Archive for gennaio, 2007


Questa è l’anteprima di uno "Speciale Ecce Bombo" che uscirà a breve nella rubrica spettacoli di un giornale studentesco locale

Dopo 28 anni è tornato al cinema il secondo lungometraggio di Nanni Moretti. Distribuito dalla Sacher (casa di produzione dello stesso regista) in 20 copie, il film non presenta tagli né aggiunte di nessun tipo. La pellicola restaurata è stata proiettata in alcune sale di Roma e cinema d’essai delle altre zone d’Italia nel mese di Dicembre. Questo lavoro di restauro lascia presupporre con ogni probabilità l’uscita di un’edizione rimasterizzata in DvD del celebre cult del regista romano.
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L’uscita imminente dell’edizione restaurata di ‘Ecce Bombo’ potrebbe essere un facile pretesto per parlare ancora una volta del’onda lunga del ’68, del ‘compagno’ Moretti, degli anni dell’impegno politico e così via. Tuttavia questa ‘operazione nostalgia’ apparirebbe come tale solo ad una prima, superficiale occhiata. Pochi sanno infatti che ‘Ecce Bombo’ presenta elementi di analisi sociale e riflessione politica del tutto innovativi e in contro-tendenza rispetto al 1978. Basti leggere qualche recensione uscita allora, per rendersi conto delle difficoltà che incontrò Moretti negli stessi ambienti di sinistra: il ‘quotidiano dei lavoratori’ il 15 marzo di quell’anno parla del film come "Un de Profundis filmato per il giovane borghese"; ‘Lotta continua’ titola, riprendendo il nome dell’opera prima del regista, "Io sono un monarchico"; infine, ‘Linus’ accusa gli ex-militanti presentati nel film di non esserlo mai stati, e chiude in bellezza con un "E Moretti mi pare più dei loro che dei nostri" (‘loro’ inteso come fascisti). Alcuni di questi estratti ai nostri occhi potrebbero appararire canzonatori ed antifrastici, ma in realtà sono estremamente seri e convinti del proprio sdegno. Ciò di cui oggi non ci rendiamo conto è il dogmatismo della estrema sinistra, che era imperante quando Nanni con i suoi film mise in luce la "crisi della Militanza". I giovani protagonisti di "ecce Bombo" sono delusi e sfiduciati; reduci del movimento studentesco del ’68, ora essi vedono la loro rivoluzione disgregarsi e declinare sotto i colpi del tempo. Il bilancio ‘in corso d’opera’ di Moretti era tanto personale da diventare in breve tempo internazionale, tanto involuto in se stesso da apparirci oggi lungimirante, mentre le parole dei giornali di cui sopra sembrano relitti di un passato bolscevico.
La sincronia del momento storico con il suo giudizio è un altro elemento di primaria importanza: ‘Ecce Bombo’ fu affresco dei tardi anni ’70 fatto negli anni ’70, così come Bianca svolse lo stesso ruolo per gli ’80. A questo punto occorre fare dei distinguo per evitare un facile fraintendimento: Moretti ha ripetutamente manifestato nelle interviste il suo disinteresse per una analisi d’attualità, che appare però implicita nei suoi film. Questa apparente discordanza, che potrebbe sembrare un occultamento delle intenzioni da parte del regista, è invece spiegabile in altra maniera. Nanni Moretti non vuole parlare d’attualità, ma della realtà attuale, così come non vuole essere il portavoce della sua generazione, ma solo di se stesso. Questa originalità d’intenti ha fatto sì che i suoi film portino tutti una firma personale, un rapporto intimo con lo spettatore che ha i tratti di una chiacchierata a casa d’amici in salotto. Tuttavia, proprio il particolarismo che il regista si pone come barriera ottiene l’effetto opposto di darci un’efficace visione d’insieme. Il suo quarto film "Bianca" (1984) parla di un uomo, l’alter ego di Moretti, che si oppone fortemente alla coppia ‘moderna’ o ‘aperta’. Sulle ceneri del permissivismo ad oltranza, del disimpegno amoroso, egli avverte Il bisogno di salvare qualcosa d’antico: la profondità del sentimento, la coppia unita, l’amicizia perenne. Questo suo apparente tradizionalismo diviene un punto di vista assai originale se proiettato in quel contesto culturale, dove da una parte ci sono gli ultimi fuochi dell’utopia amorosa e politica degli anni ’70, dall’altra il riflusso, che non si assume alcuna posizione in merito. Moretti sceglie una terza via, più conservatrice rispetto a queste due, e del tutto inaspettata. Come nel caso di Ecce Bombo, anche nel 1984 ci furono alcune lodi e feroci critiche; ancora una volta, la posizione di Moretti, sorprendente al tempo, potrebbe apparirci irrilevante oggi. Quindi, a proposito della filmografia del regista, è doverosa una revisione a beneficio del pubblico moderno: collocare ogni opera nel suo contesto storico ci da una consapevolezza ulteriore dell’importanza di film come "Ecce Bombo" e "Bianca".
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Le frasi celebri (ecce bombo)
 

Michele al telefono indeciso se andare ad una festa – No veramente non…non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo…no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo?. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Michele vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.
 
 Dialogo tra Michele ed una sua vecchia amica
-Senti che lavoro, me ne ero dimenticato, che lavoro fai?
– Beh mi interesso di molte cose. Cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
– Concretamente.
– Non so cosa vuol dire?
– Come non sai, cioé che lavoro fai?
– Nulla di preciso.
– …Come campi?
– Ma… te l’ho detto giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
– E l’affitto?
– Vivo con mio fratello e non lo pago.
– I vestiti?
– E’ un amico per esempio che va a Londra gli dico di portarmi delle cose degli abiti.
– Il mangiare?
– Mi ospitano molto spesso.
– Questa sigaretta qui?
– Ho incontrato un amico stamattina e mi ha dato due pacchetti di queste.

 Dialogo surreale tra Michele e Flaminia all’inizio della loro strana relazione
– Pensavo che si potrebbe fare l’amore… ma pensavo che fosse impossibile. E’ possibile?
– Dipende.
– Dipende da cosa?
– Dipende se c’e` un motivo.
– In che senso?
– Se c’è un motivo, allora non vedo perché, se non c’è, allora non vedo perché no.
– Non capisco…
Servizio di Telecalifornia
Siamo al Capricorno. Un nome che senz’altro questi ragazzi hanno scelto per sottolineare la loro volontà di incidere nella realtà in cui vivono. Ecco qua l’organizzatore, il direttore del Capricorno. I giovani tornano alla coppia?
– Beh…
– I giovani abbandonano la coppia?
– …
– I giovani tornano alla coppia! Stanchi di discorsi fumosi impregnati di ideologia, si sono riuniniti in una cooperativa. (…) Qui la dimensione privatistica della cena fuori casa è aspramente criticata. Tutti mangiano insieme in enormi tavolate, dove riconoscono vecchi amici e ne conoscono di nuovi, che poco prima ignoravano. Ma ecco laggiù un bel tavolo di giovani. Corriamo ad intervistarli. Guadagniamo il loro tavolo. Chi prende la parola?
– Vito sa fare molto bene il giovane.
– Dicci Vito.
– Si noi stiamo bene… stiamo insieme. E’ bello stare insieme, non siamo più gelosi, non siamo più egoisti. Adesso per esempio andiamo a prendere un amico nostro, e poi tutti insieme andiamo a Ostia a vedere l’alba. AHAHAHAHAH!

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Perfavore basta strumentalizzare Lucio Battisti. Dopo tanti anni il ritornello è sempre lo stesso: non c’è tumulto destroso di piazza dove non si canti qualcuna delle sue canzoni, non c’è intervista ad esponente di AN (l’ultimo in ordine di tempo Fini) che non ponga in cima alle sue preferenze il cantautore rietino (difficile credere che sia un amore del tutto genuino). L’equazione Battisti=Destra sociale non è che uno degli ultimi retaggi dell’ Italia manichea degli anni di piombo, dove ogni nota di costume, ogni singolo frammento della società doveva celare insito nella sua natura un significato di destra o di sinistra. Così anche Lucio Battisti, perchè non era "partigiano" come i vari De Gregori e Guccini, cadde vittima di questa categorizzazione. Venne accusato di esprimere un pensiero piccolo borghese, di essere simpatizzante fascista, ed infine di aver finanziato gruppi di estrema destra. Alla base di tutto sta un’affermazione di Pierangelo Bertoli: "Negli anni Settanta si sapeva che Battisti stava a destra e che era vicino al MSI. Non c’era bisogno di prove, lo si sapeva e basta". Se lo dice lui… queste voci invece non trovarono mai conferma, se non in analisi pretestuose delle sue canzoni, volte a mettere in luce presunte allusioni al fascio ("o mare nero" in La canzone del sole, o "planando sopra boschi di braccia tese", da La collina dei ciliegi). A screditare del tutto queste voci basterebbero ad esempio le parole di Bruno Lauzi, che sostiene invece una vicinanza di Battisti al partito radicale.

Ma al di là di tutte le congetture, restano le parole, quelle concrete e non supposte, che Battisti cantò per trent’anni. Fu uno dei primi artisti ad interessarsi di ecologia. Parlava di sentimento amoroso e di fragilità maschile in un periodo dove certi temi erano bollati come frivolezze da una parte politica e dall’altra. Infine, fatto tutt’altro che secondario, rivoluzionò la canzone italiana, donando alla nostra musica leggera dignità ed autonomia artistica. La sua importanza come autore passa spesso in secondo piano, proprio perchè ci si sofferma molto sul dibattito relativo all’ appartenenza politica. Pochi ad esempio seguirono al tempo le sue sperimentazioni degli anni ottanta, di recente rivalutate. Eppure anche nella produzione precedente, più melodica, possiamo trovare elementi di grande novità: il canto rauco e sgraziato; le voci sovrapposte; una parte musicale più importante che mai, curata nel minimo dettaglio con sperimentazioni di stile (dobbiamo pensare a tempi dove si componeva spesso e volentieri sul solo giro di do). Insomma, seppe coniugare un grande successo di pubblico con un’impronta artistica nient’affatto trascurabile, mantenendo sempre una certa riservatezza che è qualità rara tra i musicisti di successo. Fregandosene di tutto e di tutti, seppe ritirarsi dalle scene e mantenere il contatto con i suoi estimatori tramite i dischi. La sua statura di artista, i suoi testi, il suo stile di vita ci restituiscono la dimensione del vero Lucio Battisti: il suo non fu un canto di destra o sinistra, ma "un canto libero".

L’aspetto piu’ preoccupante del recente rapporto sul clima e’ il totale mutismo della nostra politica di fronte a questa emergenza. Se l’unione europea ha iniziato a cercare contromisure tempestive, se i giornali (almeno quelli seri) hanno giustamente messo in primo piano la notizia, nessun esponente del governe e dell’opposizione ha spiccicato parola sull’argomento. Zero. Forse Pecoraro Scanio di sfuggita. Stiamo parlando di una catastrofe climatica che cambiera’ radicalmente il nostro pianeta e la nostra vita nell’arco non di secoli, ma di pochi anni. Forse e’ gia’ troppo tardi, ma almeno sarebbe auspicale qualche segnale, qualche contromisura che tenti di arginare questa prigione di veleni che ci siamo costruiti da soli sopra le nostre teste. Anziche’ dare la giusta importanza a tutto cio’, i cari politici continuano a parlare di storiografia (il dibattito sui fuoriusciti degli anni di piombo continua a tenere banco) e di paradossografia (del tipo di quanti e quali cessi mettere a montecitorio). Insomma, a fare i loro interessi e mantenere la loro faccia-come-il-culo incollata al nostro schermo ed alla loro poltrona. Come se questi problemi fossero inventati, o troppo distanti, o "inutili allarmismi, roba da cervelloni". Un menefreghismo che dimostra assai poca lungimiranza e scarsa voglia di affrontare i veri problemi, quelli che riguardano la nostra vita e il nostro pianeta, in favore della frivolezza del momento o della carezza all’elettore. Vedremo, quando coltiveranno il Barolo in Finlandia e ci terremo tutti il nostro caro tumore ai polmoni.

In questi giorni passa per la televisione una pubblicità informativa sulle lavastoviglie. Il messaggio ha lo scopo di convincere le donne più diffidenti dell’utilità pratica di questo elettrodomestico. A cosa è dovuto un simile interessamento? Secondo una recente ricerca, la lavastoviglie è ancora poco diffusa nel nostro paese. La causa sarebbe da ricercarsi nella reticenza femminile ad affidare una propria mansione, lavare i piatti, ad una macchina, nella convinzione che un lavoratore meccanico potrebbe toglierle dignità e importanza. Non so quanto di vero ci sia in queste affermazioni, che mi limito a riportare, ma il quadro appare quanto meno desolante. Se così fosse, una volta di più si evidenzierebbero i limiti del pensiero femminista: se una donna ancora pensa la sua importanza in relazione a quello che fa in cucina, è lei la prima a precludersi quelle strade che le pari opportunità vorrebbero garantire ad entrambi i sessi. Un cambiamento significativo dovrebbe essere sospinto da una predisposizione mentale matura per esso; senza questa, con una sterile invettiva contro la società si fa poca strada.

La denuncia di malasanita’ apparsa di recente sull’espresso ci mostra il lato migliore del giornalismo. Ci mostra sopratutto come ancora oggi e’ possibile fare un sano lavoro d’inchiesta, raccogliendo dati ed informazioni. Credo che troppo spesso i giornalisti che affollano le colonne dei quotidiani nazionali tendano a parlare d’aria fritta, nel tentativo di "aprirci gli occhi" su dinamiche sociali di cui solo loro possono vedere il quadro generale. A piccole dosi questo lavoro va anche bene, in quanto l’opinione e la concettualizzazione sono componenti importanti del mestiere. Pero’ si corre il rischio di guardare troppo per aria, dimenticandosi di volgere lo sguardo anche intorno a se’. Nel caso particolare, sulle mura fatiscenti degli ospedali e le cicche di sigarette per terra. Ben vengano dunque articoli come quello di Fabrizio Gatti, di cui riporto il link principale.

Stamattina ho navigato su FilmScoop.it per sbirciare i primi commenti al film di cui ho scritto ieri, Apocalypto (media voto 7.3 nel momento attuale):

"Quando capisci che il film giunge al termine quasi te ne dispiace grazie alla continua azione. "

Questa frase in particolare, di per sè non così eclatante, mi ha ispirato una riflessione sui cambiamenti che ha avuto il cinema nell’ultimo decennio. Nello specifico, sulla velocità, di azione e pensiero, che contraddistingue l’ultima produzione cinematografica. Un capovolgimento continuo di fronte, un continuo divenire di personaggi e azioni in uno sfondo schizofrenico dove nulla è ciò che sembra. Per farmi capire meglio, mi riferisco a film recenti come "Slevin:patto criminale", "The departed", "The prestige". Non a caso ho scelto tre film di valore, perchè non sto contestando la qualità, quanto l’andamento generale delle sceneggiature. In tutti gli esempi di cui sopra possiamo individuare: personaggi nè buoni nè cattivi, frequenti cambi di locazione e dinamicità, capovolgimenti di prospettiva, finale imprevedibile. Tutti elementi che in qualche modo contraddistinguono il nostro tempo. Senza voler lanciarsi in astrazioni che non voglio prendere in considerazione al momento, mi sento di affermare che c’è nel cinema un segno della società di cui è figlio. Se i film degli anni ’50 avevano un andamento ieratico, gli anni ’60 tingono la pellicola di brio e colori, mentre gli ’80 la incupiscono e modernizzano. "Blade Runner" è ambientato nel futuro, ma non lasciamoci fuorviare: è un chiaro parto del suo decennio. Così credo che gli anni ’90 abbiamo introdotto la schizofrenia di cui parlavo sopra, forse per la tanto declamata perdita di valori. Infatti, se in un western di hollywood il buono era il buono e il cattivo era il cattivo, in "Pulp Fiction" chi è buono? Chi è cattivo? Lo spettatore non ha certezze. E col tempo muta, si abitua alla superficialità, alla mancata introspezione psicologica, alla potenza di sceneggiature geniali e cervellotiche che coprono la sciatteria degli altri elementi. Posso indivuarvi un momento in cui tutto ciò accade: tra il 94 e il 96 escono "I soliti sospetti" e appunto "Pulp fiction". Sono film epocali, che in qualche modo indirizzano il costume cinematografico. Dopo niente sarà più come prima. Il pubblico più giovane oggi non sopporterebbe i vecchi film, i cosiddetti "classici". Antonioni? "solo dei deserti…" Fellini? "Tre ore a film, e succedesse qualcosa…" Trouffaut? "Francesi? du’ palle…" e via dicendo. La mutazione (date un’occhiata ai primi 10 capitoli, i migliori, dei "Barbari" di Baricco, se vi capita) è irreversibile nel breve periodo, e trascina con sè anche il gusto della lettura. Molti libri classici hanno lo stesso mood dei vecchi film, mentre nuovi (e furbi) best-seller si sono adattati ai tempi con stili veloci e sorprendenti. Scommetterei sul fatto che una sana rieducazione cinematografica riporterebbe anche il piacere della lettura. Infatti, se noi (g)giovani siamo tanto superficiali, non vuol dire che ogni tanto non apprezziamo con parecchia nostalgia quando il mondo girava un po’ più lentamente, e si vedeva meglio quello che c’era fuori dal finestrino.

Oggi esce nelle sale di tutta italia il discutissimo Apocalypto di Mel Gibson. A scanso di equivoci siete caldamente invitati a disertarne la visione; per chi come me ha fatto l’errore di andare a vedere "La passione di Cristo", suggerisco di non ripetere l’esperienza. Proprio sulla falsa riga del suo precedente film, Gibson miscela sapientemente (si fa per dire) strafalcioni storici e antisemitismo, condendo il tutto con un gusto "gore" (per chi non lo sapesse, questo termine indica lo stadio sucessivo allo splatter) di grande richiamo per un pubblico giovanile e voyeurs in genere. Apocalypto vuole rappresentare la distruzione della civiltà maya a causa delle lotte intestine.Nelle intenzioni del regista, il messaggio del film è: la violenza porta all’auto-annientamento. Come spiegherò di seguito, ciò che traspare da due ore di carneficina è solo che a Gibson la violenza piace eccome. 

Innanzitutto, c’è più di un errore dal punto di vista della ricerca storica. Tanto da poter dire tranquillamente che questa ricerca Mel manco l’ha fatta, perchè tanto il western hollywoodiano già ci aveva mostrato tutto in fatto di cattivi monocromatici, quasi caricaturali. Per cui i maya, civiltà fiorente e progredita in molti campi del sapere, vengono presentati come un popolo rozzo e violento, irriso perchè adora molti dei, neanderthaliano nei tratti comportamentali. Le navi spagnole, cioè i "buoni" venuti ad esportare la civiltà, con croce in bella vista (rigorosamente neo-con), giungono nientemeno che con 6 secoli di anticipo sulla tabella di marcia, visto che la civiltà maya classica (quella rappresentata nel film) crollò tra l’VIII e il IX secolo d.c. Studiosi hanno evidenziato inoltre come il regista peschi elementi di diverse epoche fondendole in un unico calderone, un po’ come Giulio Cesare che canticchia Faccetta Nera. Anche la lingua è errata e spesso sconnessa dal punto di vista sintattico, del tipo "Io Tarzan tu Jane". Tanto per rendere l’idea, i maya (quelli moderni in Messico) hanno dovuto leggere i sottotitoli in spagnolo per capirci qualcosa.

Tutti questi errori mettono in evidenza come sia pericoloso sdoganare un fanatico integralista come Gibson a Hollywood. La sua mancanza di rispetto per culture e popoli diversi è lo specchio di un totale disinteresse per il vero, che viene piegato ad una logica colonialista dove i brutali selvaggi si distruggono da soli, mentre gli spagnoli giungono solo a fatto compiuto (sappiamo tutti che i conquistadores hanno fatto un gran bene all’america centrale…). In una realtà, quella contemporanea, dove i conflitti etnici e religiosi insanguinano ogni giorno la terra, non c’è certo bisogno di rincarare la dose con film razzisti e superficiali come Apocalypto. A questo proposito, di questi giorni è la notizia che questa roba sia candidata come miglior film straniero (per la lingua in cui è parlato!) ai Golden Globe. Per come sono fatti gli americani, sarebbero anche capaci di premiarlo.

(per citazioni, dati e segnalazioni le mie fonti sono state: Natalia Aspesi, Cinzia Dal Maso, Silvia Fumarola e i loro interventi sul giornale "Repubblica")

Il primo gennaio mi alzo e vago congelato ed intontito per la città in cerca di ristoro. Nello spopolamento del dopo-capodanno trovo solo un bar aperto, con cui avevo un unico, spiacevole precedente: una birra durante un concerto, quando il gestore pensò bene di raddoppiare i prezzi per l’occasione. Questo volta sono costretto dalla contingenza ad entrare, in cerca di un caffè caldo. Trovo il sopra-citato gestore che, manco a volerlo, ancora una volta si compiace delle sue prodezze commerciali. Da pezzi di discorso mi è parso di capire che ha tenuto aperto tutta la notte di capodanno (sì: TUTTA) aprendo bottiglie una dopo l’altra, ritrovandosi come ovvio l’unico bar aperto stracolmo di clienti, guadagnando così molti soldi. Mentre ascolto basito parte di questo delirio, mi si domanda 1 euro per aver consumato un caffè in piedi (10-20 cent in più che da altre parti, ma poco male) e come ciliegina sulla torta, niente scontrino.

Stamattina invece la necessità mi porta ancora una volta in un negozio che di solito non frequento. Stavolta si tratta di una ferramenta. Già al mio ingresso mi tocca starmene dieci minuti in solitudine, perchè il non più giovane negoziante non trova degli oggetti in un cassetto. Nel frattempo una signora distinta, che aspettava da qualche tempo in più di me, si dirige sconsolata all’uscita. Per ingannare il tempo guardo un po’ in giro, riuscendo così ad attirare l’attenzione del padrone, convinto che stessi per fare chissà che efferato furto (un cacciavite?). Ma fin qui, poco male. Quando arriva il mio turno prima chiedo un tipo di adattatore e me ne viene dato un altro spacciato per quello giusto, poi chiedo di poter provare una lampadina, e anche stavolta picche. Quando ho acquistato tutta la merce che mi serviva, ovviamente sprovvista di indicazioni di prezzo, mi viene fatto un conto a mano su una pagina del giornale. Anche stavolta sto pagando in nero, ma alla fine riesco ad ottenere sotto richiesta esplicita uno scontrino.

Se un indizio è solo un’indizio, due sono una coincidenza, e tre sono una prova, cosa tutti questi? Forse la prova che il rispetto per il cliente va di pari passo con quello verso lo Stato.