Il comitato ‘Parenti delle vittime del 2 Agosto 1980",
qualche anno dopo la strage di Bologna, si rivolse
al CED (centro di elaborazione dati) della zona,
e chiese di inserire nella macchina le carte processuali,
sotto schede perforate, in modo da creare un
‘database’ sull’attentato. Il loro intento era di fare una ricerca
su quei dati, per trovare collegamenti tra le diverse carte,
una mole sterminata, che potevano
essere sfuggite all’occhio umano,
ma  non sarebbero sfuggite alla potenza di un calcolatore.
Quello che serviva loro, per una ricerca efficace,
era una ‘ontologia’ delle carte processuali.

Cominciare un discorso con un’etimologia è come cominciare una giornata bevendo un bicchiere d’acqua a stomaco vuoto. Non può che fare bene ai reni.

Ontologia vuole dire letteralmente ‘scienza di ciò che è (tò ov)’.1
E’ credenza comune che l’ontologia sia qualcosa di speculativo, da relegare per l’appunto nelle aule delle facoltà di filosofia. Intendo in questo spazio dare uno scorcio su un aspetto poco conosciuto, ma in rapido sviluppo e dalle notevoli applicazioni, dell’ontologia.

"Cosa c’è", allora? La domanda è di fondamentale importanza quando abbiamo a che fare con una collezione molto vasta di oggetti. Se abbiamo la nostra vecchia cassetta degli attrezzi, ricolma di bulloni, cacciaviti e quant’altro, non ci basta il colpo d’occhio per pescarne il giusto attrezzo e rendere proficua la nostra collezione di utensili.
Cominciamo allora ad ordinare i pezzi: facciamo diversi mucchietti, quello dei cacciaviti, quello delle viti, quello dei bulloni, eccetera. Abbiamo stabilito un qualche tipo di ordine tra gli oggetti.
Se estraiamo un oggetto dal mucchio di bulloni, possiamo dire senza rischio di sbagliare che quello è un oggetto del tipo bullone, ed avrà la proprietà di essere avvitato.
Abbiamo stabilito delle categorie: noi l’abbiamo fatto con la cassetta degli attrezzi, Aristotele l’ha fatto con tutto ‘l’essere’ (insomma, con tutto ciò che c’è). Potremmo allora dire che, se il creato fosse esclusivamente composto da utensili da lavoro, noi abbiamo classificato tutto ciò che c’è, e gli possiamo assegnare proprietà e relazione. Abbiamo fatto un certo tipo di ontologia.

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Il salto, tanto evidente ma spesso trascurato, è di area semantica. Anzichè usare il linguaggio della filosofia teoretica, utilizziamo quello dell’informazione e dell’informatica.

Cos’è, la nostra collezione di oggetti classificata, se non una base di dati (meglio ‘database’, se non volete farvi ridere dietro)? Possiamo stendere una tabella con tante colonne quante categorie di oggetti, ed elencare su ogni riga i singoli oggetti del piccolo ‘mondo’ degli utensili, nella categoria corrispondente. Abbiamo così una rappresentazione del nostro database.

Dunque, l’attività di formare un ontologia può essere comparata a quella di creare un database, all’interno del quale stivare i dati.

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Ma a cosa serve tutto questo? Certo, abbiamo classificato cosa c’è nel mondo. Per un filosofo in-rachitito, questo sarebbe già abbastanza. Ma noi scettici utenti siamo pretenziosi, e vogliamo mettere a frutto il lavoro di classificazione fatto. Per questo ci sono le query. Una query è letteralmente una domanda che rivolgiamo al mondo. Caro mondo, mi dici per favore quali e quanti bulloni di diametro 2 mm ci sono in te? E il mondo, che abbiamo strutturato in modo da essere in condizione di ‘vedere’ quali e quanti sono i bulloni, e le loro caratteristiche, saprà rispondere.
In altre parole, un’ontologia è utile perchè possiamo interrogare un mondo con uno sterminato numero di oggetti, proprio nello stesso modo in cui utilizziamo un normale motore di ricerca.

Questo dovrebbe far scattare in noi una spia. Quale grande, grandissimo mondo interroga un motore di ricerca? Il web, internet. Ma internet è un mondo strutturato come un database? In altre parole, conosciamo la sua ontologia?

La risposta al momento è no. Gli algoritmi dei motori di ricerca si basano su criteri (frequenza di una parola, links, etc..) poco convincenti in linea generale: io digito Scarpa, con l’intenzione di trovare la home page del mio amico Lucio Scarpa, e Google mi restituisce n-pagine che parlano di calzature.
Questo esempio lascia intendere che Google non ha conoscenze sull’ontologia del web: non sa distinguere una persona (Scarpa) da un indumento (scarpa), perchè i contenuti delle pagine non seguono queste categorizzazioni pre-definite.
Le pagine web hanno infatti una sintassi (solitamente lo standard è l’HTML), ma non una semantica.
Non c’è modo di capire quale sia il significato delle cose scritte entro un tag <body> (il ‘corpo’ della pagina).

Questo:
(1) <body>..Scarpa fu un grande innovatore nella pesca sportiva..</body>

e questo:
(2) <body>..In questa pagina, presentiamo un nuovo modello di scarpa ergonomica..</body>

Per google sono (semanticamente) equivalenti. Cioè non c’è modo di dirimerne la diversità di significato.

(3) <body>..<vivente  analisi logica="nome proprio" denotato:specie="umana">Scarpa</vivente> fu un grande innovatore nella pesca sportiva..</body>

(4) <body>..In questa pagina, presentiamo un nuovo modello di <oggetto analisi logica="nome comune">scarpa<oggetto > ergonomica..</body>

Questi sono invece esempi (stupidi e laboriosi quanto volete) di semanticizzazione del testo.

Immaginate quale potenza di ricerca si potrebbe raggiungere, se le pagine web venissero costruite secondo criteri semantici, oltre che sintattici. Coglierne il significato, e non solo la struttura; interpretarne i contenuti: una frontiera che non può non affascinare ogni buon filosofo!

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Certo, non credete che io mi sia inventato nulla! Sarebbe stato bello avere certe idee per primo. Invece, esiste addirittura un sito italiano, che raccoglie il materiale su questa nuova frontiera di internet, denominata semantic web. Il nome già dice tutto.
Sono stati creati linguaggi, regole sintattiche che permettono di dare una semantica ad una pagina web, di modo che sia predisposta a ricevere una interrogazione (query) strutturata in un certo modo.
Esistono standard, già largamente utilizzati, ma nessuno ha ancora ‘vinto’ la battaglia per la supremazia sugli altri (e diventare, davvero, ‘standard’ per le pagine web).
E il problema più grosso, al di là di quello che si progetta di fare, è quello che già c’è: miliardi di pagine web non semanticizzate. Interrogare un web destrutturato in base al contenuto: una sfida che pare impossibile. Avete qualche buona idea?

Io credo che in merito un bravo filosofo dovrebbe avere diverse frecce nell’arco. Egli può dare un apporto, un punto di vista del tutto diverso da quello di un informatico o un ingegnere. Facciamo valere più di 2000 anni di ontologia (nonchè di filosofia del linguaggio)! Questo è uno dei ‘luoghi’ più caldi della moderna battaglia del pensiero, dove la filosofia può scendere in campo davvero, e non rimanere solo materia accademica. Ancora una volta, credo che la teoria possa mettere in mostra il suo irrinunciabile potere applicativo, che altre discipline, cosiddette pratiche, non possiedono.

1.Basterebbe già questo, una minuta definizione preliminare, per darci qualche grattacapo. Infatti, possiamo darne due intepretazioni ben differenti: l’indagine su "cosa c’è", e su "cosa è (ciò che c’è)". Questo solo per lasciare intendere che, nonostante l’apparente aleatorietà del discorso, l’ontologia è tutt’altro che una dissertazione libera e arbitraria. Ha invece le sue classificazioni interne e le proprie direttive di lavoro (in tale proposito, rimando al fantastico compendio di Achille Varzi – sintetico e letale – dal titolo appunto Ontologia – Bollati Boringhieri 2005).
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