Category: Università


Le mail di spam sono tedio e sollazzo della nostra quotidianità. Vi siete mai messi ad analizzarle? Ne esistono in effetti di molti tipi e differenti gradi di contraffazione.

Il genere più semplice e diretto, quasi sconcertante, è la richiesta di amicizia:

HelloI’m miss Rose, interested in you and i wish to have you as my friend, for a friend is all about Respect, Admiration, love and passion. Also friendship is consist of sharing of ideas and planing together, i intend to send you my picture for you, if you reply me.

Thanks from Rose.

Se non altro, non c’è una immediata richiesta di denaro. La maggioranza invece cerca di attirare l’attenzione con la prospettiva di un facile guadagno.
Questa tipologia include gli spam ‘primitivi’, che sfoggiano un imbarazzante uso di traduttori automatici:

buon amicoAlla ricerca di qualche pazzo doni per la vostra famiglia, per i vostri amici e ai vostri clienti: i prodotti della nostra azienda hanno computer, telefoni cellulari, fotocamere digitali, GPS e Moto, la maggior parte dei prodotti sono venduti a prezzi all’ingrosso, troverete molte occasioni qui . E abbiamo una promozione delle vendite da ora in poi, acquistare più, risparmiare di più e ottenere di più!
Si prega di contattare con noi.
Il sito web è: xxxx
Spero che tu possa godere per lo shopping!
     Felice la vostra famiglia e la vostra attività.
e-mail: xxx
è inoltre possibile fare clic sul sito e collegarsi con il servizio online. Grazie per il vostro sostegno. 

Una tipologia un po’ più sofisticata è lo spam bancario, che tenta di catturare dati sensibili paventando disastri finanziari e gravi irregolarità fiscali, naturalmente con un linguaggio paludato che possa spaventare i meno avveduti.

Dear Client,

Wells Fargo Bank detected irregular activity on your account on
December 20, 2011. For your protection, you must update some information
before you can continue using your account.

To update your account information please follow the procedure
by clicking the link bellow:

http://signin-welsfargo.bij.pl/

Failing to update your information will result the account suspension.

Quality, service and the security of your account are of great importance
to us. We appreciate each opportunity to serve you.

Sincerely,
Customer Service 

Più divertente è il tema ereditiero:

Dear friend,
I am Mrs Diani Kaborii solicitor at law. I have an important message for you concerning the death of my client in respect of his fund US$10.5 million he left behind in a bank here in my country (Ouagadougou Burkina Faso) so that i can front you as his kin so that you can apply for the claim of his estate while i back you up with information’s.
Please send your full name and address your private Email Address and phone number for more details and follow-up documentation to start off the claim.
I am seriously waiting for your urgent reply.
Thanks,

In questo caso specifico il tentativo di raffinare la contraffazione è abbastanza maldestro: non sono certo termini come ‘seriously’ e ‘urgent’ che convincono dell’effettiva urgenza della trattativa. Così come è curioso notare la provenienza africana di quasi tutti gli avi da cui ereditiamo tali fortune.
Di una seconda eredità mi ha informato di recente una certa Mrs.Gloria, che certo ha più fantasia. Mi racconta infatti di una raccolta fondi per riscattare una eredità di svariati milioni di dollari, bloccata in Costa D’Avorio dalla guerra civile. Una volta recuperata il ricco fondo mi assicura che investirà in ” lucrative businesses” e mi passerà una generosa mancia per il mio aiuto.

 

Ma intendo concludere l’aneddotica con lo spam più interessante di tutti, una tipologia che ancora non conoscevo, fino a stamattina: lo spam accademico.

Dear Mio nome e cognome,

I am writing on behalf of the International publishing house, LAP Lambert Academic Publishing.

In the course of a research on the University of Amsterdam, I came across a reference to your work in the field of Logic, Language and Computation.
We are an International publisher whose aim is to make academic research available to a wider audience.
LAP Publishing would be especially interested in publishing your work in the form of a printed book.

Your reply including an e-mail address to which I can send an e-mail with further information in an attachment
will be greatly appreciated.

I look forward to hear from you!

Kind regards/Freundliche Grüße
Ms. Elena Alexei

Acquisition Editor

LAP LAMBERT Academic Publishing GmbH & Co. KG
Heinrich-Böcking-Str. 6-8
66121, Saarbrücken, Germany

Fon +49 xxxxxxxxxxx
Fax +49 xxxxxxxxxxx
xxxxxi@lap-publishing.com / www.lap-publishing.com

Handelsregister Amtsgericht Saarbrücken HRA 10752
General unlimited partner: VDM Management GmbH
Managing directors: Thorsten Ohm (CEO), Dr. Wolfgang Philipp Müller, Esther von Krosigk

Gli indizi dello spam ci sono tutti: il tono generico, l’uso di qualche dato personale (ma pubblico) per aumentare la propria credibilità, la richiesta di informazioni ridicole (chiedono un indirizzo email, quando già hanno scritto al mio indirizzo tale messaggio).
Tuttavia qualche dubbio sorge. Non tutti i riceventi sono interessati a pubblicare materiale accademico. Invece il search engine di questa organizzazione è sufficientemente sofisticato per individuare i riceventi che potrebbero effettivamente rispondere a tale profilo.
Inoltre, sorpresa, la LAP LAMBERT esiste davvero, con tanto di sito e libri in vendita nei negozi online.

Dove sta allora l’inghippo? Beh, in realtà non c’è un vero inghippo. Stampano libri per davvero. Qualche ricerca mi ha portato a concludere che il loro tornaconto consiste nel far comprare i libri a parenti ed amici del ricevente.
Si tratta dunque di un procedimento del tutto legale, che sfrutta semplicemente la vanità delle persone.
(A questo punto mi sento offeso, perchè la mia individuazione da parte del loro search engine sembra implicare che necessito di tale espediente per vedere le mie ricerche pubblicate 😛 )

In definitiva lo spam accademico rientra nel più complesso fenomeno dell’editoria a pagamento. C’è una industria editoriale sotterranea, retta dal principio per cui tutto è meritevole di essere stampato, soprattutto quando il guadagno non viene dalle vendite. Di solito funziona così: l’autore è un vanaglorioso oppure uno scrittore frustrato dagli insuccessi, convinto che la lobby delle case editrici gli abbia ingiustamente voltato le spalle. Perciò accetta di pubblicare la sua opera a proprie spese, convinto del successo. A quel punto l’editore intasca, stampa e non vende. Perciò contatta l’autore per comunicargli che gli dispiace, il pubblico non è pronto, la crisi, insomma il libro non ha venduto e quindi la maggior parte delle copie andranno al macero. A quel punto, a nessuno piace vedere il frutto dei propri sforzi in polvere, perciò l’autore si offre di ricompare a prezzo di saldo parte della propria opera. Altro guadagno.
Spesso il libro non passa nemmeno dal circuito delle librerie, se non ‘per finta’, con l’aiuto di qualche libraio complice del raggiro.

Va bene, questo scenario a tinte fosche è leggermente romanzato, ed il più delle volte assume contorni assolutamente legali, al di là del malcostume. Ma in gradazioni diverse il fenomeno esiste ed ha una sua (a volte anche soddisfatta) clientela.
Ora, quale ambiente più di quello accademico accoglie vanagloriosi con tante scartoffie da pubblicare? La LAP LAMBERT ha avuto una grande intuizione. Chissà se anche loro si sono ispirati alla casa editrice Garamond del Pendolo di Focault.

Annunci

Tra le schiere di coloro che nella vita fanno “ricerca scientifica”, alcuni hanno la fortuna di coltivare un’ossessione. Le teorie, i teoremi e le congetture si affacciano alla loro mente in inaspettate ore del giorno e della notte, non come ospiti sgraditi, bensi’ come una presenza discreta ed ormai familiare. L’ossessione pone spesso una barriera tra la loro mente e quella degli altri, perche’ questo stato di continua astrazione e’ in realta’ anche una continua distrazione, dai fatti ‘terreni’, dall’interesse per l’esterno e per il momento presente. Galleggiando dentro l’astrazione chi ricerca puo’ passare dall’euforia allo sconforto in un attimo, in virtu’ delle idee buone o meno che la sua mente sta congetturando in quel momento.

Ma credere che l’ossessione ti renda il privilegio di fluttuare sopra la realta’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ di cio’ che accade. L’ossessionato deve trovare una struttura di cura, detta anche Universtita’ o Centro di ricerca. Il suo scopo e’ appunto prendersi cura, fare in modo che l’ossessione possa prosperare senza l’assillo di carenze contingenti. Ma il contatto con altri ossessionati, e soprattutto con i ricercatori non ossessionati, crea un sistema sociale, la cui stabilita’ e’ regolata dalle stesse dinamiche di qualsiasi ambiente lavorativo.

I giorni nelle mura domestiche, nella ricercata monotonia dello studio e della scrittura, scandita dalle ore di sonno, circondati solo dall’essenziale. I giorni dell’accademia, stressante scontro di ambizioni, misura con l’aspettativa altrui ed i contrastanti effetti dell’empatia. Le dimensioni si alternano, in un dormiveglia il cui comune denominatore e’ un appassionato distacco dalla regola che scandisce le vite degli altri uomini. In particolare la prima dimensione, con i suoi piccoli riti, le ore piacevolmente uguali, l’isolamento e gli stati prolungati di catatonia, la mente che puo’ perdersi nelle divagazioni piu’ frivole senza barriera esterna che possa fermarla, viene colta in maniera molto acuta dal passaggio che oggi vi voglio presentare.

Ne “I reietti dell’altro pianeta” Ursula le Guin descrive con grande realismo (in fondo l’ambiente accademico le era molto familiare) la figura di un uomo, Shevek, che ha la fortuna dell’ossessione. Il suo percorso di formazione lo porta, ad un certo punto della giovinezza, alla consapevolezza che egli non vuole essere altro che un fisico, fare scienza e condividere il talento che egli ritiene di avere per la materia.
Nel suo soggiorno nel pianeta ‘nemico’ Urras, Shevek viene messo nelle migliori condizioni per plasmare la sua teoria unfiicatrice delle due aree della fisica ‘fantascientifica’ del romanzo, la fisica ‘sequenzialista’ e ‘della simultaneita”.

La sua si scopre essere una gabbia dorata, dove le brame di colleghi invidiosi, mecenati pragmatici ed impazienti di impiegare le sue idee per fini poco nobili, lo porteranno allo sconforto. Fino al punto in cui l’ossessione rinasce, prospera e soverchia, tra gli assilli della mente, le angustie degli intrighi e le difficolta’ ‘terrente’: cominciano i giorni delle mura domestiche.

Il cibo, e l’adrenalina, avevano fatto svanire la parilisi di Shevek. Comincio’ a passeggiare su e giu’ per la stanza, nervoso e inquieto. Voleva fare qualcosa. Ormai aveva perso quasi un anno senza fare nulla, oltre che rendersi ridicolo.  Era ora che facesse qualcosa. […]

I suoi ospiti benevoli e protettivi gli permettevano di lavorare, e lo mantenevano mentre lavorava, d’accordo. Il guaio veniva nella terza parte della cosa. E neppure lui era ancora arrivato a quello stadio. Non poteva condividere cio’ che non possedeva.

Ritorno’ alla scrivania, si sedette e prese un paio di ritagli di carta fittamente vergati che teneva nella tasca meno accessibile, meno usata, dei suoi calzoni stretti ed eleganti. Allargo’ con le dita i due ritagli e comincio’ ad osservarli. […]

Di nuov Shevek torno’ a sedersi immobile, con la testa china, e a studiare i due piccoli pezzi di carta su cui aveva annotato alcuni punti essenziali della Teoria Temporale Generale, fin dove arrivava.

Per i tre giorni successivi sedette alla scrivania e fisso’ i due pezzetti di carta. A volte si alzava e camminava per la stanza, o scriveva qualcosa, o usava il calcolatore da tavolo, o chiedeva ad Efor di portargli qualcosa da mangiare o si stendeva sul letto e cadeva addormentato. Poi tornava a sedersi alla scrivania.

La sera del terzo giorno era seduto, tanto per cambiare, sulla panca di marmo accanto al fuoco. […] In quel momento non aveva visite, ma pensava a Saio Pae.

Come tutti i ricercatori di potere, Pae era soprendentemente miope. […] Eppure aveva delle reali potenzialita’ che, sebbene deformate, non erano andate perdute. Pao era un fisico molto astuto. O, piu’ esattamente, era molto astuto nelle cose che riguardavano la fisica. Non aveva mai fatto nulla di originale, ma il suo opportunismo, il senso innato che gli faceva indovinare dove potesse trovarsi un vantaggio, lo prtavano ogni volta al campo piu’ promettente. Aveva il fiuto per dove mettersi al lavoro, esattamente come lo aveva Shevek. […]

Egli aveva cercato a tentoni di afferrare in pugno la certezza, come se si trattasse di qualcosa che si potesse possedere. Egli aveva preteso una sicurezza, una granzia, che non e’ data, e che, se fosse data, diverrebbe una prigione. Prendendo come semplice assunto, come postulato, la validita’ della coesistenza reale, gli si offriva la possibilita’ di usare le belle geometrie della relativita’; e di li’ sarebbe stato possibile andare avanti. Il passo successivo era perfettamente chiaro. La coesistenza della successione poteva venire trattata con uno sviluppo in serie di trasformate di Saeba; con questo modo di affrontarle, la successivita’ e la presenza non presentavano alcuna antitesi. […] Come aveva potuto fissare in faccia la realta’ per dieci anni senza vederla? Non ci sarebbe stata alcuna difficolta’ nell’andare avanti da li’. Anzi, egli era gia’ andato avanti. Era gia’ arrivato. […] :a visione era chiara e integra. Cio’ ch’egli evedeva era semplice, piu’ semplice di ogni altra cosa. Era la semplicita’: e in essa era contenuta ogni complessita’, ogni promessa. Era la rivelazione. Era la strada sgombra, la strada di casa, la luce.

[…] continuo’ a guardare, e ad andare sempre piu’ avanti, con la stessa gioia infantile, finche’, d’improvviso, non pote’ piu’ andare avanti; torno’ indietro e guardandosi intorno, attraverso le lacrime vide che la stanza era buia e le alte finistre erano piene di stelle.
Il momento era andato; ed egli l’aveva lasciato andare. Non cerco’ di afferrarsi ad esso. Sapeva di esserne parte, non il momento parte di lui. Egli gli era affidato.
Dopo qualche tempo, si alzo’ con ancora un brivido ed accese la lampada. […] Si reco’ nella stanza da letto, camminando lentamente e con passo leggermente incerto, e si lascio’ cadere sul letto senza spogliarsi. Vi giacque con le braccia dietro la testa, di tanto in tanto prevedendo e risolvendo un particolare o l’altro del lavoro che occorreva fare, assorto in un solenne e deilizioso stato di ringraziamento, che gradualmente sfumo’ in una serena fantasticheria, e infine in sonno.

Dormi’ per dieci ore. Si desto’ pensando alle equazioni che avrebbero espresso il concetto di invervallo. Si mise a tavolino e comincio’ a lavorare su di esse.  Quel pomeriggio […] ando’ a pranzare alla mensa degli Anzioni di Facolta’ e parlo’ con i colleghi laggiu’ incontrati dle tempo e della guerra, e degli altri arogmenti ch’essi portarono all’attenzione. Se essi notarono qualche cambiamento in lui, egli non se ne accorse, poiche’ non era realmente consapevole della loro presenza. Torno’ alla sua stanza e lavoro’.  

Gli studenti protestano. Mica da oggi, e non certo oggi in particolare: protestano da sempre, e se vogliamo proprio circoscrivere consideriamo che protestano ad ogni proposta di riforma-Gelmini. Ma quale significato ha questa protesta? Quali ragioni? Quale rilevanza?
 – Gli organi di governo a livello mediatico ne rifiutano totalmente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione.
– Gli organi dell'opposizione di governo a livello mediatico ne abbracciano incondizionatamente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione profonda, o meglio riprendendo solo cio' che torna utile alla formazione dello slogan del momento (esempio emblematico: ora qualsiasi individuo tra i 20 ed i 30 che fa casino in qualche parte del mondo e' automaticamente un 'indignado').
– E gli studenti stessi? Sono coloro che dovrebbero comprendere meglio le ragioni del loro scontento. Ed invece hanno le loro colpe, che quasi mai sono messe in luce, perche' chi li critica di solito impedisce ogni forma di dialogo (vedi punto 1).

Restringiamo il raggio d'azione, altrimenti il discorso si fa vago: Universita', facolta' di Filosofia, Riforma Gelmini, periodo 2008-2010.

Il velleitarismo: peccato originale dei tanto decantati 'movimenti dal basso', consiste non solo nell'impossibilita' di raggiungere i propri scopi, ma nell'inconscia accettazione di tale impossibilita'. Allora la 'missione' si annacqua e si decline in varie divagazioni e convincimenti, quali ad esempio che 'conta anche solo far sentire la propria voce' e 'organizziamo il cineforum', 'occupiamo…perche' in questi casi si occupa, no'?
I tassisti ed i cobas del latte, che non avranno visto la filmografia di Elio Petri e letto Gadamer ma sono gente spiccia, quando vogliono qualcosa si mettono di traverso sull'autostrada. Poi c'e' da scommetterci che li ascoltano ed esaudiscono le loro richieste.
Questo non significa che il ricatto sia l'unica forma di protesta, ma almeno non bisogna partire rassegnati in partenza.

La part construens: questo punto, bisogna ammetterlo, e' avanzato e sentito da molti. Dove sono le proposte? Cosa ben diversa dagli slogan. Gli slogan aggregano, le proposte dividono. E richiedono una certa competenza in materia. Come si coordina un movimento cosi' multiforme a livello nazionale per giungere alla sintesi di una contro-riforma decisa di comune accordo? Il fine principe sembra piuttosto quello di fermare, di boicottare: allora gli studenti non possono sottrarsi all'accusa di difendere lo status quo. La part construens nella mente di molti puo' riassumersi (anche se non e' facile ammetterlo): vogliamo avere il tenore di vita dei nostri genitori, vogliamo ottenere un lavoro a tempo indeterminato senza lo sforzo di cercarlo ed il rischio di non trovarlo, vogliamo mantenere tutti i privilegi dell'ordinamento universitario, come ad esempio la possibilita' di ridare un esame un numero infinito di volte. Dove sta la ragionevolezza? Viva il velleitarsimo allora.

Non stupisce e dovrebbe insospettire che i professori si trovino a fianco degli studenti e ripetano sostanzialmente gli stessi concetti. Queste contraddizioni e note stonare emergerebbo con maggiore facilita' se non mancasse

L'autocritica: la radice di gran parte degli insuccessi di tali movimenti e' la convinzione che tutti i problemi stiano al di fuori. Lo studente e' un vessato, un povero martire che patisce la congiuntura economica, la congiuntura politica, la pressione di una societa' iniqua ed ingiusta. Ah, se solo fosse lasciato libero di esprimere la propria creativita'! (orrbile congiunzione tra sinistra movimentarista e Maria de Filippi, il fatto che se ciascuno 'esprime se' stesso' allora va tutto bene)

Ma davvero gli studenti non hanno alcuna colpa, in questa societa' iniqua ed ingiusta? Ho cercato di argomentare come ne abbiano eccome. Ed anche come dovrebbero cercare dentro se stessi per primi il cambiamento che desiderano negli altri – posto che sia chiaro cosa desiderino, e che sia davvero auspicabile che si avveri.
E' infatti auspicabile una Facolta' di Filosofia dove nessuno e' discriminato in nessun senso, dove le porte sono sempre aperte ed il 30 sempre a portata di mano? Sia mai, anche l'operaio deve poter volere il flglio dottore. L'uso retorico di esempi decrepiti ("operaio"?) affossa qualsiasi tentativo di dialogo su questo arogmento. Si equipara la selezione sul merito e la selezione sulla condizione economica, come se fossero la stessa cosa.  Invece e' proprio l'egalitarismo coatto la vera ingiustizia. E' l'impossibilita' di accettare qualunque meccanismo meritocratico la grande mancanza nella visione proposta dai movimenti.
Gia', sarebbero misure impopolari….
Ma alla lunga, chi trarrebbe vantaggio? Gli studenti! Sia quelli piu' bravi e portati, che vedrebbero riconosciuto il loro talento e premiati con il tanto agognato lavoro, sia quelli meno bravi (esistono! Checche'  tendano a scomparire dai discorsi), a cui il parcheggio universitario non puo' che fare un danno ed aggravare con gli anni la loro frustrazione – vi sono trentenni nella paradossale situazione di avere un libretto eccellente di tutti 30, ma ottenuti in sei-sette anni di immatricolazione.

Quali sono allora le proposte concrete?
Il problema della facolta' di Filosofia e' che e' un imbuto che lascia passare tutto. Entrano tanti parcheggiati, tanti scarsamente motivati o poco portati, ed escono con le stesse medie e voti di laurea di tanti altri studenti bravi e motivati. Con la complicita' di professori a cui non va di passare per impopolari ed un sessantottismo di ritorno fa credere di fare il bene degli studenti dando tutti 30 all'esame.
In tal modo si crea la situazione che chiunque puo' laurearsi impunemente in filosofia, ed ottenere pure un punteggio massimo o vicino al massimo. Poi dopo ci si accorge di essere in tanti, e con nessuna idea chiara su cosa fare per mantenersi. L'insegnamento? E' perverso pensare che tutti gli studenti a cui e' stato insegnato possano diventare a loro volta insegnanti. C'e' un evidente problema di numeri, a  meno che introduciamo l'insegnante personale per ogni studente al fine di rispettare il rapporto 1:1.
In fondo si tratta sostanzialmente di un eccesso di offerta. Per uscire dall'empasse propongo i seguenti correttivi, che coinvolgono un ripensamento da parte sia delle istituzioni che delle persone al loro interno.  Sarebbero misure a costo 0, che tuttavia quasi nessuno osa (vuole? Ha intesse? ) proporre.

1) Introduzione del numero chiuso a Filosofia – sulla base di un test d'ingresso congiunto al voto di Maturita'.
L'offerta si riequilibria la domanda. Certo, tanti escono dal liceo con tanta voglia di studi filosofici. Anche io avrei tanta voglia di saper scrivere libri e dirigere film: questo non vuol dire che ne sia capace, che ne abbia il talento.
Entra solo chi davvero vuole studiare, e non chi e' chiaramente inabile allo studio, ne' che si intende piazzarsi li' in attesa che qualche imponderabile agente esterno intervenga a modificare il corso della sua vita.
Questa prima barriera non e' decisiva, e non dovrebbe preoccupare troppo lo studente, ma opera gia' una blanda selezione.

2) Ripensamento da parte dei docenti del sistema di voti – nessuno fa mai delle statistiche? Nell'Universita' Olandese (mica americana) la varianza dei voti assegnati viene passata al vaglio ogni anno e si presta attenzione ad ogni minima anomalia. Se si facesse un rapporto a Filosofia in una Universita' Italiana, credo che salterebbe fuori che almeno 2/3 degli studenti prende 30 agli esami. Questo e' ridicolo. E controproducente, perche' fa danno sia a quelli che hanno preso 30 e l'avrebbero preso anche con criteri assai piu' severi, sia a coloro che hanno preso 30 e non hanno reale cognizione della propria preparazione.
Se il problema e' psicologico, si torni ai voti da 0 a 10. Quanti di voi prendevano tutti 10 al liceo? Chissa', magari dopo anche 8 (cioe' 24) diventa un bellissimo voto.

3) Richiesta di partecipazione attiva alle lezioni. Che non significa, come dicono molti, che il primo che passa puo' sparare la sua sull'assoluto e quello che dice ha lo stesso valore del professore perche' "abbasso le lezioni frontali ed i baroni" eccettera.
Invece, si potrebbe richiedere un lavoro di sintesi personale, che non consista esclusivamente nel presentarsi a fine semestre a ripetere a comando quei quattro-cinque concetti presentati a lezione. 
Ad esempio: si potrebbe richiedere agli studenti di fare una presentazione, nella seconda parte del corso, in gruppo od individualmente, al resto della classe, e ricevere un 30% del voto finale su di essa.
Si potrebbe chiedere di scrivere un breve articolo in cui e' anche possibile avanzare, con argomenti, la propria visione sui temi del corso.
Non dico che tutto cio' non si faccia gia' in alcuni corsi, ma che dovrebbe diventare un costume accettato. Ne trarrebbe giovamento soprattutto lo studente che, in seguito, si trovera ad affrontare le sfide lavorative che la facolta' di Filosofia di solito non ti insegna ad affrontare: lavorare in gruppo, saper scrivere in italiano corretto (vi stupireste…), saper esprimere ed argomentare idee proprie.

4) Valutazione continua e serrata della qualita' degli insegnamenti. Visto che con i precedenti punti abbiamo vessato gli studenti, ora vessiamo i professori. Il problema non e' solo, come dicono molti, quello dei baroni, quello delle lezioni frontali e del rapporto non paritario tra studenti e professori (che stupidaggine, come se io pagassi la retta per sentire quello che ne pensa di filosofia teoretica quello che siede accanto a me e che potrei ascoltare gratis al bar). Il problema sta nei contenuti, nel lassismo e nella scarsa qualita' di certi insegnanti. Nella loro assenza di motivazione, nel loro stagnare negli stessi temi senza aggiornarsi da 30 anni, senza tentare di migliorarsi.  Nel loro fare meta' delle ore previste, nel presentarsi sempre tardi, con il tacito assenso dello studente che vede profilarsi ore di svago ed un esame 'leggero'.
Basta con i corsi 'opachi' dove situazioni improponibili e vistose carenze si trascinano negli anni nell'indifferenza (o peggio, nella complicita') generale. Non dico di licenziare i cattivi professori (siamo pur sempre nel settore pubblico), ma richiami e attestati di stima dovrebbero essere all'ordine del giorno per mantenere i professori motivati e dare agli studenti un controllo diretto sulla qualita' di cio' che gli viene insegnato. Richiami ed attestati che non devono passare nelle infinite maglie temporali e spaziali della burocrazia (che fagocitano le fallimentari schede di valutazione), ma essere competenza diretta di organi snelli e competenti, propri di ciascun corso di laurea, formati sia da studenti che da professori che prendano con serieta' il loro compito.

I miei suggerimenti non sono astrusi, ma forse comunque utopici, perche' chiederebbero in primo luogo un cambiamento di mentalita'. Cio' che propongo e' l'introduzione di qualche blando elemento di meritocrazia e di trasparenza che coinvolga professori e studenti nella sostanza, e non solo nella forma. Nuove forme di partecipazione e cooperazione che non siano uscite, per una volta, dai modelli degli anni sessanta-settanta.
Il punto focale e' chi trarrebbe vantaggio da tali cambiamenti. Io dico che ne trarremmo vantaggio tutti noi, tutti gli studenti. Ne trarrebbe vantaggio piu' in generale la condizione ed il prestigio sociale e lavorativo del laureato in filosofia, eterno spernacchiato dell'Universita' italiana.

Secondo lo storico dell'astronomia Steve Khun vi sono periodi cosiddetti di 'scienza normale'. In queste lunghe fasi gli scienziati si tramandano un certo paradigma, una generazione accademica dietro l'altra, in modo non dissimile alle comunità di credenti religiosi. Il paradigma è una certa visione del mondo dei fenomeni naturali, interpretati secondo un corpus di teorie accettate. Durante un periodo di 'fisica normale', un professore universitario tramanderà la fisica così come gli è stata spiegata durante la sua formazione; incoraggerà i suoi studenti ad occuparsi di risoluzioni di rompicapi, che altro non sono che attività di routine a scarso valore euristico, quali ad esempio la raccolta di dati, il raffinamento dei calcoli e via dicendo; promuoverà ad assistenti quelli che scrivono gli articoli migliori e più affini al paradigma; il ciclo si ripeterà, con gli studenti che divengono professori.
(a qualche amico studente di fisica la risoluzione di rompicapi potrebbe ricordare qualcosa…;))

Anche prendendo per buono il quadro disegnato da Khun – in particolare quello della "Struttura delle rivoluzioni scientifiche", 1965 – un giovane studente di scienze naturali (fisica PIUTTOSTO CHE! biologia PIUTTOSTO CHE! chimica) avrebbe comunque buone possibilità di fare carriera, nonostante la stagnante 'scienza normale'. Allontanandoci ora da Khun, possiamo infatti osservare che la scienza è per sua natura quantitativa, ed oggi anche – che consideriate questo una moda o un fatto intrinseco – molto, molto matematica e formalizzata. Se uno studente sbaglia i calcoli, questo è lampante. Non ci può essere disquisizione. Se invento una teoria che genera predizioni sbagliate, non posso difenderla sostenendo di essere un genio incompreso.

Ammettiamo tuttavia che quello della scoperta scientifica è un campo accidentato. Prendiamo allora uno studente di matematica. Qui non ci sono 'osservabili' di mezzo. Se sono uno studente dotato, potrò farmi strada dimostrando un teorema. Un teorema è dimostrato o non lo è, non posso sostenere una soggettività della dimostrazione! Allo stesso modo, posso essere creativo perchè propongo una nuova teoria formalizzata. Mostro una proprietà di una qualche struttura algebrica. Allora, anche qui non c'è molto adito a contestazioni. Tutto quanto si può contestare è di natura psicologica e sociologica: si può sostenere che i miei studi siano in fondo ininfluenti, oppure inutili. Tuttavia, se l'unica matematica che si fa strada fosse quella che serve all'industria allora in molti potrebbero iniziare a temere per i loro finanziamenti.
Ma questo generalmente non accade. La matematica è un ambito dove non c'è l'auctoritas. Non esiste – o non dovrebbe esistere – la 'dimostrazione per intimidazione', del genere: "poichè io sono Federico Gauss, questa mia asserzione è dimostrata, anzi..'triviale'!" In questo c'è una profonda uguaglianza: l'unico giudice della correttezza matematica è la matematica stessa.

Veniamo invece alla filosofia. Pensiamo ad un giovane studente di filosofia che ha una sua audace teoria sul mondo. Ah! Se fosse nato nel '600, forse gli sarebbe riuscito pubblicare un trattato di metafisica. Se avesse un Bertrand Russell (l'auctoritas) alle spalle, forse questi gli avrebbe scritto una prefazione e ora lo studieremmo nei manuali – come infatti facciamo con il Tractatus di Wittgenstein. Nella situazione attuale, è meglio che si metta l'animo in pace e passi i prossimi venti anni chino sulle glosse degli inediti dei filosofi già morti, prima di iniziare a dire qualcosa di suo.
Si potrebbe obiettare che anche un commento può essere creativo: giustissimo! Infatti, chi si è fatto strada ha iniziato con i commenti. Una interpretazione audace di un autore è comunque un atto di creazione, in cui c'è molto del nostro pensiero. Meglio questo, piuttosto che lanciare nuovi autori di metafisiche improbabili, freschi di liceo classico ed eroismi giovanili.
 
Posto questo, come si riconosce il buon filosofo? E' ovvio che non tutti i laureati in filosofia sono buoni filosofi. Magari sono buoni filosofi alcuni laureati in Ingegneria, o alcuni arredatori. Parliamo invece di filosofi di professione: definiamo (per convenzione, non per definitio quid rei) come tali gli uomini che (1) sono professori ordinari di filosofia all'università (2) hanno all'attivo alcune pubblicazioni importanti, tra articoli e libri. Come si diventa questo tipo di 'filosofi'? Solo una piccola cerchia dei laureati in filosofia potrà o vorrà aspirare a questa posizione. Il problema è che il loro successo non dipende da fattori quantitativi. La filosofia non è una scienza esatta (non che questo sia per forza un difetto), e presenta un problema di valutazione.
 
Facciamo due precisazioni. (1) Il problema di valutazione non è qualcosa di astratto, ma un fatto reale, che contempla fattori importanti per la vita del filosofo, quali il posto di lavoro, lo sbloccarsi di finanziamenti e via dicendo. Se il contenuto del tuo lavoro non può essere valutato secondo criteri che aspirino all'oggettività, è difficile considerarlo migliore o peggiore di quello di un altro; e dunque offrire i soldi a te o lui – detto in maniera molto raffinata.
(2) Lasciamo da parte il problema dei concorsi truccati e dei raccomandati. Partiamo invece da una idealizzazione.

Noi, giovani studenti di filosofia, decidiamo di fare la tesi su un particolare aspetto di un certo filosofo. Al 70% le tesi di laurea in filosofia sono di questo genere. Poniamo anche che il filosofo sia abbastanza conosciuto: siamo già in svantaggio. Infatti è più difficile trovare un cantuccio libero da interpretazioni nel pensiero di autori su cui (poniamo in Italia) è stato scritto molto – ad esempio Aristotele o Nietzsche. Ma difficilmente il relatore ci consentirà di scegliere un filosofo troppo oscuro, in quanto lui stesso non lo conosce bene ed è improbabile che alla sua veneranda età vorrà seguirvi in fondo a questa avventura.
Bene! Siete laureati. Ma ora inizia l'imponderabile. Quale accidentata strada porta alla qualifica di 'filosofi'? Dovete vincere un dottorato. Magari riuscite e poi guadagnate pure la docenza di un corso. Questo era quasi insperato! Ma cosa si deve produrre per arrivare a questo punto? Impossibile che una casa editrice affidi ad un filosofo sbarbatello la scrittura di un saggio che finisce nelle librerie. Potete tentare con gli articoli scientifici. E qui conta

Parte prima: un applauso ci seppellirà

Da alcuni anni a questa parte, le persone applaudono.

Sentono il bisogno, in qualsiasi ambito della dimensione collettiva, di aggiungere la chiosa, esprimere rumorosa commozione, quasi che fossero guardati, quasi che partecipassero al finale di un film. Proprio dallo schermo deriva questa invasiva usanza – ma da quello piccolo della televisione. Dai salotti pomeridiani, ai talk show, poi via ad invadere la ‘realtà’. L’applauso in poco tempo ha guadagnato spazio e credito nelle cerimonie ufficiali e nelle celebrazioni – ai battesimi, alle premiazioni, alle cresime, ai matrimoni. Mi hanno solo raccontato di applausi ai battesimi – al mio non ricordo, ma l’usanza non c’era ancora. Ad ogni modo, è piuttosto grottesco. Ma il peggio arriva al fin della vita: l’applausometro ai funerali ‘importanti’, per misurare la caratura e la fama del cadavere. Lo spellarsi le mani alla fine del minuto di silenzio, come se non fosse già significativo quel lasso di tempo surreale, dove centinaia di persone (se è il caso di un ritrovo collettivo) cessano per poco il loro chiacchiericcio. Quella è una commemorazione; l’applauso che segue è solo l’inizio del ritrovato frastuono.

Ma torniamo alle lauree. Anche alle cerimonie di laurea si applaude. Un tempo solo alla fine, ora anche in altri momenti significativi: la fine della dissertazione, la pausa tra un candidato e l’altro. Molti attori misurano la maleducazione di un pubblico in base alla tempistica degli applausi; se questi giungono prima della fine di una frase, oppure in un momento di tensione drammatica, il nugolo entusiasta è giustamente considerato anche un po’ maldestro. Allo stesso modo succede durante la sessione di laurea: il presidente neanche può terminare il "la dichiaro dottore in Qualcosa, col punteggio di .." che la schiera dei fans non si trattiene più, e comincia ad applaudire e urlare, con lieve disappunto – talvolta – del candidato stesso.
Come nel caso del minuto di raccoglimento, certe volte il silenzio è molto più pesante dell’applauso. Quando ogni momento diventa celebrazione, significa che più nessuno lo è. Ogni nota si perde in un magma indistinto di rumore. Non costa nulla applaudire, è un gesto elementare. Stare in silenzio costringe a pensare. Poi, certo, per chi non è abituato, pensare è sconsigliato, come canta Guccini.

Parte seconda: delirio codificato

Ma veniamo alla parte successiva della cerimonia di laurea: altrettanto ricca di interessanti dinamiche di gruppo. La claque del candidato, la stessa presente in aula, lo scorta fuori dall’edificio, solitamente dopo una investitura di alloro. Potrebbe anche andare, se non fosse per la variante "a forma di ciambella gigante" – le cui dimensioni permettono al candidato di reggerla solo come grande collana, col grottesco effetto di farlo assomigliare alla giovenca vincitirice di un concorso agricolo, oppure ad un sito di sepoltura adornato dalla corona inviata dall’ufficio del sindaco (alla vostra destra).

A questo punto cominciano, scanditi a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, i cori: "Dottore, dottore, dottore nel buco etc.."  Sospetto che la natura e caratura di questo inno generazionale sia vicina parente del "po-po-po" dei mondiali. Ma chi ha inventato questo slogan orribile? Le sue radici sembrano essere antiche. Forse un fresco laureato in medicina delle parti gastro-interiche. Ma non distogliamo l’attenzione dalla sequenzialità del rito.

La comitiva si dirige al luogo della goliardia. Qui i parenti lasciano campo libero ai sadici amici del candidato – i quali indossano i panni dei ‘nonni’ alle prese con la recluta al suo primo giorno nel dormitorio militare, e scatenano ogni risorsa idrica e culinaria per garantirgli un analogo trattamento.
Piovono uova, verdura, sugo barilla, cera e tempera. Ma fosse questo! Il problema è che la stessa cosa succede a fianco. E ancora alla ‘stazione’ successiva. Si scopre che tutti i dintorni sono popolati di piccoli gruppi, che ripetono gli stessi identici riti, con pochissime variazioni. La patina grottesca è garantita da questa miscela: atti di grande delirio, ma tutti codificati nei minimi dettagli. La follia standardizzata. Mi viene il sospetto che esista anche una agenzia di catering, che vende le uova, il sugo barilla, l’alloro, magari un sacco di tela in cui incelofanare preventivamente il candidato, perchè non si sporchi troppo.

Anche il luogo prescelto è standard. Le teste ‘allorate’ si dirigono tutte lì, un po’ come i turisti giapponesi a piazza San Marco. Ed allo stesso modo, fior di esercenti traggono gusto e profitto nell’approfittare di questa ritualità codificata, piazzato nei posti giusti i cartelli "si organizzano feste/banchetti/buffet di laurea".
In una grande città universitaria, ad esempio, esiste un lungo viale delle celebrazioni, con alberi posti alla giusta distanza. Un posteggio per piccole claque. Ad ogni albero viene appiccicata una poesia, che narra la storia del candidato. Tutto molto simpatico, e probabilmente anche di grande soddisfazione e divertimento per chi vi partecipa attivamente. Ma dall’esterno non si può non notare come tutti gli alberi abbiano i cartelloni della stessa fattura. Si intuisce che sono fatti in serie da una qualche copisteria. Qualcuno deve aspettare il proprio turno, che finisca l’altro, con il proprio cartellone in mano – forse dovremmo piantare nuova vegetazione. Ancora, le vessazioni a cui sono sottoposti gli allorati hanno le caratteristiche del rituale, allo stesso modo in cui, come detto prima, le matricole ricevono il loro bagno di nonnismo, oppure i giovani del villaggio ricevono il rito di iniziazione all’età adulta. Ciò che distacca l’evento della laurea da questi altri è l’azione normalizzante del marketing, l’impronta televisiva, così come l’incredibile uniformità dei vari festeggiamenti. Tutto ciò lascia come un’idea balzana in testa: che alle persone piaccia agire all’unisono, mossi da convenzioni immaganizzate in modo subliminale. "Non l’hai certo scoperto tu!" Avete ragione.  Allora applausi, allori, uova e stuzzichini. E via che ricominciamo.