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Quando un romanzo finisce.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.
 
La parte meno citata del monologo cinematografico più inflazionato
 
 
I romanzi più cari sono quelli che termini con una certa malinconia. Divori gli ultimi capitoli, ben conscio che il mondo, le persone – perchè tali sono diventati i personaggi – alle quali ti sei affezionato stanno per lasciarti per sempre. Non che tu non possa tornare a leggere di loro: ma è inevitabile che essi rimangano imprigionati nel tempo deciso dal narratore, le loro vite non possono protrarsi oltre la parola Fine. Allora ti domandi: cosa farà l'Angelo nero di Woolrich, una volta tornata a casa? Si ricongiungerà al marito, condurrà la vita di prima, oppure il ricordo dell'assassino amato le impedirà di riportare indietro le cose? Fate i vostri esempi, con i personaggi con i quali siete entrati maggiormente in empatia. Le storie che ci coinvolgono finiscono sul più bello, e ci scatenano il desiderio di sapere tutto quello che non è stato raccontato: quello che era 'prima', quello che sarà 'dopo', e quanto è stato 'durante' e l'occhio del narratore non ci ha dato di sapere.
Io invece vorrei conoscere: la vita del prete della "Messa è finita", quando smette di ballare sulle note di 'ritornerai'; se i protagonisti di "The ethernal sunshine of a spotless mind" torneranno insieme alla fine del film; se l'ultimo uomo sulla terra, in "Io sono leggenda" (di Matheson, non il film), riuscirà a sfuggire al patibolo.
E' meglio così: quando si conosce troppo, il racconto perde la sua qualità intrinseca, la limitatezza della narrazione. I libri, i film sono visuali anguste su un mondo più vasto, la cui visione completa spesso non è consentita nemmeno al  suo stesso creatore. La televisione invece è una narrazione senza fine, dove sappiamo tutto di tutti, e più ne sappiamo meno ce ne importa. I film ci lasciano quell'ardente desiderio, proprio perchè hanno una vita così breve: lì sta il fascino delle storie che raccontano.
Per questo motivo trovo tanto insopportabile la moda dei ritorni, dei sequel, delle saghe a capitoli, esercizi di prolissità narrativa di sceneggiatori incontinenti, o meglio, il più delle volte, astuti conoscitori di un pubblico vorace di intrattenimento. Dovevano lasciare morire Matrix dopo il primo film. Non dovevano resuscitare la trilogia di Guerre Stellari, il Padrino (in mancanza di Mario Puzo, ora lo scrive un ghost writer tedesco!), i libri di Sherlock Holmes. Più sappiamo, più ne viene corrotta la storia originaria. Ciò che era stato detto era già sufficiente – basta poca carta-pellicola per evocare il fascino di un mondo fantastico, l'immaginazione di ciascuno spettatore deve fare il resto.
Chi non vuole staccarsi da questo mondo potrebbe subire il contrappasso di Misery, il romanzo di S.King dove la 'fan numero 1' imprigiona il suo romanziere preferito affinché prolunghi la vita della sua eroina letteraria.
 
Dobbiamo avere il coraggio di far morire le nostre Misery, per preservarne un ricordo dolce, come quello che riserviamo ai romanzi più belli. Qualcosa di simile alla nostalgia di un amico conosciuto il tempo di un'estate, tanti anni fa. 
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Ho passato gli ultimi tre mesi (passati dal post precedente) a trovare una moda alla quale conformarmi per raccogliere più utenti su questo blog…e finalmente, in questi giorni, è arrivato il segnale che aspettavo, con l'uscita di un (brutto) film sui romanzi di Lewis Carroll!

Chi è stato nelle sale in questi giorni potrebbe avere l'impressione che non ci sia poi tanta differenza tra i due libri di Alice e Fantaghirò (in assenza del tono epico proprio de  "Le cronache di Narnia" o "Il signore degli anelli"). 

Quello che Burton non è riuscito a trasmettere è che il paese delle Meraviglie non è solo un universo fantasy, così come Lewis Carroll non è solo un narratore per bambini. I due romanzi sono colmi di giochi di parole, allusioni alla matematica, la logica (simbolica, non quella della settimana enigmistica), la fisica, gli scacchi. Charles Lutwidge Dodgson (questo il suo vero nome) era infatti un matematico di livello, autore oltre che di romanzi per bambini anche di saggi scientifici e un libro, "Il gioco della logica", ristampato in tempi recenti da Boringhieri (lo consiglio a tutti).

Per rendere l'idea, vediamo dunque alcune delle allusioni contenute nel primo dei due libri (i riferimenti sono all'edizione Einaudi – gli struzzi – del 1967, che ho comprato nel mio ultimo viaggio nel tempo).

 

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– Nel primo capitolo, p.10, Alice si sta accorciando. Ad un certo punto esclama:

"Potrebbe finire, capite, che mi consumi tutta come una candela. Chissà come sarei allora?".

Prosegue il testo:

'E cercò di immaginare come è la fiammella di una candela consumata, perchè non riusciva a ricordare d'aver mai visto una cosa simile.'

Al di là del sapore zen della fiamma di una candela consumata, si può leggere in questo passaggio una allusione al concetto di limite in matematica.

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– Nel secondo capitolo, p.15, Alice cerca di riepilogare 'tutte le cose che di solito sa'. Tra queste:

Dunque: quattro per cinque fa dodici, e quattro per sei fa tredici, e quattro per sette…oh cielo! Non arriverò mai a venti di questo passo!

4 x 5 = 12 se ragioniamo in base 18 anzichè in base 10 (infatti 4×5=20, 20/18 = 1 con resto 2). Allo stesso modo, 4 x 6 = 13 in base 21. Se Alice proseguisse, probabilmente farebbe 4 x 7 = 14, in base 24. In effetti, Alice non arriverà mai  ad un risultato di 20, in quanto dopo le cifre 0-9 cominciano le lettere, e nessun risultato espresso in base 10 dividerà la base effettiva (che progredisce di 3 in 3) esattamente per 2.
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– Nel quinto capitolo, p.54, Alice ha importunato con la sua crescita rapida il nido di un piccione. Questi è terrorizzato dal pericolo che la bambina possa essere un serpente. Dice il piccione:

"Scommetto che adesso mi dirai di non aver mai assaggiato un uovo!"
[Alice:] "Ho assaggiato delle uova, certo" […] "Ma le ragazzine mangiano le uova proprio come i serpenti, sai.
[Piccione:]"Non ci credo […] ma se lo fanno, allora sono una specie di serpenti, devo per forza concludere."

 

La conclusione del piccione contiene molti echi. Alcuni rimandano alla filosofia, in particolare alla concezione essenzialista delle specie per Aristotele: il piccione potrebbe pensare che è proprietà intrinseca, definitoria dei serpenti l'essere mangiatori di uova, così come l'uomo è 'animale razionale'. Non può non essere serpente chi è mangiatore di uova!
Il ragionamento del piccione potrebbe anche avere la forma di un sillogismo (non chiedetemi di quale forma però..non ho controllato!), e rieccheggia un tipico modo di procedere delle scienze deduttive.

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– Nel sesto capitolo, p.65, Alice vede svanire il Gatto del Cheshire un pezzo alla volta, e per ultima la sua bocca. Esclama:

"Accipicchia! Ho visto spesso un gatto senza sogghigno [..] ma un sogghigno senza gatto mai! E' la cosa più buffa che abbia visto in vita mia!"

In questo passaggio c'è una bella allusione alla progressiva astrazione verso cui si stava muovendo la matematica contemporanea a Lewis Carroll. Così come possiamo trattare il numero tre in assenza di tre sedie o tre pere, così il sogghigno aleggia anche in assenza del gatto. A me questo passaggio ricorda anche un passo delle Categorie di Aristotele, in cui si discute della dipendenza della parte dal tutto (branca della metafisica detta mereologia).

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– Nel settimo capitolo, p.67, Alice arriva alla tavola del cappellaio matto. Durante una conversazione dice:

"Va bene, almeno intendo dire quello che dico… che è la stessa cosa, no?"

Ma il cappellaio matto (che per inciso è tutt'altro personaggio rispetto ad un malinconico e assennatissimo Jack Sparrow con il cerone) dissente:

"Non è per niente la stessa cosa! Allora potresti anche dire che 'vedo quello che mangio' sia la stessa cosa di 'mangio quello che vedo' !"

Il cappellaio sta mostrando ad Alice che non sempre il valore semantico di una certa proposizione è lo stesso della sua conversa. Dal punto di vista logico, si stanno confrontando in questo caso una relazione e la sua relazione inversa.

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– A p.70, Il cappellaio e il leprotto marzolino spiegano ad Alice che continuano a spostarsi in circolo intorno al tavolo, per avere sempre una tazza da té pulita. Alice si domanda allora:

Ma quando tornate ancora al posto di partenza, cosa succede?

E' una allusione al meccanismo dell'addizione in modulo n sui numeri interi. Qualcuno ha anche immaginato che il riferimento al circolo possa essere una rappresentazione della struttura algebrica denominata anello; è tale per l'appunto l'insieme degli interi con l'addizione e la moltiplicazione.

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Spero con questi accenni di aver dato un'idea dei vari livelli di lettura che quest'opera contiene. Su internet troverete informazioni anche su citazioni di altro genere – letterarie, linguistiche, storiche – con le quali Lewis Carroll ha infarcito la propria opera e nessuna rivisitazione cinematografica ha avuto molto interesse a rendere. 

Concludo segnalando un libro poco conosciuto del grande romanziere di fantascienza Fredric Brown, incentrato su accadimenti e personaggi carrolliani. Pur essendo di genere giallo-grottesco, è a mio giudizio una delle opere più vicine alla sensibilità e lo spirito originali dell'autore di Alice.

Il visitatore che non c'era
Fredric Brown
Paolillo collana I bassotti

Nella prossima parte, alcune citazioni filosofiche, matematiche, logiche e fisiche tratte dal secondo dei romanzi di Carroll, "Attraverso lo specchio".

Post scriptum – per le informazioni contenute in questa pagina ho spudoratamente copiato e rielaborato parti di: voce "Alice in wonderland" (wikipedia), sito "Alice nel paese della matematica", yahoo answers (le custodi di tutto lo scibile quotidiano).

Una top 10 per le vostre placide serate estive.

Il pasto nudo – D.Cronenberg
Consigliato se siete disgustati dagli insetti molto piccoli, ma non da quelli molto grandi. Cronenberg viaccompagnerà tra le pagine allucinate di Borroughs, in cospirazioni ordite da enormi alieni femminei tra le cupole di Marrakesch, scarafaggi-macchine da scrivere, scrittori strafatti di polvere disinfestante e lucido da scarpe. Un viaggio a volte indigesto a volte incomprensibile, ma che non mancherà di divertire gli amanti delle atmosfere morbose a cui Cronenberg ci ha abituati.

Voto C+

Nekromantik – J.Buttgereit
Un piccolo gioiello del cinema undeground tedesco: Buttgereit racconta una storia d’amore necrofilo, come se si trattasse di una telenovela sudamericana. E ciò che è più straordinario, il suo film riesce a intrecciare quadretti quasi commoventi (la disperazione di lui, dopo che la sua ragazza è scappata con il suo amante cadaverico) ad altri di registro grottesco (tutta la sequenza finale), senza risparmiarsi scene di Gore puro. Mezzi ed effetti speciali di serie Z, ma le inquadrature sono d’autore.

Voto B

La donna scimmia – M.Ferreri

Insieme a "La Cagna" e "L’ape Regina", compone una trilogia sulla Donna-Animale (dove l’uomo ne esce peggio). Tra le tante perle che il "Re" del cinema grottesco italiano ci ha regalato, ho scelto questa perchè è la più cinica e la più dissacrante. La trama: Ugo Tognazzi è un poco di buono, che mira a far soldi con squallidi numeri da prestigiatore di strada. Un giorno conosce una donna immensamente pelosa, dalle braccia alle guance, e decide di sposarla con le peggiori intenzioni. Non solo la tratta da schiava, ma la umilia allestendo intorno alla sua anomalia uno spettacolo circense di strada: grande attrazione, "La donna scimmia!". La sventurata, non solo si innamora del suo carnefice, ma tra i due si sviluppa un legame morboso, che sfocia nella passione. Nascerà un figlio…

Voto A-

Lupo mannaro contro la camorra – M.A.Adinolfi

Scendiamo decisamente di livello. La porcheria di Adinolfi potrebbe ambire, in competizione con pochi altri ("Epitaph", "Paganini Horror"..), al titolo di peggior film della storia. Ve ne renderete conto meglio con un piccolo assaggio della trama: il protagonista è un tamarro con indosso un crocefisso di cm 62×25 (il regista stesso), che ha come principale espediente recitativo quello di scoppiare a piangere istericamente quando la trama meno lo giustifichi. Giunto a Napoli, viene derubato del suo Ggioello…dalla camorra (impersonata nell’occasione da due scugnizzi in motorino). Il resto del film è una corsa disperata per recuperare il monile, tra spogliarelliste (gratuitamente desnude), i peggio stereotipi su Napoli e la Camorra, nonchè musiche d’azione tratte dalle pellicole minori di Chuck Norris. Scene Cult: il Nostro che, nel bel mezzo di una situazione amorosa, diventa un lupo mannaro e…sfonda il bacino alla sventurata che stava possedendo! Flashback: madre del protagonista, violentata da una specie di Yeti farlocco (il Demonio), durante un festino orgiastico. Infine, il massacro risolutivo a casa del boss camorrista, dove il Lupo Mannaro è stato genialmente riprodotto nel seguente modo: copricapo di bestia di montagna – trofeo di caccia; guanti con unghie zannute – trovati in qualche negozio di scherzi; corpo completamente e  ingloriosamente nudo; passo statico da zombie di Romero – ma il Lupo non dovrebbe essere agile e scattante?
In definitiva, qualcosa di talmente assurdo, che a confronto Alex l’Ariete merita una rivalutazione.

Voto Z+ ( il più per l’effetto grottesco involontario)

Il cuoco, il ladro, sua moglie, l’amante – P.Greenaway

I film di Greenaway sembrano opere d’arte: il gioco di luci, i colori, la disposizione degli attori, ricorda i quadri dei fiamminghi. Questo gioca sui contrasti, tra il rosso sangue del ristorante-prigione, il bianco del bagno galeotto, il verde della salumeria dove si consuma l’amore infedele, il nero della notte fuori dall’edificio. I personaggi, eccessivi come gli scenari entro cui si muovono, consumano un triangolo a base di cibo, sesso e morte, con finale infarcitura di prelibata carne umana.
Non guardatelo prima di cena.

Voto B+

Un gatto nel cervello – L.Fulci
Si torna in basso, con Lucione Fulci in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche; questa volta addirittura come attore, nei panni di sè stesso. Il film è una vera e propria proiezione di mezzanotte, che non mancherà di tediare gli sventurati spettatori occasionali. Sarà invece una chicca per tutti i fans del regista, poichè in pratica il film è un assemblaggio di spezzoni di vecchie pellicole, squartamenti più famosi inclusi. Il lato grottesco è ben rappresentato dalla ridicola trama che Fulci si è cucito addosso: ad esempio, all’inizio del suo esaurimento nervoso, il regista avrà una visione di un’orgia sadomaso di donnine naziste nel suo salotto! Nonstante questo, lo smascheramento iniziale dell’assassino rende il tutto ancora più ripetitivo, tedioso, privo di interesse, per chi non è parente di Fulci o suo irriducibile estimatore.
Il testamento spirituale di un artigiano dello splatter.

Voto D-

Eraserhead – D.Lynch
All’inizio della sua carriera (1977), David Lynch confezionò un film a basso costo, dalle atmosfere allucinate, morbose ed inquietanti. La storia narra di un impiegato dalla pettinatura ridicolmente ‘sparata’ verso l’alto, che conduce una vita miserabile in una bettola, immerso in un paesaggio industriale in bianco e nero, che più deprimente non si può. La sua esistenza viene rallegrata da: una donnina col volto sfigurato, che balla il cabaret nel suo termosifone (sì, avete capito bene. E’ un cabaret in miniatura); una fidanzata piuttosto acida, che però gli regala la gioia del suo primogenito. Peccato che si tratti di un’orrendo feto-ET, con la testa di un coniglio scuiato. Abbandonato dalla ragazza, testa-di-gomma si prenderà ugualmente cura dell’orrida creatura…
In fase embrionale, sono presenti molti temi del Lynch che verrà. Resta comunque la sua opera più essenziale e "realistica", perciò in qualche modo più grottesca nell’atmosfera e nelle situazioni.
Il regista rimase a dormire negli Studios durante le riprese, perchè aveva perso la casa. Kubrik dirà di Ereserhead:"E’ l’unico film altrui che avrei voluto girare io".

Voto B

Dillinger è morto – M.Ferreri

L’interminabile notte di Micheal Piccoli, tra deliri solitari, la proiezione di vecchi filmini delle vacanze, l’assalto erotico alla cameriera, infine l’omicidio. Marco Ferreri raggiunge forse la vetta della sua arte: atmosfere mai così rarefatte, una "tensione della noia" che trascina lo spettatore nel senso di vuoto del protagonista, nella catarsi del suo gesto di ribellione finale. Intimista e folle, meglio anche della "Grande Abbuffata". Da ammirare Piccoli, praticamente sulla scena da solo per un’ora e mezza, mai così simbiotico col suo amico regista.

Voto A

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone – P.Avati

Pupi Avati non ha sempre fatto commedie leggere. Nella sua gioventù, fu assiduo frequentatore del genere horror ("La casa dalle finestre che ridono", "Zeder") e grottesco ( "Tutti defunti…tranne i morti").
A quest’ultimo appartiene anche "La mazurka del barone", ridanciana e vernacolare commedia romagnola, condita da personaggi osceni, inganni e cattiverie, chiesa e nobiltà. Un carnevale di bassa lega trascinato dai suoi interpreti, molti dei quali personaggi noti: Ugo Tognazzi (un’altro "Re del grottesco", vista la frequenza con cui l’avete incontrato in questa rassegna), Paolo Villaggio, un allucinante ed irsuto Lucio Dalla.
Nonostante alcuni momenti di brillantezza, il complesso si rivela deludente. Meglio il Pupi Horror, se proprio volete.

Voto C

Todo Modo – E.Petri
Il grottesco politico è appannaggio del grande Elio Petri, autore tra gli altri di "Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto", grande caposaldo del cinema italiano.
Meno riuscita invece questa trasposizione del romanzo di Sciascia, nonostante il notevole "materiale umano": Mastroianni, Gian Maria Volonté (nei panni – non dichiarati – di Aldo Moro). Da ricordare, però, i momenti di godimento sadico-religioso di Gian Maria, democristiano col gusto per l’espiazione: scene affastallate all’inizio, a cui segue un notevole calo di tensione verso il finale.

Voto B-

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Ringraziamenti
Un grazie sentito alla ragazza che, in mia compagnia, ha sopportato la visione della maggior parte di questi films.

Le Kappa

la storia si manifesta come tragedia e si ripete come commedia

K.Marx

Elio Petri con Francesco Rosi a Cannes 1972
Partiamo da queste due foto:

– la prima rappresenta Elio Petri e Francesco Rosi (accompagnati da Hitchcock e la Lollobrigida) che ricevono ex-equo la palma d’oro al festival di Cannes 1972. I film vincitori: "la classe operaia va in paradiso" e "Il caso Mattei". Entrambi con Gian Maria Volontè protagonista.

– la seconda rappresenta Paolo Sorrentino e Matteo Garrone che ricevono due riconoscimenti del festival di Cannes, edizione 2008. I film premiati: "Il divo" e "Gomorra". Toni Servillo è presente in entrambe le pellicole, nella prima come protagonista assoluto.

La domanda posta è semplice quanto suggestiva: sono i successi di oggi paragonabili a quelli di allora?

Ci sono notevoli punti in comune: il più importante, i quattro film trattano temi dell’ambito politico-sociale. Di attualità. Capaci di risvegliare l’opinione pubblica.
Era da tempo che in Italia un film non era al centro del dibattito civile. Nel caso di Gomorra, più del film è stato il libro ed il suo autore a catalizzare l’attenzione della stampa. Per quanto riguarda "Il divo", sin da subito i giornali hanno seguito e premiato il film, con recensioni e riconoscimenti. Meno scontato, Sorretino si è persino affacciato in televisione, ad "Annozero".
Può sembrare poco, ma è già molto. Perchè questa accoppiata ha risvegliato l’attenzione sopita di molti cittadini su problematiche diverse, ma ugualmente d’attualità. "Il divo" ha portato sugli schermi la nostra storia recente, spesso sconosciuto ai più giovani. Si è tornato a parlare del terrorismo, delle stragi, della P2 e della corruzione: si è tornato a esercitare spirito critico su argomenti che sembravano oggi sepolti da un’agenda politica ansiosa di ‘nuovismo’ e focalizzata sull’ ‘emergenza sociale’ del momento.
Gomorra ha fatto pubblicità alla Camorra, che fuori dalla Campania preferirebbe sentir parlare di sè il meno possibile. Il suo successo non cambierà molto della situazione napoletana, ma intanto ha creato una sensibilità nuova.

Un’altro punto in comune: si tratta di film belli e riusciti a prescindere dai contenuti. Parliamo sempre dell’accoppiata più recente: in comune hanno una splendida fotografia e un montaggio riuscito.
Gomorra sceglie uno stile più arido, crudo ed impietoso. Garrone è più simile a Rosi, nell’adozione di un registro iper-realistico che ha radici lontane, nel neorealismo italiano.
Il divo si avvale di una dimensione quasi caricaturale, ma certamente grottesca e fantasiosa. In questo si può accostare il cinema di Sorrentino a quello di Petri. Paradossalmente, lo dice lo stesso autore, il pubblico ha trovato il suo film piuttosto aderente alla realtà. Può forse volere dire che è questa stessa ad essere grottesca. Del resto, anche "La dolce Vita" vive in una dimensione favolosa, ma è un impietoso specchio dei suoi tempi. Credo che il film di Sorrentino possa ambire ad essere tale per un ventenno (72-92) e più di storia politica.

Terzo punto in comune: Volontè e Servillo sono i mattatori indiscussi dei 4 film premiati. Personaggi molto diversi, tuttavia accomunati dal destino che ha voluto regalargli un tripudio sulla costa azzurra.
La speranza è che possa formarsi una scuola di attori, nonchè di registi, che diano linfa nuova al nostro cinema impegnato, di così illustre tradizione.

Proprio a quest’ultimo punto si ricollega una considerazione finale: si dice, finalmente, che questa è la rinascita del cinema italiano. Di un cinema particolare, quello politico ed impegnato, che forse per poco coraggio era stato a lungo trascurato in tempi recenti.
Finalmente, si vede qualcosa di diverso da una commedia che parla di trentenni in crisi(protagonisti:Accorsi,Mezzogiorno,Favino), di famiglie a pezzi (protagonsiti:Buy,Finocchiaro,Orlando), di adolescienti somari (protagonisti:Vaporidis,Capotondi,De Rosa).
Finalmente, il cinema nostrano si sprovincializza, prova a fare le cose in grande, fa parlare la critica straniera, fa parlare i politici e, si spera, il pubblico.
Fatto non secondario, il botteghino sempra premiare questo nuovo corso.
La mia speranza è che questo non sia un fatto isolato, ma che questa rinnovata attenzione possa ispirare una nuova generazione di cineasti, che portino avanti questo particolare segmento del cinema italiano, forse quello più riconoscibile e apprezzato anche all’estero.
Si attendono sviluppi: cioè, soprattutto, nuovi film.

Omaggio a Marco Ferreri

M: "Ferreri, si faccia una domanda e si risponda da solo"
F: "e tu allora che cazzo ci stai a fare?"
(Marzullo intervista Ferreri a Cannes)

Prima che questo 2007 ci scappi via di mano, vorrei ricordare la morte del regista Marco Ferreri, avvenuta 10 anni fa. Un personaggio di grande umanità, assolutamente anticonformista, spudorato, sanguigno e rivoluzionario. Il suo carattere, è il carattere dei suoi film. Se lo spessore di un regista si misura dagli attori che gli sono amici e desiderano lavorare con lui, si possono citare per Ferreri i nomi di Ugo Tognazzi, Michael Piccoli, Marcello Mastroianni, tutti protagonisti di più di una sua pellicola. Se la sua grandezza dovesse tener conto dei turbamenti che ha provocato, nei guai che ha avuto con il regime Franchista e con ogni altra forma di censura, tale sarebbe un altro motivo per ritenere Ferreri un personaggio assolutamente unico del nostro panorama cinematografico.

Nel 1962, il giovane Ferreri faceva ritorno in patria. Durante il periodo spagnolo, si era barcamenato tra piccoli progetti cinematografici, in complicità con l’umorista Rafael Azcona ("El pisito", 1958; "Los chicos", 1959 ed "El cochecito", 1960), ed un lavoro di rappresentante, per conto di una ditta di obiettivi da cinepresa.
Un curriculum piuttosto insolito, che annovera tra l’altro un tentativo di Laurea in veterinaria, ed un lavoro come venditore di liquori. Ma, già prima del soggiorno in Spagna, Ferreri aveva coltivato la sua grande passione per la pellicola:  fu  produttore sul set di "Cronaca di un amore" di Antonioni, e di "Amore in città" tratto da Zavattini, nonchè editore della rivista cinematografica “Documento mensile”. Proprio quest’ultimo progetto, fallito dopo otto numeri, passerà alla storia come uno dei più originali cinegiornali realizzati in Italia.

A 34 anni, Ferreri è deciso a girare il suo primo film italiano. Sarà il decennio più fertile del regista, dove troviamo i lavori più ispirati della sua produzione. Con "L’ape regina" (1962) e "La donna scimmia" (1964) Ferreri si prende libertà espressive mai viste prima nel nostro paese. Ci troviamo di fronte a due figure femminili blasfeme, di carrivo gusto, repellenti per lo spettatore. Attorno alle quali, agisce un’umanità viziosa ed eccessiva, specchio deformato della nascente civiltà dei consumi. Il sucessivo "Dillinger è morto" (1969)" narra la non-storia di un impiegato (Michael Piccoli) dei nostri giorni, che trascorre una nottata nella sua casa. Ferreri ci mostra Piccoli che prepara da mangiare, che guarda la televisione, che accende il proiettore, che seduce la cameriera. Ogni mansione, anche quelle dove sembra provare piacere, nasconde in realtà una sottile scintilla di disperazione, quasi un urlo muto che impreca alla propria quotidianità. Tale urlo è silenzioso, in quanto silente se ne sta il personaggio, mentre intorno a lui la serva e la moglie stanno dormendo. Le azioni messe in mostra, così futili, hanno fatto parlare i critici di "iper-realtà". La notte di Piccoli è tanto reale da diventare grottesca. Lo spettatore capisce di trovarsi di fronte ad un’opera insolita, rarefatta. Ferreri vuole vederci attoniti, estraniati davanti alle sue immagini. Emblematica in proposito la scena del proiettore, quando il protagonista si appresta a guardare i filmini delle vacanze. Piccoli si agita in strani rituali davanti allo schermo, cerca di interagire con le figure proiettate, gioca con le ombre delle mani, come i bambini. Nel suo rapporto con l’immagine, la rappresentazione, emerge a tratti la vena folle del protagonista. Ma tale schizofrenia esploderà del tutto solo alla fine, dopo una catarsi lunga e sofferente, cominciata con il ritrovamento di una pistola. Pulita, oliata e pitturata di rosso (è quasi un feticcio), la pistola spara alla moglie di Piccoli. L’azione, velocizzata, destabilizza lo spettatore, perchè spezza la calma apperente del protagonista. Il film finisce con la fuga in barca di Michael Piccoli, verso un sole rosso ed irreale.
Questo è un piccolo assaggio dell’arte di Ferreri: l’arte del surreale, del grottesco, coniugata con le moderne paranoie borghesi. In questo suo tratto dominante, molti hanno visto nel regista il corrispondente nostrano di Luis Bunuel.
Il successivo "La cagna" (1972) si ricorda per la presenza di Mastroianni e Catherine Deneuve, che proprio sul set intrecciarono una delle relazioni più suggestive del cinema.
"La grande abbuffata" (1973) rappresenta il vertice di popolarità del regista, che continuò però a ricevere gli attacchi della censura, nonchè di una certa critica, mal disposta verso la sua sfrontatezza.
Per molti (ma io preferisco Dillinger), si tratta invece del suo capolavoro. La trama racconta di quattro distinti signori (e CHE signori: Mastroianni,Piccoli,Tognazzi e Noiret!), che decidono di trascorrere il fine settimana in una villa isolata, mangiando e copulando fino a morirne. E proprio così accade: i protagonisti ci lasciano uno dopo l’altro, morti di indigestione, senza apparente ragione, se non un’inguaribile noia esistenziale. La recitazione è quasi a soggetto: gli attori usano i loro veri nomi, molte scene sono frutto dell’ improvvisazione. I dolci sono mangiati per davvero, così come è vera l’arte di Tognazzi, noto buongustaio, nel prepararli. Tanti piccoli accorgimenti, che creano un’atmosfera confidenziale ed irripetibile (ancora una volta, "iper-reale"). Sullo schermo, sembra di vedere i VERI Mastroianni, Noiret, Tognazzi e Piccoli in quella magione fuori-città, ad imbastire il proprio canto del cigno. Così Ferreri mette in scena l’agonia dell’opulenza borghese; infine addirittura le prostitute, schifate, decidono di abbandonare i loro ospiti al proprio destino.

Pochi anni dopo (l’ultimo acuto è "Ciao Maschio", 1978), Ferreri si ritrovò in crisi creativa, in linea col nuovo che avanza, cioè i dissoluti anni ’80. Nel decennio, le stralunate profezie imbastite dai suoi film, dall’apocalisse all’indigestione,  sembrano avverarsi. Per il regista, invece, arriva l’oblio.

Dopo diversi tentativi di rilancio, nonchè alcuni film usciti unicamente per motivi alimentari  ( "La carne", 1991), Ferreri muore, dimenticato dai più, a Parigi, nel 1997. Nella sua carriera ha vinto un Orso d’oro a Berlino nel 1991 per "La casa del sorriso", 3 premi minori tra Berlino e Cannes, 1 David di Donatello per "Storie di ordinaria follia" nel 1983. Un palmares inferiore alla sua reale grandezza. Il suo spirito irriverente, il suo coraggio e la capacità di osare, appartengono ormai ad un’altra epoca. Ci sarebbe bisogno di altri come lui, ed ancora non ce ne sono stati. Intanto, dedico un piccolo tributo a questo grande, grandissimo regista italiano.

1.L’inquietante storia (vera) di Clairvius Narcisse.
Il 2 maggio del 1962, Clairvius Narcisse, un contadino di quarant’anni, morì per una febbre misteriosa nell’ospedale A.Schweitzer di Deschapelles, sull’isola di Haiti. I medici ed i familiari presenti certificarono il decesso, il corpo venne sepolto il giorno seguente.
Una mattina del 1980, diciotto anni più tardi, la sorella di Clairvius, Angelina, stava facendo la spesa al mercato. Una mano le si posò sulla spalla. Nello sconosciuto, ella riconobbe con grande sgomento il fratello deceduto.
Clairvius Narcisse raccontò di essere caduto vittima di un bokor (lo stregone malvagio di Haiti). Questi l’avrebbe stroncato con la febbre, per poi resuscitarlo e trasformarlo in uno zombi. Per tutti questi anni, ha lavorato come schiavo per il bokor, incapace di liberarsi dal vincolo imposto tramite la magia.
La storia di Narcisse ha uno sfondo importante, quello della magia voodoo ad Haiti. Il luogo è famigerato per le sue pratiche di magia, note sin dall’antichità. Accanto alla magia bianca, praticata dall’Hungan, c’è appunto quella nera, appannaggio del Bokor. I riti del voodoo, originari dell’africa, furono importati nelle Antille dagli schiavi neri. Per gli Haitiani il bokor è una figura paragonabile all’uomo nero, protagonista di storie spaventose e terrore dei bambini intorno al focolare. Ma anche per gli adulti, la magia nera è fonte di grande timore e superstizione. Qualcosa da prendere davvero sul serio. Per esempio, ad essa è dedicato un capitolo del codice penale dell’isola, che recita: "Sarà considerato tentato omicidio l’impiego contro di una persona di sostanze che, senza causare vera morte, producano coma letargico. Se in seguito a tale morte apparente la persona sarà seppellita, il fatto verrà considerato assasinio."

2.Le radici del mito.
Di etimologia incerta, il termine zombi proviene probabilmente dal congolose "nvumbi", corpo senz’anima, o "nsumbi", demonio. Le credenze popolari africane attribuivano al bokor il potere di rendere schiavo un uomo morto, costringendolo a servirlo per l’eternità. E’ facile pensare che, in tempo di tratta dei neri, una delle paure più angoscianti della popolazione fosse quella di non riacquistare la libertà nemmeno da morti.
Comre nasce uno zombi? Lo stregone sceglie la vittima da viva. Identificata la sua casa, accosta la bocca alla fessura della porta, ed aspira l’anima dello sventurato, per poi chiuderla in una bottiglia. In tal modo, il corpo senza spirito della vittima muore dopo pochi giorni. Al momento della sepoltura, il bokor richiama a sè il morto. Poichè egli detiene la sua anima, la vittima è obbligata a rispondere al richiamo. A questo punto, il bokor può contare su un servitore instancabile e fedele, privo di intelligenza e volontà. Solitamente, questo voodoo viene praticato per guadagnare un bracciante molto efficiente, oppure per una vendetta personale.

3.Al cinema col morto.
L’altro zombi, il più famoso nell’immaginario collettivo, è certamente quello cinematografico.
Snobbato ai primordi dell’industria del cinema horror, il non-morto sembrava una figura destinata a rimanere nell’ombra. Sgraziato ed analfabeta, impacciato nei movimenti, lo zombi non possedeva nè il fascino nobile di Dracula, nè la furia cieca del lupo mannaro, nè il talento drammatico del mostro di Frankestein.
Il primo esempio di zombie-movie è il misconosciuto White Zombi (1932) di Victor Halperin, con Bela Lugosi nei panni del malvagio stregone. Di qualità migliore è Ho camminato con uno zombi  (1942), di Jacques Tourneur. Il produttore Val Lewton fece un coraggioso tentativo, puntando su un mostro bistrattato dalla Hammer films, incontrastato colosso holliwoodiano dell’intrattenimento horrorifico. Il film ottenne un insperato successo, contribuendo al formarsi di un filone zombifico nella filmografia successiva, a partire dagli anni cinquanta. Nel 1966, esce La lunga notte dell’orrore di John Gilling. Perchè questo film è da ricordare? Dentro al cinematografo, nel buio della sala, c’era un ragazzino di sedici anni, di nome George A. Romero.

4.E finalmente arrivò Romero.
La notte dei morti viventi uscì in un’annata del tutto particolare: il 1968. Romero, regista pressochè esordiente, era in cerca di buoni incassi, ragion per cui decise di puntare su un soggetto particolarmente inquietante, su cui rimuginava da tempo: poche persone barricate in una casa di campagna, mentre intorno a loro i morti risorgono, e se ne vanno in giro a divorare i vivi. La trama era condita da un effettaccio dietro l’altro, tra sbudellamenti, cannibalismo ed un sottaciuto incesto. Romero mostrò tutto quello che non si era ancora visto su uno schermo, facendo cadere tabù cinematografici e morali, spesso in modo involontario. Come ad esempio nella scelta dell’attore protagonista, un nero, che i critici vollero interpretare come una coraggiosa presa di posizione, nell’ambito della lotta per i diritti civili. Invece, il misconosciuto Duane Jones aveva solo convinto il regista più degli altri attori ammessi al provino.
Per capire al meglio la portata del lavoro di Romero, è sufficiente vedere come la trama si svolga in modo inaspettato. La casa è assediata dagli zombi, di cui si ignora tutto: l’origine, l’obiettivo, le modalità del contagio. E’ un evento isolato, o si sta diffondendo in tutto il mondo? Come il suo illustre antenato, il libro di R.Matheson Io sono leggenda, il film lavora per  sottrazione. L’ambientazione è assai scarna. La desolazione aumenta l’inquietudine dello spettatore, che non trova i consueti punti di riferimento.
Ma Romero porta anche altre innovazioni: al contrario dei normali film horror, il protagonista sbaglia pressochè qualunque scelta tenti di fare. La via di salvezza viene suggerita invece da Harry, un personaggio secondario, che tra l’altro lo spettatore si rifiuta di seguire, in quanto è davvero antipatico. A volte sono scelte volontarie, altre volte no. E’ anche una questione di fortuna: il bianco e nero della pellicola, ad esempio, fu dettato da scelte economiche, piuttosto che da ragioni estetiche. Eppure, dobbiamo riconoscere che è stata la scelta più adatta per quel tipo di film.

La latent image, che produceva la pellicola, sopportò 114mila dollari di spese. Si sarebbe acconteta di coprire l’investimento. Invece il successo della notte superò ogni previsione. Dopo dieci anni, il film aveva raccolto tra i 12 e i 15 milioni di dollari al botteghino statunitense. Anche la critica, da sempre scettica verso il genere, riconobbe in seguito l’importanza del lavoro di Romero, non solo per l’horror, ma per il cinema tutto.

Al di là delle sue qualità estetiche, il film contiene un messaggio politico molto forte, di critica nei confronti del modello di vita americano. Perchè la pellicola non risultasse eccessivamente caricata, occorreva coniugare tale messaggio con gli stilemi del genere horror, quelli precedenti Romero e quelli che luì stesso creò. Proprio tale maestria di assemblaggio fece la fortuna dello zombi romeriano: una minaccia oppressiva, apparentemente impacciata, che infine cancella la viziosa civiltà dei vivi, in modo lento ma inarrestabile. Il discorso del regista si approfondisce nei due capitoli seguenti della quadrilogia zombesca (completata dal deludente La terra dei morti viventi nel 2005), usciti nel 1978 (Zombi) e 1985 (Il giorno dei morti viventi).
In Zombi alcuni superstiti della razza umana si barricano dentro un supermercato. La satira graffiante del regista prende di mira il consumismo, i lussi che i protagonisti si concedono, in una situazione di grave pericolo e desolazione. Lo stridente contrasto, tra la terra ormai possesso dei morti, ed il paradiso di plastica dove i nostri si sono rifugiati, mette in luce la genialità di Romero, capace di declinare l’immaginario orrorifico in un’allegoria della nostra società.
L’ultimo film sugli zombi degno di questo nome, Il giorno dei morti viventi, ci mostra la fine della razza umana. Un’estinzione prima morale, che biologica.  E mentre gli uomini continuano ad essere accecati dal loro egoismo, ma ormai ridotti a pochi esemplari, i morti camminano a milioni sulla terra. La sensazione, alla fin fine, è che Romero tifasse per i suoi cari zombi.

5.Il serpente e l’arcobaleno.
Prima del cinema e del mito, all’inzio della nostra indagine, c’era una storia vera. Cosa successe, dopo quell’incontro al mercato, allo zombi Clairvius Narcisse? La sua storia attirò l’interesse della BBC, che inviò ad Haiti una squadra per girare un documentario sul suo strano caso. Dal 1981, furono intervistate circa 200 persone, attestando che il sedicente zombi era proprio il vero Narcisse. Intanto, vennero alla luce altre testimonianze, di episodi analoghi accaduti a persone dell’isola. Nel 1982, il giovane antropologo canadese Wade Davis giunse ad Haiti con l’intento di fare un grosso reportage sulla vicenda (raccolto poi nel libro Il serpente e l’arcobaleno). Davis era persuaso che nelle storie raccontate ci fosse una dose di verità. Scettico sugli influssi magici, ipotizzò l’uso di una particolare droga, che induceva nella persona uno stato letargico simile alla morte. Si tratta della tetrodotossina, ossia della sostanza tossica contenuta nel pesce-palla. In proposito possono testimoniare anche i cuochi giapponesi, che muiono in un buon numero l’anno nel tentativo di cucinare il prelibato pesce. Altri sopravvivono, ma subiscono una paralisi del tutto simile a quella descritta nel rito voodoo. L’indagine di Davis, partita da questa evidente analogia tra il Giappone e i casi di Haiti, avanza l’ipotesi che lo stregone si serva di tale droga, per indurre alla morte apparente la vittima. In seguito, sull’individuo drogato agirebbe la forte suggestione. Le sue credenze gli suggeriscono di essere veramente sotto l’influsso della magia nera (e del resto, come testimonia Uma Thurman, il risveglio dalla bara deve essere un’esperienza assai destabilizzante per la psiche). Altre fonti invece propongono che la tetrodossina continui ad agire sull’individuo cosciente, inibendo la sua volontà. Resta il fatto che, una volta risvegliato, lo zombi si troverà costretto a servire l’autorità del bokor, fino a che un qualche agente esterno spezzi il sortilegio.

Questa pagina ha un infinito debito di riconoscenza al dossier sugli zombi apparso su L’almanacco della paura (Dylan Dog) 1995.
Per approfondimenti, vedi:
-Lo speciale sulla quadrilogia di Romero, dal sito filmscoop.it
http://www.filmscoop.it/speciali/la_quadrilogia_romeriana_dei_morti_viventi/default.asp
-Il serpente e l’arcobaleno, libro di Wade Davis. Da cui è tratto anche il film, omonimo, di Wes Craven.
-Io sono leggenda, libro di Richard Matheson, Fanucci Editore. Sono vampiri, e non zombi, ma il senso della vicenda rispecchia da vicino il rapporto uomo-zombi nella saga romeriana.
-La casa degli uomini perduti, Speciale Dylan Dog n.5 . Questa è letteratura. Forse il miglior albo di Dylan Dog. Riprende il libro di Matheson. Vedi anche i numerosi albi della serie regolare dedicati agli zombi.

Nelle righe che seguono, lo so già, peccherò di superficialità, approssimazione e pregiudizio. Vorrei quindi porre come primo punto tale riferimento, che una nazione non equivale in misura perfetta ai propri cittadini. Ed il suo spirito,l’immagine che tale paese dà di sè, viene percepito diversamente a seconda che si sia da una parte o dall’altra della barricata. Detto ciò, vorrei parlare di Sicko, il nuovo film di Micheal Moore, che ha per tema la struttura della sanità americana.

Davanti alla forza poderosa dei fatti, c’è poco da fare. Come i precedenti, questo film di Moore trasuda verità, fa sentire l’urgenza di un tema tanto importante, ancora una volta centrato sui problemi dell’America. C’è però un sapore diverso, rispetto ad esempio a Bowling a Columbine. Innanzitutto viene calcata oltremodo la mano sui pregi della sanità pubblica europea e cubana. In secondo luogo, la conclusione del film si fa via via più patinata, fino a diventare melassa zuccherosa e moraleggiante, oltremodo indigesta. Quasi non si riconosce più il regista che con ironia tagliente e salutare cinismo aveva smascherato l’america dei pistoleri. Moore sembra soffrire di patriottismo al contrario. Se i suo connazionali hanno una percezione deformata del mondo al di là del proprio naso, il regista ambisce agli altrui pregi con ingenuo stupore, quasi fosse l’Europa la terra promessa. Pertanto, quando si trova a cena con americani emigrati in Francia, sembra di assistere a quella scenetta di Albanese nel suo programma di RaiTre, "Non c”è problema". I convitati ebbri d’entusiasmo e felicità si mettono a decantare quanto è bello dove vivono, e quanto è brutto il posto da cui sono fuggiti, secondo il mantra, appunto di Albanese: "Be-eene. Tutto bene! Be-eene. Tutto bene, bene, benee!". La sensazione è che invece abbiano esagerato col vino. L’escalation di iperboli servite in tavola ha appunto il tono di chiacchiera da bar, piuttosto che quello documentato e serio che sarebbe consono ad un documentario di questo livello. Come se non bastasse, il nostro amico Moore ha scovato le mosche bianche: ad esempio, il medico della mutua con la casa da un milione di dollari. Nonchè la famiglia francese che considera il pesce la prima spesa per importanza, dopo il mutuo sulla casa. E le tasse? Il prezzo che noi Europei paghiamo per la sanità pubblica? Il regista fa appena un accenno, dimenticandosi poi di approfondire. E i problemi della statalizzazione dei servizi? Come molti, sono convinto della bontà del servizio fornito dallo stato. Ma, per onestà, sarebbe bene anche dare qualche dettaglio riguardo ai difetti che tale sistema comporta, se non si vuole scadere nella oleografia. Uno spettatore potrebbe iniziare a chiedersi se è tutto oro quel che luccica.
Nella seconda parte, Moore ci mostra i pregi della sanità cubana, che del resto la porzione di mondo di cui gli Stati uniti non fanno parte già conosceva e apprezzava (si dice, del resto, che nei paesi comunisti le uniche cose che funzionano siano la sanità e l’istruzione pubblica). Ad un certo punto, c’è una svolta inaspettata, che nulla c’entra con ciò che si è visto finora. I pompieri cubani convocato la squadra di Micheal Moore, di cui fanno parte due dei soccorritori dell’11 settembre. Accolgono i ‘nemici’ americani sull’attenti; sul rompete le righe, scatta il tripudio di baci e abbracci con i colleghi pompieri, all’insegna del volemmosebbene, poi si distribuiscono magliette, scende qualche lacrima, e Moore in sottofondo ci imbonisce con facili moralismi e velleità d’ecumenismo..mentre si inquadrà un caldo tramonto sul mare! Dopo la cartolina della Francia, dopo la cartolina della Gran Bretagna e quella del Canada, ecco che arriva la cartolina di Cuba, anch’essa in formato Dèpliant, con condimento di riconciliazione e spirito di corpo (dei pompieri).
Dove, secondo me, ha sbagliato Moore in questo film? Ha fatto un errore che, da americano, era facile commettere. Ha preso un’ideologia, e l’ha sostituita con un’altra, pensando così di mettere a posto le cose. Ma la sua europa, così netta, così perfetta, non è reale, tanto quanto le parole e le promesse dei Teo-dem americani, che lui contesta. Non puoi svegliare gli americani da un torpore somministrando un allucinogeno. Traspare un’inquietudine, un’ansia della perfezione, nella ricerca ossessiva del modello vincente, del cavallo giusto, che è tipicamente americana. Un paese dove l’opione pubblica, nel giro di tre anni, è passata da essere completamente a favore ad essere completamente a sfavore di Bush, non è un’opinione pubblica credibile. E’ sintomo di creduloneria, di facile presa dell’ideologia, volta a nascondere la realtà, che non è mai così semplice, così netta, così buona o cattiva come la si vuole descrivere. Micheal Moore nel suo primo film ha fatto una buonissima cosa: ha messo in campo delle contraddizioni. Perchè la realtà è contradditoria. Nel suo ultimo film ha costruito un altarino, dai tratti quasi religiosi. Il finale melassa, quello in cui addita ad un "nuovo giorno per l’america", nel momento in cui si renderà pubblico il sistema sanitario, appare senza volerlo retorico come un proclama della casa bianca.
Una considerazionione, però, il regista l’ha azzeccata: un paese che ha vissuto in casa la guerra mondiale, non avrà mai più la stessa innocenza, lo stesso candore, la stessa ingenuità di un paese che l’ha vista con il binocolo. Per questo, fondamentale motivo, la veduta di noi europei nei confronti dell’america su molti temi è così distante, ed in difenitiva molto meno ideologica, molto più disillusa.

Maratona Noir – Lunedì

Segnalo l’evento ai fortunati superstiti estivi che riusciranno a buttare l’occhio su questo spazio prima di stasera*. Se vi trovate in zona…

*Ultim’ora:evento spostato a lunedì sera causa maltempo.

FINALE EMILIA

Giovedì 23 agosto Centro Sportivo Comunale CINEMA SOTTO LE STELLE
MARATONA NOIR con opere di Pupi Avati:
ore 21.00: Zeder (Italia, 1983)
ore 23.00: La casa delle finestre che ridono (Italia, 1976)
ore 1.00: Tutti defunti… tranne i morti (Italia, 1977)
Colazione noir con bomboloni caldi al cioccolato

 

Il termine "Rivalutazione", unito a "sdoganamento", fa parte ormai in pianta stabile da diversi anni del dizionario del piccolo modaiolo. Si rivaluta ovviamente ciò che era stato precedentemente svalutato, ed in particolar modo ci si riferisce con tale termine al campo artistico. Si sdogana un artista, una corrente pittorica, un film. Quanto si tratta di sdoganare, sarebbe auspicabile la massima cautela, perchè non sempre chi fu maltrattato dai contemporanei è per forza incompreso e degno di nota. Peccato che tali accorgimenti siano rari: così da una parte certe cordate neo-kitsch ‘adottano’ le vigilesse di Alvaro Vitali, mentre dall’altra persiste una certa resistenza naturale dei circoli alti della cultura, restii a ritornare su giudizi e decisioni presi vent’anni fa. Dunque, i due comportamenti antietici, l’eccessiva accondiscendenza, magari interessata, e l’eccessivo snobismo, sono gli spazi di manovra entro cui muoversi nelle delicate operazioni di recupero dai fondali oceanici del nostro bistrattato passato recente.

Il fascino per il brutto, del resto, ha una lunga storia. Dall’ellenismo alla scapigliatura, dai concorsi di bruttezza per i cani ai video di youtube con le grassone, è sempre persistita nella natura umana una certe inclinazione per la trasgressione, il piacere di addentrarsi nel torbido. Contro appunto la kalokagathìa (bellezza e -uguale- bontà), termine greco capostipite di tutto un genere, di cremine di bellezza e sculture  marmoree dalle putenda levigate. Il brutto artistico e culturale è anche un attacco all’accademismo, alla cultura ‘alta’, ai valori più elevati che essa comporta. Per fare un’opera davvero brutta, però, è necessaria anche una certa dose d’intelligenza. Fior di artisti, in primo luogo i più moderni, hanno trovato nella cosiddetta ‘arte povera’ una molteplicità di nuove idee. Un lavoro che, nonostante le apparenze, richiede una certa dose di manovre dell’intelletto.
Brutto quindi non è certo sinonimo di stupido, almeno nella maggior parte dei casi. Abbiamo detto poco sopra che il brutto ha una sua funzione, una sua ragion d’essere, nell’affronto ad un modello ‘bello’, alternativo ad esso. Raramente un artista del brutto, sia esso un regista, od uno scultore, resiste alla tentazione di richiamare il corrispondente ‘bello’ della sua opera per farne la caricatura, la parodia. Proprio perchè se il ‘bello’ sente ben forte la sua autonomia, l’opera disgustosa risponde appunto ad un certo gusto. Questo, va da sè, si è formato necessariamente attraverso il giudizio estetico sul ‘bello’, ed il canone di bellezza che gli corrisponde. Per tale motivo, l’opera brutta non ha una sua autonomia, ma trova la sua ragion d’essere nell’opposizione.
Fissato questo punto, resta da stabilire un altro importante elemento: da dove proviene l’attacco del ‘brutto’. Già, perchè anche un seguace del ‘bello’ può essere spinto a fare autocritica, o criticare il proprio circolo di ideologi.  L’altra opzione, è che l’attentatore provenga dalle file dello schieramente opposto, o per meglio dire, dallo schieramento ‘sottostante’, in una scala gerarchica che presuppone il dominio del canone estetico ‘bello’, perciò ‘alto’.

Quest’ultima premessa è la più importante, perchè ci aiuta a dirimere i nodi dello sdoganamento (in particolare mi occupo qui di quello cinematografico) con maggiore cognizione di causa. Ovviamente, non sta a me decidere cosa va bene e cosa no, ma esprimo qui la mia opinione, riguardo i criteri da adottare nella rivalutazione, secondo le caratteristiche prima individuate.
Facciamo l’esempio di due ‘filoni’ cinematografici che certi (molti altri per fortuna no) critici distratti considerano più o meno sullo stesso livello: la saga del Banfi prima maniera, quello che per l’appunto spopolava negli anni ’80, ed il Fantozzi dei primi film.
Entrambi sono personaggi esemplari, ben individuabili nel loro contesto storico e sopratutto sociale. I film con Banfi e con Villaggio fanno ridere, chi più e chi meno, attraverso il grottesco. Lavorano quindi per aggiunta, e non per sottrazione come altri tipi di comicità, sugli aspetti salienti della maschera sociale che impersonano. In entrambi i casi, questa maschera proviene dal ceto medio-basso.

Parlo ora delle differenze. La prima, e sostanziale, sta nel rapporto tra la classe sociale di appartenenza dei due personaggi, per l’appunto di estrazione popolare, e la classe dirigente, più elevata nel reddito e nella cultura. Se tale confronto rappresenta il cardine della filmografia fantozziana, è del tutto assente nel secondo caso. Se ne evince, nel caso dei film di Lino Banfi, un circolo ‘chiuso’, dove il popolino ride di sè stesso, ma senza reale coraggio, predicando quasi l’immobilismo della loro condizione di classe subalterna. Anche Fantozzi pare senza speranza; non è certo un personaggio vincente. Nel suo rapporto con il padrone, però, si ritrova un certo approfondimento, che è il perno della satira sociale che i film ed i libri di Villaggio vogliono mostrare. Il ragioniere, anche quando desidera la propria rivalsa, ne esce sconfitto, anzi umiliato; accade con il Capo mega-galattico al termine del primo film, dove Fantozzi implora ‘sua santità’ di nuotare nel suo acquario. Oppure nella tristissima scena del Natale in ufficio. Ma in entrambi i casi ad uscirne sconfitto agli occhi dello spettatore è proprio il ‘padrone’, in quanto nell’umiliazione di Fantozzi si rispecchia tutta la sua crudeltà e prepotenza. Grazie a questo secondo punto di vista, il film di Fantozzi si rivolge ad ampie fasce sociali. Di modo che, qualsiasi sia la posizione dello spettatore, egli è costretto a confrontarsi con entrambi i ruoli, quello del padrone e del servo, che probabilmente nella vita svolge a fasi alterne.
La satira di Banfi invece non ha nessun tipo di approfondimento, nè contiene una qualche lezione per lo spettatore. E’ intrattenimento puro, solo di qualità scadente. Perciò, si rivolge solo ad una fascia di spettatori, quelli ‘di bocca buona’, rinunciando così a molteplici chiavi di lettura.
D’altro canto, all’occhio esperto non può sfuggire l’intellingenza e la cultura che Villaggio sfoggia dietro le pieghe di un personaggio apparentemente rozzo come il suo ragioniere. Tali finezze esulano completamente il discorso dei film trash di Lino Banfi.
Per ricondurre i due filoni alle categorie sopra individuate, si potrebbe dire che il ‘brutto’ di Banfi rinuncia al confronto con il modello del ‘bello’, perdendo così molto valore rispetto alla satira Fantozziana, tutt’altro che autosufficiente dai suoi (parodiati) modelli colti.
Posto che non c’è ‘attacco’ dalla parte di Banfi ad alcunchè, il suo ‘brutto’ può appartenere solo ai seguaci più ‘coatti’, ostili a priori al ‘bello’ in nome di una sterile autarchia. L’attacco al ‘bello’ nei due tragici Fantozzi, invece, viene dalle file di un attento (come prima detto, ‘brutto’ non vuol dire stupido) critico del proprio culto: a favore di tale tesi, è curioso notare come Villaggio sia un appassionato di cultura e cinematografia russa. Quale migliore dissacrazione, per lui, che dire "la corazzata Potiempkin è una cagata pazzesca?"
Alla fin fine, si evince che la satira di Fantozzi è corrosiva e dissacratoria. Quella di Banfi, poichè autonoma e circolare, pressochè innocua. Se la satira si misura nel grado in cui colpisce e fa riflettere lo spettatore, risulta presto detto cosa penso sia da sdoganare e cosa no.