. Tanto che oggi molti negozi cinesi a Roma sono rimasti chiusi, molti si dice hanno lasciato la citta', e chi e' passato per il centro ha descritto una capitale insolitamente silenziosa e sgombra di traffico. Per ora nulla e' successo, ma c'e' tempo fino alla mezzanotte ;-)….

Riporto alcuni passi di un post, secondo me molto interessante, di un certo "Mondo di galatea" (link), a proposito del concerto del Primo maggio, a cui io stesso ho assistito in televisione.

I gruppi, i ggiovani, buttati sul palco a riempire la prima ora del pomeriggio, annunciati come Pippo Baudo annuncia le sue eterne scoperte all’Accademia di Sanremo, ma premurandosi di far sapere che per essere lì han superato una selezione fatta tramite l’iscrizione al sito internet, perché siamo moderni, cazzo, noi. A vederli salire sul palco, con l’aria finto smandruppata da sono-appena-venuto-via-dal-centro-sociale-senza-nemmeno-farmi-una-doccia-perché-è-borghese, ragazzi che paiono datati come una vecchia copertina degli Intillimani, e cantano lagne analoghe, biascicando parole incomprensibili, ed è meglio, perché quando ti capita di afferrare un verso ha la stessa profondità delle frasi sui baci perugina scelte da Moccia. Canzoni vuote, riempite da null’altro che una generica aspirazione a dire qualcosa di Sinistra, che si riduce però a mimare una incazzatura non meglio definibile contro un mondo ingiusto e crudele come lo sono le mamme che portano via i giocattoli ai pupi. Essì che ce ne sarebbero di cose precise da denunciare, per cui incazzarsi davvero; essì che un tempo i grandi della canzone erano precisi come cecchini, nel delineare i ritratti dei mostri della società: l’odio richiede una buona mira, sennò è una scrollata di spalle qualunquista, una posa.

[….]

 Quando sale sul palco Sabrina Impacciatore, il delirio tocca il culmine. Che è agitata si capisce, ma ansima per tutto il tempo come se stesse girando un porno. Non si ricorda nulla, e quegli scarni siparietti che le hanno scritto e fatto imparare a memoria sono desolanti. In uno risponde ad un tizio che le chiede: “Mi ameresti se fossi uno stagnino?”, lasciando intendere baratri di disprezzo sociale verso chi fa una vile professione machanica, mentre se oggi una figlia laureata ti porta a casa un piastellista o un imbianchino come moroso i genitori borghesi stappano lo champagne, perché s’è finalmente sistemata con qualcuno che guadagna. Tu sei lì che ascolti, e ti chiedi dove cazzo vivano gli autori “di sinistra” dei testi, da quanto tempo non si facciano un giro nel mondo reale, in un autobus all’ora di punta, in un capannone industriale; e te lo domandi pure quando hanno l’alzata di ingegno di far uscire sempre la povera Impacciatore, che rantola ormai, con delle tette nude ed un culo di fuori finti, e mandarla a piazzarsi vicino al conduttore che parla. Che dovrebbe essere, satira? Non si capisce, la cosa è tanto imbarazzante che il conduttore glissa, e la povera Impacciatore torna frettolosamente dietro le quinte, sempre sbuffando come un mantice.

 

Non mi trovo tuttavia d'accordo sulla performance di Enzo Del Re: nel circo allestito da Vinicio sul palco la sua vena grottesca è stata un affascinante intermezzo, per coloro che come me non avevano mai sentito nominare questo personaggio!