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Riporto alcuni passi di un post, secondo me molto interessante, di un certo "Mondo di galatea" (link), a proposito del concerto del Primo maggio, a cui io stesso ho assistito in televisione.

I gruppi, i ggiovani, buttati sul palco a riempire la prima ora del pomeriggio, annunciati come Pippo Baudo annuncia le sue eterne scoperte all’Accademia di Sanremo, ma premurandosi di far sapere che per essere lì han superato una selezione fatta tramite l’iscrizione al sito internet, perché siamo moderni, cazzo, noi. A vederli salire sul palco, con l’aria finto smandruppata da sono-appena-venuto-via-dal-centro-sociale-senza-nemmeno-farmi-una-doccia-perché-è-borghese, ragazzi che paiono datati come una vecchia copertina degli Intillimani, e cantano lagne analoghe, biascicando parole incomprensibili, ed è meglio, perché quando ti capita di afferrare un verso ha la stessa profondità delle frasi sui baci perugina scelte da Moccia. Canzoni vuote, riempite da null’altro che una generica aspirazione a dire qualcosa di Sinistra, che si riduce però a mimare una incazzatura non meglio definibile contro un mondo ingiusto e crudele come lo sono le mamme che portano via i giocattoli ai pupi. Essì che ce ne sarebbero di cose precise da denunciare, per cui incazzarsi davvero; essì che un tempo i grandi della canzone erano precisi come cecchini, nel delineare i ritratti dei mostri della società: l’odio richiede una buona mira, sennò è una scrollata di spalle qualunquista, una posa.

[….]

 Quando sale sul palco Sabrina Impacciatore, il delirio tocca il culmine. Che è agitata si capisce, ma ansima per tutto il tempo come se stesse girando un porno. Non si ricorda nulla, e quegli scarni siparietti che le hanno scritto e fatto imparare a memoria sono desolanti. In uno risponde ad un tizio che le chiede: “Mi ameresti se fossi uno stagnino?”, lasciando intendere baratri di disprezzo sociale verso chi fa una vile professione machanica, mentre se oggi una figlia laureata ti porta a casa un piastellista o un imbianchino come moroso i genitori borghesi stappano lo champagne, perché s’è finalmente sistemata con qualcuno che guadagna. Tu sei lì che ascolti, e ti chiedi dove cazzo vivano gli autori “di sinistra” dei testi, da quanto tempo non si facciano un giro nel mondo reale, in un autobus all’ora di punta, in un capannone industriale; e te lo domandi pure quando hanno l’alzata di ingegno di far uscire sempre la povera Impacciatore, che rantola ormai, con delle tette nude ed un culo di fuori finti, e mandarla a piazzarsi vicino al conduttore che parla. Che dovrebbe essere, satira? Non si capisce, la cosa è tanto imbarazzante che il conduttore glissa, e la povera Impacciatore torna frettolosamente dietro le quinte, sempre sbuffando come un mantice.

 

Non mi trovo tuttavia d'accordo sulla performance di Enzo Del Re: nel circo allestito da Vinicio sul palco la sua vena grottesca è stata un affascinante intermezzo, per coloro che come me non avevano mai sentito nominare questo personaggio!
 

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Wikipedia:

Il pamphlet: genere letterario che consiste in un testo breve, per lo più con intenti polemici. (e, aggiungerei io, provvisti di titoli ‘strillati’ di forte impatto!)


Accidenti! Provate a cercare "Pamphlet" su Google, fiduciosi di trovare la home page di qualche cultore del genere…e invece nulla! E’ doveroso allora riparare in minima parte, con una top Five del genere.
Il Pamphlet in  Italia è stata soprattutto una letteratura politica. Il suo periodo d’oro sono gli anni ’70, quando la strategia della tensione e le stragi di stato diedero agli osservatori un bel po’ di materiale su cui lavorare.

#1 – Giorgio Steimetz (pseudonimo) : Questo è cefis – Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972.


Sottotitolo: l’altra faccia dell’onorato presidente.

Doveroso primo posto, per quello che è l’archetipo del pamphlet anni settanta. Primo motivo: è rigorosamente anonimo (chi si cela dietro Giorgio Steimetz?). Secondo motivo: ritirato immediatamente dal mercato, mai ristampato, è oggi introvabile (a meno di volerci versare qualche centinaio di euro, su E-Bay). Terzo motivo: il soggetto è nientemeno che il principe dei Pamphlet, Eugenio Cefis – principe, s’intende, in veste di imputato e non di accusatore.
Eugenio Cefis, tra Eni e Montedison, è stato uno dei più potenti imprenditori italiani. Il suo nome è stato accostato a tanti misteri, tanto da rivaleggiare con quello di Giulio Andreotti: come mandante dell’omicidio di Enrico Mattei, come defraudatore delle casse dello Stato (vedi Razza Padrona), come mandante dell’omicidio di Pasolini, come fondatore ed eminenza grigia della loggia P2.
Quello che è certo, è che la figura di Cefis ha ispirato una generazione di Pamphlettisti, in rappresentanza di un male oscuro, una miscela di eversione, capitalismo, mani sporche di sangue, piene di soldi, trame sotterranee.
Da riscoprire: Petrolio, di PP Pasolini – indagine romanzata sulle connessioni tra Cefis e gli anni dei Golpe e delle stragi.
Fonti: il pamphlet in versione (quasi?) integrale.

#2 – Guido Giannettini : Le mani rosse sulle forze armate – Savelli, Roma 1975.

Per chi ha avuto l’ardire di cercare questo introvabile libello – è circolato in poche copie solo negli ambienti militari – il divertimento (?) è assicurato. Troverete una sorta di manuale Scout in salsa fascismo del terzo millennio : come organizzare un campo d’addestramento nel bosco, come mobilitare sacche di resistenza anti-comuniste, come fronteggiare con l’intervento armato i cosacchi che stanno per abbeverare i cavalli a San Pietro. Guido Giannettini, sinistro figuro, è stato probabilmente uno dei principali artefici della strage di Piazza  Fontana, nonchè invischiato in gran parte dei loschi affari riguardo militari, servizi segreti, neo-fascisti, negli anni ’70. La sua ‘carriera’ denota una coerenza di fondo – non contento di ciò di cui era stato responsabile nel nostro paese, è andato ad organizzare dittature in Sudamerica, per poi rifugiarsi nel Portogallo di Salazar! Insomma, un buontempone, così nero che a confronto Pino Rauti era rosso.
Alla sua passione per l’eversione fascista, Giannettini aggiungeva un tocco di pan-militarismo. Già dal titolo, il Pamphlet reca la tesi che l’autore intende sostenere: il pericolo del comunismo si cela addirittura in seno alle forze armate italiane. Contestualizzato nella ‘guerra dei generali’ interna al SISDE in quegli anni, un libricino che ha fatto epoca, un vero e proprio manifesto dell’orrore della stagione stragista in Italia.
Nota storica: ‘Le mani rosse…’ fu una delle prove principali del collegamento di Giannettini con vari apparati dello Stato, nell’ambito del processo sulla strage di Piazza Fontana.

#3 – Eugenio Scalfari, Giuseppe Turani : Razza padrona – Feltrinelli, Milano 1974.

 

Sottotitolo: Storia della Borghesia di Stato.
Già da qualche anno, Scalfari si era ritagliato un ruolo di spessore nel giornalismo italiano. Il suo "L’Espresso" aveva fatto sensazione con servizi che nulla hanno da invidiare ai pamphlet di cui sopra: la rivelazione del Golpe Sifar (1967), l’emergere della pista nera nell’istruttoria di Piazza Fontana (1970), le inchieste su Calvi, per finire con la diffamatoria ed iper-pamphlettistica campagna contro il presidente Leone.
Nel libello, gli autori tratteggiano i caratteri della "Borghesia di Stato" – il manipolo di capitani d’impresa che foraggiano il capitalismo italiano con i finanziamenti pubblici, i salvataggi delle aziende in difficoltà, in una commistione di interessi politici ed interessi privati.
Ad impersonare il "borghese di Stato" per antonomasia, manco a dirlo, c’è ancora il nostro amico: Eugenio Cefis, in riferimento al quale, nell’ambito del salvataggio della Montedison, Scalfari e Turani non esitano a parlare di "saccheggio" ai danni delle casse statali.

#4 – Pascal Bruckner : Il singhiozzo dell’uomo bianco – 1985 (Ristampa Biblioteca della Fenice 2008).

Chiude la rassegna un libricino posteriore, molto anni ottanta e poco anni settanta. Pascal Bruckner ("un fanatico", nel giudizio di Luciano Canfora) ha in odio i ‘miti terzomondisti’: cioè l’atteggiamento che il primo mondo si è formato nei confronti dei paesi poveri, in un misto di compassione e solidarietà. Come in una parodia del cristianesimo, questo nuovo culto vede nel Sud il Salvatore, che redimerà tutti i peccati del capitalismo e l’industrializzazione.Bruckner invece intende porsi nei confronti del terzo mondo senza stereotipi, finto pietismo, pregiudizi positivi o negativi. Ci riuscirà? Di certo, ciò che è riuscito a fare è trovare un meraviglioso titolo: grottesco, curioso, assurdo – molto, molto pamphlettistico. Ma per il resto, che ‘nostalgia’ per i libercoli naive degli anni ’70!

La malvagità del pelo.

Clamoroso Furto di capelli ai danni di esponenti dell’intellighenzia contro-culturale.



Minzolini

Signorini

Bondi
Galliani


Si battono tutte le piste, alla ricerca di un possibile collegamento tra le vittime.



Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

(Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista)

Oggi prendiamo in considerazione due parole usate a sproposito dagli organi di informazione e i personaggi che li popolano.

Pietas

Gino Paoli a "che tempo che fa" afferma di stare dalla parte dei vinti (e dall’altra? qualcuno dovrà pur starci), e di provare per loro "umana pietas"…con questo spirito sarebbero nate le sue canzoni, ultima la contestata "il pettirosso", dove prova pietas per un vecchio pedofilo.

Un lettore di "Repubblica", la cui lettera è stata pubblicata due giorni fa, dimostra anch’egli di credere che pietas sia lo spagnolo dell’italiano ‘pietà’.
Invece la parola latina ha lo stesso etimo dell’aggettivo ‘pio’, e significa "devozione agli dei". Qualche residuo del liceo: Enea aveva molta pietas, e questo è più o meno l’unico tratto caratteriale dell’eroe che ci veniva reso noto (doveva essere un tipo un po’ monocorde).

La prossima volta Gino Paoli, o altri raffinati autori, non si facciano ingannare dalle assonanze nel tentativo di impreziosire il loro discorso.

Teorema

Di quanti teoremi ci giunge notizia dai quotidiani? Mi vien da pensare che sia un altro residuo della scuola Hegeliana-Gentiliana, questo disprezzo per la parola, che troviamo nella bocca degli avvocati difensori (e immaginiamo il loro disgusto nel pronunciarla): "abbiamo demolito il teorema dell’accusa!".

Eppure il teorema è un’espressione di un sistema formale, dedotta dagli assiomi. Se il sistema è corretto (spesso i sistemi interessanti lo sono!), il teorema è anche una tautologia, cioè è ‘indubitabilmente’ vero (in un modello, ma lasciamo da parte i dettagli).

Quindi, quando Pecorella annuncia gioioso che i teoremi messi in piedi dalla magistratura contro il suo assitito sono stati smontati, sta dicendo due cose:
1.Le accuse rivolte al suo assistito sono teoremi, dunque sono indubitabilmente vere.
2.Che lui le ha smontate (falsificate?): quindi il sistema nel suo complesso è incoerente, perchè permette di derivare la negazione di un teorema precedentemente dimostrato.

Allora forse Pecorella ha nozioni di logica, e usa la parola teorema a ragion veduta: dopotutto, non è intuitivamente vero che il suo assistito è un criminale, e solo un sistema giudiziaro contradditorio potrebbe assolverlo?

Le Kappa

la storia si manifesta come tragedia e si ripete come commedia

K.Marx

Il diritto alla parzialità

Se c’è qualcosa che lo spocchioso Moretti rivendica ad ogni sua (rara) intervista, è la facoltà di esprimere pubblicamente giudizi, di prendere posizione; politicamente, ma non solo. Si tiene stretto il diritto di non essere d’accordo con alcune opinioni. Di dire che qualcuno ha ragione, e qualcun altro ha torto.
Diceva qualcosa di simile anche Romano Luperini, l’altro giorno nel suo intervento in Piazza dei Tolomei a Siena.
Se c’è qualcosa di cui l’assuefazione da televisione ci ha privato, tra le tante, è la facoltà di prendere posizione netta in favore di qualcosa e contro qualcuno o qualcos’altro.
I giovani cresciuti con la televisione hanno difficoltà a dire "No, io non sono d’accordo", a criticare apertamente il proprio interlocutore, a far pendere il proprio giudizio da una parte tra due contendenti. Ad esempio quando si discute della cosa pubblica, tra coetanei, soprattutto nelle assemblee grandi e piccole. Questa specificazione è importante, perchè il modo dell’assemblea ricalca un altro modo: quello del salotto televisivo. Dove chiunque ha dignità di dire la propria, tutte le opinioni sono rispettabili, e finiscono per diventare tutte giuste allo stesso modo, perchè è sgradevole che qualcuno venga messo dalla parte del torto quando si è in diretta. Figuriamoci quando tra i presenti c’è qualche indagato, condannato, qualche essere viscido, non si butta via nulla, tutti sono innocenti, ed in fondo chi è senza peccato scagli la prima pietra! Se la televisione è il regno dell’ipocrisia, dell’eufemismo, è anche perchè esiste una par condicio perpetua.
La par condicio televisiva si insinua surrettizia nell’animo di certe nuove leve tele-spettatrici; inibisce la loro facoltà di essere parziali, di discernere le opinioni altrui, di guardare e pensare criticamente. Sopratutto in politica, intesa in senso lato: nel sociale, nelle dispute, nelle grandi questioni. Ci è stato raccontato, di alcuni ragazzi (però pochi, tra molti altri più consapevoli) messi davanti al DDL Gelmini sulla scuola, di cui tanto si parla in questi giorni. Ragazzi dell’università. Ed essi erano incapaci di andare oltre un "mah, entrambe le parti hanno le loro ragioni". E’ questo atteggiamento la par condicio, l’imparzialità eretta a sistema, che si ritorce presto in indifferenza o qualunquismo.
Inutile dire quanto questa imparzialità diventi poi falsa e parziale, alla resa dei conti.
Invece, è triste vedere il senso critico e la coscienza civile e politica dello spettatore soffocare lentamente, in modo quasi impercettibile, come la goccia che scava la roccia. Certo, è un atteggiamento che si manifesta in modo lampante ancora in una ristretta parte di tele-popolazione. Anzi, diciamo pure in una parte estesa, ma in modo molto velato, sfumato. Abbiamo tentato qui di cogliere uno dei tanti atteggiamenti per l’appunto velati, sfumati, che la cultura televisiva inculca lenta ed inesorabile nelle menti di noi tutti.
Un po’ come gli applausi ai funerali: esistono costumi che si insinuano, alcuni più velocemente di altri, ed è bene provare ad accorgersene finchè si è in tempo.

Elio Petri con Francesco Rosi a Cannes 1972
Partiamo da queste due foto:

– la prima rappresenta Elio Petri e Francesco Rosi (accompagnati da Hitchcock e la Lollobrigida) che ricevono ex-equo la palma d’oro al festival di Cannes 1972. I film vincitori: "la classe operaia va in paradiso" e "Il caso Mattei". Entrambi con Gian Maria Volontè protagonista.

– la seconda rappresenta Paolo Sorrentino e Matteo Garrone che ricevono due riconoscimenti del festival di Cannes, edizione 2008. I film premiati: "Il divo" e "Gomorra". Toni Servillo è presente in entrambe le pellicole, nella prima come protagonista assoluto.

La domanda posta è semplice quanto suggestiva: sono i successi di oggi paragonabili a quelli di allora?

Ci sono notevoli punti in comune: il più importante, i quattro film trattano temi dell’ambito politico-sociale. Di attualità. Capaci di risvegliare l’opinione pubblica.
Era da tempo che in Italia un film non era al centro del dibattito civile. Nel caso di Gomorra, più del film è stato il libro ed il suo autore a catalizzare l’attenzione della stampa. Per quanto riguarda "Il divo", sin da subito i giornali hanno seguito e premiato il film, con recensioni e riconoscimenti. Meno scontato, Sorretino si è persino affacciato in televisione, ad "Annozero".
Può sembrare poco, ma è già molto. Perchè questa accoppiata ha risvegliato l’attenzione sopita di molti cittadini su problematiche diverse, ma ugualmente d’attualità. "Il divo" ha portato sugli schermi la nostra storia recente, spesso sconosciuto ai più giovani. Si è tornato a parlare del terrorismo, delle stragi, della P2 e della corruzione: si è tornato a esercitare spirito critico su argomenti che sembravano oggi sepolti da un’agenda politica ansiosa di ‘nuovismo’ e focalizzata sull’ ‘emergenza sociale’ del momento.
Gomorra ha fatto pubblicità alla Camorra, che fuori dalla Campania preferirebbe sentir parlare di sè il meno possibile. Il suo successo non cambierà molto della situazione napoletana, ma intanto ha creato una sensibilità nuova.

Un’altro punto in comune: si tratta di film belli e riusciti a prescindere dai contenuti. Parliamo sempre dell’accoppiata più recente: in comune hanno una splendida fotografia e un montaggio riuscito.
Gomorra sceglie uno stile più arido, crudo ed impietoso. Garrone è più simile a Rosi, nell’adozione di un registro iper-realistico che ha radici lontane, nel neorealismo italiano.
Il divo si avvale di una dimensione quasi caricaturale, ma certamente grottesca e fantasiosa. In questo si può accostare il cinema di Sorrentino a quello di Petri. Paradossalmente, lo dice lo stesso autore, il pubblico ha trovato il suo film piuttosto aderente alla realtà. Può forse volere dire che è questa stessa ad essere grottesca. Del resto, anche "La dolce Vita" vive in una dimensione favolosa, ma è un impietoso specchio dei suoi tempi. Credo che il film di Sorrentino possa ambire ad essere tale per un ventenno (72-92) e più di storia politica.

Terzo punto in comune: Volontè e Servillo sono i mattatori indiscussi dei 4 film premiati. Personaggi molto diversi, tuttavia accomunati dal destino che ha voluto regalargli un tripudio sulla costa azzurra.
La speranza è che possa formarsi una scuola di attori, nonchè di registi, che diano linfa nuova al nostro cinema impegnato, di così illustre tradizione.

Proprio a quest’ultimo punto si ricollega una considerazione finale: si dice, finalmente, che questa è la rinascita del cinema italiano. Di un cinema particolare, quello politico ed impegnato, che forse per poco coraggio era stato a lungo trascurato in tempi recenti.
Finalmente, si vede qualcosa di diverso da una commedia che parla di trentenni in crisi(protagonisti:Accorsi,Mezzogiorno,Favino), di famiglie a pezzi (protagonsiti:Buy,Finocchiaro,Orlando), di adolescienti somari (protagonisti:Vaporidis,Capotondi,De Rosa).
Finalmente, il cinema nostrano si sprovincializza, prova a fare le cose in grande, fa parlare la critica straniera, fa parlare i politici e, si spera, il pubblico.
Fatto non secondario, il botteghino sempra premiare questo nuovo corso.
La mia speranza è che questo non sia un fatto isolato, ma che questa rinnovata attenzione possa ispirare una nuova generazione di cineasti, che portino avanti questo particolare segmento del cinema italiano, forse quello più riconoscibile e apprezzato anche all’estero.
Si attendono sviluppi: cioè, soprattutto, nuovi film.

Ultimo appuntamento con i ‘misteri d’Italia’, dedicato agli anni ’80 e ’90: dalla P2 alla caduta della "democrazia dei partiti". Se avete qualche commento, qualche precisazione, o pernacchia da farmi, è molto gradito. Grazie e buona lettura.

 

La P2 ed il ‘salto di qualità’ (1975-1981)

Quello che accade dopo Piazza Della Loggia viene chiamato da Biscione il “cambio di spalla del fucile”. L’estremismo di destra appare ‘bruciato’ (se già non lo era dal ’69, seguendo Bellini), e le strategie del sommerso nel quinquennio ’69-’74 un sostanziale fallimento (secondo il giudizio dell’autore), poiché non avevano portato ad un governo autoritario del paese. Al contrario, il PCI avanza nelle elezioni del 1975. È in questi anni che compie la sua ascesa il terrorismo rosso, culminante nel sequestro Moro (1978).

A differenza del terrorismo nero, i cui legami con i servizi sono conclamati, più problematico è definire il rapporto dell’eversione di estrema sinistra con l’apparato statale. È possibile che si intreccino dinamiche, anche internazionali, estranee al nostro discorso, o comunque difficili da decifrare senza cadere nel complottismo a tutti i costi. L’unica posizione sostenibile con una certa accortezza riguarda l’impunità con cui viene permesso alle Brigate Rosse di ricostituirsi dopo l’arresto dei fondatori a metà degli anni ’70; inoltre, si può anche affermare che il clamore suscitato dal terrorismo rosso fa il gioco delle destre, in quanto spaventa l’opinione pubblica e crea le condizioni favorevoli ad un governo autoritario.

A sostegno di collusioni più profonde tra sommerso e terrorismo rosso, disponiamo solo delle sibilline parole di Miceli in tribunale nel 1974 (“Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, sentirete parlare soltanto di quegli altri”).

Comunque sia, il 1975 non segna solo la fine della fase storica della strategia della tensione, ma è anche l’anno in cui Licio Gelli diventa maestro venerabile della Loggia P2. È questo un passaggio particolarmente significativo per il sommerso: l’evoluzione dei suoi intrecci, la raffinazione delle sue strategie lasciano intravedere un salto di qualità decisivo.

Per meglio comprendere lo scarto, occorre analizzare come cambiano i connotati tipici del sommerso; in che direzione vanno quelle traiettorie (il ruolo della violenza, l’extraistituzionalità) in precedenza evidenziate.

La massoneria rappresenta un luogo delle decisioni totalmente esterno all’alveo istituzionale; con il ‘comitato d’affari’ gestore dello stato, teorizzato nel Piano di rinascita democratica, si completa quella cessione di sovranità cominciata con la sovraesposizione del potere militare, la guadagnata autonomia dei servizi segreti, sfociata infine nel ricatto stragista del terrorismo nero.

C’è tuttavia una prima forte discontinuità, riguardante il ruolo della violenza. Decade l’azione clamorosa su larga scala, che aveva caratterizzato lo stragismo neofascista. Lo spettro del golpe, agitato con insistenza all’inizio degli anni settanta (dove si registrano svariati e spesso velleitari tentativi), fa l’ultima, fugace apparizione nello Schema di massima per un risanamento generale del paese, presentato da Gelli e Salvini al capo dello Stato Leone. Le tentazioni totalitarie si sono già molto attenuate nel successivo, e ben più complesso e articolato, Piano di Rinascita democratica (1975-76). In esso emerge una nuova strategia, assai più raffinata, che intende appropriarsi del potere in modo graduale e senza traumi apparenti.

È un disegno che non mira al semplice rovesciamento del sistema, oppure all’abbattimento del PCI. Piuttosto, in ottica più ampia, si propone un deciso superamento della democrazia dei partiti. Intende ricostruire lo stato attorno ad un ristretto club di imprenditori, liberali, pubblici amministratori, nonché “pochissimi uomini politici”, che formi un governo parallelo ed extraistituzionale, nel quale concentrare la gestione del potere.

Il progetto dà voce ad una insofferenza ‘storica’ della borghesia economica liberale per le strutture statali ed i tentativi di regolamentare l’iniziativa privata (che avevano visto una storica ‘sconfitta’ nella stagione del centro-sinistra ‘60-‘64). In particolare, mira a valorizzare realtà imprenditoriali emerse nel frattempo, ignorate e scorporate da una realtà politica bloccata, rimasta invariata dal dopoguerra. Movimenti che guadagneranno a posteriori una loro cifra significativa (la formazione della Lega Nord di Bossi), in particolar modo nel nord-est, in contemporanea al rapido declino del movimento operaio.

Nonostante i progetti di ampio respiro, il modo di procedere della Loggia sa coniugare i nuovi ambiti di interesse ed antiche convergenze. Il perpetuarsi di sodalizi consolidati trova un esempio nell’affiliazione alla P2 degli alti gradi militari, nonché di una buona rappresentanza dei servizi segreti.

D’altro canto, il raggio d’azione della P2 è tale da permettere convergenze tra aree molto diverse tra loro, prima impensabili. È il caso ad esempio del sistema di Michele Sindona, di Roberto Calvi ed il banco Ambrosiano, e della penetrazione nel gruppo editoriale RCS: eventi che ridisegnano l’economia e gli equilibri di potere nel paese, ma che per poter essere realizzati necessitano di un numero ingente di risorse, nonché di uomini della massoneria collocati pressoché ovunque nei ruoli chiave delle istituzioni e nell’imprenditoria.

La struttura della Loggia è omnipervasiva: la vastità e la diversità degli ambiti in cui si muove rendono difficile anche solo pensare ad un filo unitario che tenga insieme l’intera gamma di operazioni. Il denominatore comune di tutte queste iniziative è il richiamo ad uno spregiudicato e “democratico riconoscimento del diritto all’eversione” (così lo definisce Biscione), che si legittima ad agire fuori dall’ambito istituzionale e della legalità, rispondendo unicamente a logiche interne alla cerchia degli affiliati.  

Se vogliamo, la P2 rappresenta un punto d’arrivo per il sommerso. Si tratta di un modello strutturato che consente a componenti le più disparate della società di avere un dialogo politico e decidere una strategia comune. È una poderosa coniugazione di stato ed antistato, che svuota dall’interno le istituzioni facendo leva sul logorio delle loro stesse strutture. Si tratta della prima vera riaggregazione di strati sociali esclusi dalla democrazia antifascista, fondata sulle logiche corporative e la privatizzazione del potere statale.

Emerge con chiarezza quel sommerso che la democrazia antifascista legittimata dai grandi partiti aveva contenuto, ma non certo dissolto.

Dagli anni ottanta alla seconda repubblica: l’ascesa della nuova destra

Gli anni ottanta sono contrassegnati da una democrazia bloccata, frutto del fallimento del compromesso storico. Il passaggio al decennio successivo è segnato da un vero e proprio cataclisma (la dissoluzione dell’Unione sovietica, tangentopoli, i movimenti referendari), che sancisce la dissoluzione dei partiti della Prima Repubblica, e con loro di quel collante antifascista che aveva accompagnato la nascita della Costituzione.

Si avvia una fase di ridefinizione degli equilibri politici che forse non si può tutt’ora considerata compiuta. Su eventi così recenti, Biscione rileva la scarsa efficacia del suo metodo di indagine. Il sommerso infatti può essere descritto in presenza di un sostrato stabile e istituzionale in relazione al quale esso agisce. Il presente invece è soggetto a movimenti convulsi che generano comportamenti anomali. In queste condizioni, è difficile distinguere ciò che è sommerso da ciò che è istituzionale.

Anche perché, nel frattempo, al vertice delle istituzioni è asceso un partito che richiama in sé notevoli elementi di assonanza con le caratteristiche finora evidenziate nelle forze sommerse. Se l’accostamento non è troppo ardito (ma è Biscione stesso a farlo intendere), quella Forza Italia che vince le elezioni del 1996 può essere vista come una versione aggiornata dell’uomo qualunque. Combaciano nel dichiarato anticomunismo, nella visione liberista dell’economia, nell’attenzione dedicata alla borghesia imprenditoriale. Nonché, per citare Biscione, nella “difesa più o meno esplicita di quel tanto di illecito o di illegale che caratterizza i rapporti tra industria, finanza e poteri occulti” (questo si formalizza soprattutto nella struttura P2).

Anche se grande parte dell’elettorato della DC è confluito a sostegno della  formazione di Berlusconi, nella sua azione politica si vede ben poco quell’accento sull’antifascismo che aveva contraddistinto i partiti uscenti dal CLN. Piuttosto, non si può non vedere una consonanza con la visione P2ista della società, e con i suoi propositi di superamento del vecchio modello di dialettica partitica.

Ma la scomparsa dei suddetti partiti ha creato le condizioni perché si inneschi un processo assolutamente inedito: la ‘emersione’ di quelle frange della società la cui esclusione dalle sedi del potere legale ha dato origine ai principali conflitti che hanno attraversato il paese nel dopoguerra.

Dunque, il “riassorbimento nella cultura istituzionale” rappresenta l’ultima evoluzione del sommerso. Una delle sfide principali per una classe politica che, orfana della cultura antifascista, stenta a trovare un accordo sui principi di reciproca legittimazione, e soprattutto su quei valori fondativi che dovrebbero costituire l’argine di difesa dello Stato democratico e delle sue istituzioni.

Di seguito riportiamo la seconda parte della relazione (dedicata a Piazza Fontana e la Strategia della tensione). Ne seguirà domani una terza, l’ultima, dedicata agli anni ’80 e ’90 (dalla P2 a Forza Italia). Buona lettura.


Piazza Fontana: una lettura ‘sommersa’

Al principio della nostra indagine, abbiamo affermato che i contorni del sommerso meglio si delineano tanto più troviamo un’invarianza, un elemento di simmetria che permetta di mettere in relazione un fatto con un altro.

Il lavoro di Boatti, se posto in rapporto con quello di Biscione, ci consente proprio questo: trovare nella vicenda processuale di Piazza Fontana quelle sintonie con la ‘guerra non-ortodossa’ in atto, che consentano di individuare nelle numerose irregolarità delle indagini e dei processi l’azione delle forze del sommerso.

Si può intendere la narrazione di Boatti come una sosta d’approfondimento nel percorso generale delineato da Biscione. L’ingrandimento di una vicenda di particolare rilevanza, che dimostra una sua coerenza col piano teorico complessivo, e tuttavia introduce elementi di novità: quelli peculiari della strategia della tensione, che si apre proprio con la bomba di Piazza Fontana.

La pista anarchica

Tra le istruttorie di Piazza Fontana, quella che mira alla colpevolezza degli anarchici apparirebbe ad uno spettatore neutrale sin da subito inattendibile. Prima ancora di essere inconsistenti, infatti, le prove a carico sono impossibili da giudicare, perché subiscono forzature e montature talmente vistose da impedire di ricondurle ad una verità originaria.

Piuttosto, ogni sforzo degli inquirenti è indirizzato a soddisfare la ‘preferenza’, contenuta nella direttiva che parte da Roma a poche ore dall’esplosione. Il Viminale segnala la presenza di una ‘ipotesi attendibile’ che ‘indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi’. La volontà, poi supportata dalla stampa, è di montare una ‘esclation anarchica’, cominciata con gli attentati alla Fiera di Milano in Aprile ed ai treni in Agosto,  culminata nelle bombe del 12 dicembre.

Dunque, le indagini procedono con un vizio di fondo: identificano a priori in una determinata area ideologica la responsabilità dell’attentato. Tutto il resto (le prove, i testimoni, la percezione pubblica) dovrà essere uniformato alla direttiva del Viminale.

La ricostruzione di Boatti descrive con dovizia di particolari le manovre lecite e meno lecite con cui viene ‘gonfiata’ la pista anarchica. Tentiamo ora di riproporle, non in ordine cronologico, ma per aree tematiche, al fine di dimostrare le seguenti tesi: lo sforzo è articolato e sospinto da agenti di vario tipo, con ruoli differenti; la volontà di distorcere la realtà è per lo più unidirezionale, metodica e ripetuta; la volontà di incolpare l’estremismo di sinistra, l’attenzione a plasmare la pubblica opinione, l’appoggio di apparati istituzionali, sono elementi che riconducono l’insieme delle azioni di depistaggio all’area del sommerso, come precedentemente delineato.

 

Vediamo ora nel dettaglio, quali azioni ‘irregolari’ tra quelle messe in evidenza da Boatti sono riconducibili a scopi comuni.

Innanzitutto, il tempestivo indottrinamento dell’opinione pubblica da parte dei media:

 

·         La stampa (in sintonia con le autorità) punta sin da subito sulla connessione tra gli attentati ai treni e la strage del 12 Dicembre: si parla, ad esempio, di “anello di una tragica catena”, in relazione a quest’ultima. Gli anarchici, perciò, sono colpevoli per proprietà transitiva.

·         Nell’intervista del 1974, Andreotti rivela che Giorgio Zicari, il ‘superinformato’ giornalista del Corriere, è gradito al Sid, ed ha il compito di orientare l’opinione pubblica secondo le direttive dei servizi.

·         Pietro Valpreda, già dalla mattina del 17 Dicembre (quindi il giorno dopo l’incriminazione), è oggetto di una violentissima campagna mediatica, che lo identifica come ‘mostro’, esaltandone i tratti grotteschi e tragici. In definitiva, una condanna a priori.

·         Anche per Pinelli, all’indomani del ‘malore attivo’, viene disposta ad arte una sentenza di colpevolezza. Egli avrebbe provato rimorso, oppure si sarebbe visto alle strette, in ogni caso si è suicidato. Così dice la stampa, e così recitano alcune dichiarazioni (poi smentite nei giorni successivi) della polizia.

In secondo luogo, le irregolarità di forma nelle indagini:

·         Uno dei primi confidenti ascoltati la sera del 12 Dicembre, dalla Questura di Roma, è Mario Merlino. Personaggio con un curriculum altamente sospetto: passato con dimestichezza dal neofascismo all’anarchia, fondatore del circolo 22 Marzo, è lui stesso ad accusare la propria ‘creatura’. Ma quale è davvero il ruolo di Merlino? Egli viene trattato in modo del tutto esclusivo: la sua abitazione non viene sottoposta a perquisizione, né gli viene chiesto seriamente di procurarsi un alibi per il giorno della strage. La sua testimonianza è fondamentale, perché canalizza le indagini verso il circolo, e porta Pietro Valpreda a Roma.

·         Pinelli viene trattenuto in stato di fermo illegalmente, perché oltre le quarantotto ore previste, senza proroga del magistrato. Permangono inoltre dubbi sulle modalità della sua morte.

·         Anche l’incriminazione di Valpreda presenta caratteri di straordinarietà: il suo arresto a Milano è seguito per fortunosa coincidenza da…Giorgio Zicari; successivamente, viene portato a Roma, e solo dopo il riconoscimento da parte di Rolandi viene a conoscenza della gravissima accusa a lui rivolta.

In terzo luogo, l’inquinamento di testimonianze e indizi. Se vogliamo, la distorsione più grave, in quanto ha il duplice effetto di portare le indagini su binari morti, e montare ad arte testimoni ed indizi che avrebbero potuto invece avere un’utilità decisiva nell’indirizzare la giustizia verso i veri colpevoli.

·         Su Pinelli pesa la testimonianza del Novali, che l’avrebbe individuato, a partire da una foto di giornale, come il conducente di una Giulietta che si allontanava dal luogo dell’attentato. Ma egli riconosce una foto vecchia, dove non c’è traccia della vistosa barba che l’anarchico si era fatto crescere di recente. Inoltre, questo fragile edificio accusatorio scompare inspiegabilmente dagli atti del primo processo, per poi non ricomparire più. Boatti, in merito, ipotizza un cambio di strategia delle forze che intendono addomesticare l’opinione pubblica: l’ipotesi della presenza sul luogo dell’attentato di Pinelli, una volta accusato Valpreda, appare un controsenso, così la testimonianza distorta per accusarlo viene semplicemente epurata dalle indagini.

·         Un misterioso frammento di vetro, rinvenuto non si sa dove e non si sa da chi, viene tirato fuori al momento opportuno, solo ad analisi eseguite, dalla polizia scientifica di Roma, ed esibito ai magistrati che stanno indagando. Si tratta, dicono, di un reperto rinvenuto nella Banca Commerciale, il cui materiale coincide con quelli utilizzati da un artigiano di Roma, presso cui lavora Valpreda. Tuttavia, nessuno aveva scritto di aver visto tale vetro prima del 1970. E non compare neppure tra i reperti rinvenuti nel sopralluogo alla Banca.

·         Anche la testimonianza di Rolandi subisce vistose forzature. Valpreda non assomiglia all’uomo descritto verbalmente dal tassista. Prima del riconoscimento, viene presentata al testimone una foto di Valpreda – per cui si può ipotizzare la volontà di indirizzare la sua identificazione. Al momento del confronto all’americana, egli indica sì Valpreda, ma dichiara: “se non è lui, chi altri può essere (in dialetto)”. Infine, ci sono incongruenze sul tragitto percorso dal taxi il 12 dicembre: la ricostruzione della strada fatta da Valpreda (che ha anche difetti di deambulazione) per avvicinarsi alla Banca fa a pugni con la logica. Infatti sembrerebbe allontanarlo dal luogo piuttosto che favorirne l’avvicinamento.

La pista nera

La traccia investigativa che porta alla cellula nera padovana subisce una sorte complementare ed opposta rispetto alla pista anarchica. Infatti le prove a carico di Freda e Ventura vengono occultate, le testimonianze minimizzate, le persone che più si prodigano per dimostrare la loro colpevolezza ostracizzate da Roma (è il caso del commissario Iuliano), oppure ostacolate nelle indagini (il giudice D’Ambrosio).

La preoccupazione maggiore delle forze che intendono insabbiare la pista nera riguarda ciò che Ventura e Freda sanno, le persone che conoscono, le rivelazioni che potrebbero fare. Le loro parole davanti ai giudici potrebbero aprire una falla nella rete dell’eversione nera, ma soprattutto portare più in alto, collegare la strage ad apparati statali cosiddetti ‘deviati’.

L’attività di prevenzione di questa eventualità viene svolta da quegli stessi agenti che si interessano di sospingere la pista anarchica. A dimostrarlo, sono le modalità di azione, simili nonostante partano da scopi diametralmente opposti. Infatti, le operazioni si svolgono su due fronti: distrazione dell’opinione pubblica dalla rilevanza della pista nera; occultamento delle prove che possono ricondurre ad essa in sede giudiziaria.

In primo luogo, dunque, si segnalano gli esempi di allontanamento, geografico, temporale, ideologico, dalla verità sul 12 Dicembre 1969. Una distanza a più livelli, fortemente cercata, perché toglie testimoni, allontana i ricordi, ma anche distrae l’opinione pubblica, sottrae comprensione, offusca il senso stesso della strage.

·         La testimonianza di Guido Lorenzon sulle confidenze avute da Giovanni Ventura si dimostrerà col proseguire delle indagini del tutto veritiera e probante. Eppure le sue dichiarazioni vengono minimizzate e poi ignorate dai magistrati romani che sono, in quel dicembre ’69, del tutto presi dalla infeconda pista anarchica. I magistrati trevigiani allora devono mettersi in proprio: così l’incriminazione per Freda e Ventura giungerà solo nell’aprile 1971.

·         La tempestiva (16 dicembre ‘69) segnalazione del venditore di borse di Padova, relativa ad un acquisto sospetto avvenuto due giorni prima della strage, viene ‘fagocitata’ dall’Ufficio Affari Riservati, che sottrae le prove indiziarie raccolte alle indagini fino al settembre 1972.

·         La dilatazione dei processi avviene nel tempo (l’ultimo processo, il settimo, si è chiuso nel 2005), ma anche nello spazio. Infatti, sin da quando Valpreda viene portato a Roma per il confronto con Rolandi, è nella capitale che vengono svolte le indagini sulla pista anarchica. In parallelo, in Veneto prende corpo la pista nera. Bisogna attendere il 1972 perché gli atti delle due piste vengano dichiarati di incompetenza territoriale e portati nella sede naturale, a Milano. Tuttavia, il procuratore della repubblica trasferisce tutto dopo pochi mesi a Catanzaro, per ‘motivi di ordine pubblico’. È quest’ultima, paradossale decisione il sintomo forse più evidente della volontà di allontanare il processo dall’attenzione dell’opinione pubblica. Il tempo perduto, nel peregrinare del processo da una sede all’altra, viene utilizzato dai servizi segreti per organizzare l’evasione di Freda e Ventura dal carcere di Monza; in generale, dà il tempo ad agenti sommersi di ergere nuove barriere ad occultamento della verità.

·         La decomprensione infine, può essere anche ideologica. È quello che, sin dal principio, tentano di fare Freda e Ventura: mostrarsi agli inquirenti di orizzonte politico opposto, in modo da negare i reciproci legami, aprire false piste di indagine, impedire una chiave di lettura (ideologica) univoca dietro la strage. Alle procedure ‘false flag’ risponde anche l’operato di Mario Merlino, l’infiltrato nel circolo 22 Marzo, il ‘motore’ della pista anarchica. Presente di persona, nel 1965, a quel convegno dove tale modus operandi veniva richiamato e teorizzato. Vuole mascherarsi da ‘rosso’ anche il libretto (scritto da Ventura) “La giustizia è un timone, dove la si gira va”, con copertina per l’appunto di tale colore.

In seconda battuta, segnaliamo il ripetuto inquinamento di prove che avrebbero potuto indirizzare gli inquirenti verso la cellula nera padovana.

·         La deflagrazione di un reperto importantissimo come la borsa inesplosa alla Banca Commerciale. La scomparsa del cordino posto su di essa, che poteva essere collegato in modo decisivo al venditore di borse padovano.

·         La lacunosa perizia svolta sui Timer usati per ritardare l’esplosione degli ordigni del 12 dicembre.

·         La deflagrazione, inspiegabile, dell’esplosivo ritrovato nel muro di casa Marchesin nel 1971, eseguita dai carabinieri alla presenza di Freda, senza raccogliere campioni.

·         I timer, le borse, le cassette metalliche, l’esplosivo sono prove indiziarie il cui collegamento con Freda e Ventura era stato testimoniato da varie fonti (Ruggero Pan, l’elettricista Fabris, ditte produttrici, Lorenzon). Tuttavia, in sede di processo viene progressivamente ridotta la loro importanza, fino alla vanificazione degli indizi raccolti.

Il caso Giannettini

Senza dubbio Giannettini è l’indiziato grazie al quale gli inquirenti vanno più vicini a lambire logiche di potere molto grandi, che investono i servizi segreti e la stessa credibilità di noti esponenti politici.

La sua rete di conoscenze rispecchia quelle convergenze già in precedenza evidenziate tra alte cariche militari (il generale Aloja), il mondo dell’eversione (i neofascisti di Ordine Nuovo ‘studiano’ sui suoi manuali), ed ovviamente i servizi segreti. Giannettini è un teorico della guerra non ortodossa: di norma scrive per i giornali dell’Arma, ma è anche relatore al famigerato convegno del 1965.

Non deve stupire dunque che le indagini sul suo conto vengano ostacolate con ogni mezzo disponibile.

·         Esfiltrazioni: nel 1973, Giannettini viene espatriato dal SID a Parigi. Nello stesso anno, l’operazione riesce con Marco Pozzan, ‘factotum’ di Freda ed esponente dell’eversione nera padovana. Fallisce invece l’esfiltrazione di Ventura, per sua stessa volontà.

·         Segreto militare: viene opposto al giudice D’Ambrosio, quando questi nel 1973 pone domande scomode al servizio sul conto di Giannettini. Già l’anno precedente, riguardo alle carte riservate in possesso di Ventura, il giudice aveva bussato alla porta del servizio, che ne aveva negato la responsabilità.

·         La nota del SID (di cui si parla più diffusamente in seguito): riportante la data del 17 Dicembre 1969, forse manipolata in seguito, in relazione alla strage della Banca fa i nomi di tutti (anarchici, ma anche neofascisti), tranne quello del proprio agente.

Non si deve trascurare poi un altro fatto: se le indagini su Freda e Ventura hanno rivelato i loro legami con il servizio, le indagini sul servizio rischiano di porre domande scomode riguardo le responsabilità politiche del suo operato. Infatti, il coinvolgimento di Giannettini nel processo trascina con sé anche uomini politici come Andreotti e Rumor, chiamati a rendere conto della posizione dello Stato nei confronti del servizio e del suo agente. Al di là del clamore suscitato, i risvolti della vicenda sono impietosi: dietro i silenzi ostinati e le amnesie dei politici chiamati in aula, c’è l’ammissione di una imbarazzante complicità, o per lo meno una grande occasione persa per prendere le distanze da un servizio che agisce ampiamente oltre i margini delle istituzioni e della legalità.

Le variabili sommerse della strategia della tensione (1969-1974)

Tornando all’analisi di Biscione, il quadro generale della strategia della tensione appare molto più problematico e discontinuo di quanto possa apparire ad una prima impressione.

Ciò che è chiaro è l’emergere in modo significativo di un nuovo tipo di violenza: non più accessorio e incorporato alle istituzioni, ma brutale e sconvolgente; un tentativo, dice l’autore, di esproprio della politica ad opera di agenti esterni.

Tale violenza è funzionale ad un disegno complessivo, che intende attribuire all’azione delle sinistre un clima generale di tensione, onde portare l’opinione pubblica ed il paese a destra. A questo disegno è funzionale, ad esempio, la campagna di stampa (dicembre ’69) che intende fare di Annarumma un martire dell’ordine, quasi che la sua morte sia l’inevitabile conseguenza di un biennio segnato dalle contestazioni giovanili e operaie. Ma questo è solo il preludio di un’escalation terroristica di ben altro spessore ed impatto emotivo, di cui Piazza Fontana rappresenta il primo, eclatante capitolo.

Se della strage si è già diffusamente detto, bisogna però per correttezza tornare a ragionare sulle sue dinamiche interne. Difatti, è facile, quando si ragiona su di un quadro complessivo, conformare ad un unico giudizi vari indizi, anche se portano a conclusioni discordanti. Lo sguardo critico dei due autori ci permette invece di soffermarci su certi documenti, certi fatti inerenti alla strage che resistono ad una lettura a senso unico.

Ad esempio, c’è una notevole discrepanza tra l’analisi di Biscione e di Boatti, in relazione alla univocità d’intenti, da parte delle forze sommerse, di insabbiamento della pista nera. In particolare, riguardo al presunto appoggio che servizi e uomini politici avrebbero dato all’effettiva realizzazione dell’attentato. Appoggio che Biscione tende ad escludere (mentre sarebbe conclamata l’azione di copertura): egli trova rivelatrice in questo senso la nota del SID del 17 dicembre, che addossa le responsabilità alla cordata Merlino-Delle Chiaie-Aginter presse, smontando così la pista anarchica.

Di altro avviso Boatti, che evidenzia la problematicità di quell’appunto. Si tratta, dice, di una ‘fisarmonica’, ovvero una ricostruzione che suona la musica che si vuole sentire, dice e non dice. E’ un ombrello protettivo sui servizi, trovatisi nella scomoda situazione di dover spiegare la posizione di Giannettini. Dal punto di vista del SID, assumere qualsiasi posizione è problematico: se sapevano della strage, ammettono di non essere riusciti a fermarla. Tuttavia, se non sapevano della strage, farebbero sorgere domande sulla loro effettiva utilità.

Così nasce la fisarmonica. Che non è nota univoca, né porta il Sid ad assumere in modo chiaro nessuna delle due posizioni sopra descritte. Tende invece a mescolare nero a rosso, poiché, a differenza di Biscioni, Boatti vede in essa un supporto alla pista anarchica, supportata però da un retroterra nero. Si tratterebbe dunque dell’ennesimo tentativo di depistaggio. La nota del SID torna a far parlare di sé nel 1985, quando in un memoriale Delle Chiaie espone la sua tesi: l’appunto sarebbe stato gonfiato ad arte nel 1973, ed artificiosamente presentato come di poco posteriore alla strage.

In realtà, la fisarmonica tanto minuziosamente descritta da Boatti acquista una chiave di lettura suggestiva se agganciata alle considerazioni di Biscione, in merito alle relazioni tra eversione nera ed istituzioni dopo il 1969.

A tale proposito, è necessario introdurre la ricostruzione di Fulvio Bellini (1978): essa può spiegare perché ci siano momenti, durante i processi su Piazza Fontana, in cui il Sid sembra ‘scaricare’ gli stragisti neri, mentre in altri sembrerebbe offrire loro protezione.

Egli sostiene di essere a conoscenza da fonti inglesi (non una bizzarria: l’Observer è il primo giornale ad usare, il 14 dicembre 69, l’espressione “strategy of tension”) di una trama dei filoamericani in Italia come input iniziale della strategia della tensione. La fazione si identificherebbe con la socialdemocrazia (a cui appartiene l’unico esponente politico accreditato al convegno del 1965, Ivan Matteo Lombardo) e farebbe riferimento a Saragat (che si era espresso con parole sinistre già all’indomani della morte di Annarumma). Primo ostacolo: viene ‘umanamente’ difficile pensare a uomini politici all’apparenza moderati che ordinano una strage. Per mitigare tale posizione, Biscione sembra dare credito alla tesi secondo cui la bomba è esplosa solo per un disguido quando la banca era ancora aperta (tesi che Boatti respinge decisamente, ritenendola un tentativo di scaricarsi di responsabilità degli imputati agli occhi dei giudici).

All’indomani della strage, Bellini parla di un accordo tra Moro e Saragat, per affossare la pista investigativa delineatasi sulla nota del SID, in cambio dell’abbandono da parte di Saragat dei propositi terroristici.

E’ da rilevare in questa ricostruzione, che Biscione considera “non implausibile”, una certa schizofrenia della politica, che vuole da un lato riappropriarsi della propria centralità nella gestione del potere, dall’altro ha la necessità di mantenersi credibile dinanzi all’eventualità che siano scoperte le collusioni con i servizi ‘deviati’ e l’eversione. Inoltre, la suggestiva interpretazione di una strategia ‘senza testa’ dopo il 1969 trova il riscontro in alcuni fatti: la strage di via Fatebenefratelli del 1973, ordita per colpire Rumor (reo di non aver proclamato lo stato d’emergenza dopo il 12 dicembre), la strage di Peteano del 1972, il cui autore rivendica l’autonomia del proprio gesto rivoluzionario, distinguendosi implicitamente dai ‘camerati’ che avevano agito in complicità  con lo Stato. Un’escalation di matrice neofascista, culminante negli attentati del 1974, propugnata come una sorta di ricatto allo Stato, compromesso dall’iniziale complicità con gli stragisti neri.

A conforto della tesi può essere letta anche l’intervista di Andreotti del ’74, se vogliamo interpretare le sue rivelazioni come un proposito, non colto, di far rientrare il servizio segreto nei ranghi della legalità.

Questa seconda fase, che seguendo Bellini potremmo definire di autonomia dei neofascisti, viene fatta concludere dagli storici nel 1974, anno in cui si verificano diversi eventi significativi. Andreotti ‘scopre’ Giannettini, D’Amato lascia l’Ufficio Affari Riservati, cade Nixon, cade il regime parafascista portoghese ed i colonnelli greci. Ma soprattutto, la strage dei lavoratori in Piazza Della Loggia smaschera la matrice nera dell’attentato, compromettendo definitivamente la strategia ‘false flag’ che doveva essere funzionale al consenso per una svolta a destra del paese.